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Focus on artist// La favola perturbante di Driant Zeneli in mostra a Lecce, l'intervista all'artista

Il concetto di caduta in relazione alla condizione psicologica del singolo ed ai sistemi di potere, l’indagine psicanalitica sul perturbante e la concezione dell’opera d’arte come progetto collettivo, aperto e in divenire, attraversa la poiesis di Driant Zeneli (Scutari, Albania, 1983). L’artista è protagonista della mostra “Falling”, che sarà inaugurata giovedì 18 dicembre alle 19 a Lecce, nel complesso dell’ex chiesa di San Francesco della Scarpa. L’esposizione, a cura di Laura Lamonea, è promossa dal Polo Biblio-Museale di Lecce e dal Museo Castromediano, e ripercorre alcune delle tappe più recenti dell’articolato percorso di Zeneli, che si esprime attraverso una pluralità di linguaggi: dal disegno alla videoarte, dalla scultura all’architettura. Fulcro della mostra leccese è l’opera video “When winds in monsoon play, the white peacock will sweep away”, da poco ultimata in Bangladesh, tra Parlamento di Dacca ed il centro per l’arte contemporanea “Srihatta” a Sylhet, e realizzata da Zeneli insieme ad altri cinque artisti del luogo. Il film, animato dal canto barocco del controtenore Pasquale Auricchio sulle partiture di Francesco Aliberti, rientra nell’ambito di “The six seasons of the white peacock”, il progetto di cooperazione internazionale vincitore della 13a edizione dell’Italian Council.

Drian Zeneli, com’è articolato il percorso espositivo di “Falling”?

“La mostra si concentra su un elemento che persiste in tutta la mia ricerca svolta negli ultimi 18 anni e che è onnipresente nel nostro percorso: il cadere, inteso non solo come fine ma come inizio di qualcosa di nuovo.  Mi interessa il concetto del falling, della caduta nel suo accadere. Può essere la caduta di un regime, di un potere, di un sistema. Questo è il filo rosso. Ci sono tre opere esposte nell’ex chiesa di San Francesco della Scarpa. La mostra inizia con l’ultima opera, quella del pavone bianco che s’innamora della sua lacrima e cerca di fuggire dal suo regno. Il lavoro rappresenta la caduta per eccellenza, la caduta del potere, del regime in Bangladesh, che viene raccontata in maniera fiabesca tramite questo capriccioso pavone bianco che fa crollare il suo stesso regno, facendolo inondare. In questo caso è la metafora del parlamento del Bangladesh”.

Il pavone ed il suo regno, simbolo del potere che crolla...

“Si, perché io sono con l’idea che i poteri croliano sempre dall’interno, un po’ come i tradimenti no? Questo è un film-opera lirica perché è tutto cantato e recitato, ed è come essere in un teatro dove ti si apre un palcoscenico e tu ti metti di fronte ad uno spettacolo in sei atti. Sono sei in riferimento alle diverse composizioni musicali barocche e alle sei stagioni del Bangladesh, un po’ come le quattro stagioni di Vivaldi. Da lì ci spostiamo nel centro della chiesa dove c’è un’opera che è un progetto di ricerca iniziato a Trento con un gruppo di psicanalisti lacaniani, che poi si è sviluppato anche in Salento da Kora qualche anno fa quando sono stato invitato in residenza. Si chiama Short fairy tales for adults, Brevi favole per adulti”. Sono favole rese in scultura di cartapesta che rappresentano diversi animali, costruite a tu per tu con degli psicanalisti lacaniani. In mostra c’è la scultura cinetica dello struzzo realizzata con l’ausilio dei maestri cartapestai locali, con il voice over della sceneggiatrice Giulia Maria Falzea che racconta la favola. La terza opera in mostra è il film “Those who tried to put the rainbow back in the sky”, realizzato nel 2012. E’ un video di sette minuti che narra, anche in questo caso, di una caduta. In questo caso della caduta di un arcobaleno. E’ un’opera che ha girato molto, anche in collezione alla GAM di Torino, e narra la storia di tre persone ed una papera che sono in una barca, trovano un pezzo di arcobaleno e cercano di rimetterlo nel cielo. Non sappiamo se il tentativo riesce o fallisce. L’opera è ispirata alla storia di un signore albanese immigrato ad Atene che lavorava nei vaporetti e che sognava di tornare in Albania, in un paesino piccolissimo nel mezzo del nulla, costruendo un proprio vaporetto.  Ed io l’ho trovato geniale, come un moderno Fitzcarraldo, perché per lui questo vaporetto era come una scultura, infatti il vaporetto è tutto in cemento armato. E nel film si scopri alla fine che non solo non c’era la barca ma che questo è un oggetto scultoreo”.

Come mai non è stata esposta la quarta opera, Alternative Atelier?

“Purtroppo non ci hanno permesso di realizzarla. Alternative Atelier è un’opera molto bella: un laboratorio dove le persone lavorano insieme, utilizzando la cartapesta. E’ il dietro le quinte della creazione delle mie opere, e l’ho creato nella maggior parte delle mostre personali che ho tenuto per le diverse istituzioni”. 

Il tema della caduta, legato al concetto di forza di gravità, caratterizza la tua poetica, ed è un punto di avvio per aprirsi alla fantasia, all’altrove…

“Certo, come sai io lavoro molto con le favole. Le favole nascono come storie molto perturbanti, poi con l’arrivo del Disney vanno più sul morale, sul bello, su una fine positiva”.

Anche nelle favole degli antichi scrittori greci e latini c’era la morale, invece nelle tue non c’è…

“Non m’interessa la morale. Nel senso che lascio molto all’interpretazione. E’ come se cogliessi il momento, l’attimo di qualcosa: non m’interessa ne’ l’inizio ne’ la fine, ma il ‘mentre’. Poi, ovviamente, ciascuno può trarre tante simbologie o una morale: il pubblico è totalmente libero di trarre le sue conclusioni. Quello che mi ha da sempre affascinato è il falling in love, l’innamorarsi – bellissima espressione inglese - che è diverso dal being in love, dall’essere innamorato”.

Spesso le tue opere sono collettive, create in collaborazione con altri artisti o esperti. Perché questa scelta?

“Partendo dalla mia prima opera realizzata con mio padre nel 2007, ho sempre lavorato così. Mi piace chiamarlo flirting with, che significa, in inglese, flirtando con. Perché è come coinvolgessi l’altro in qualcosa che non è comunità, non è beneficenza, ma è una modalità di condivisione, di creazione, di contraddizione. Io dico sempre che la mia arte non è politica, questo non m’interessa, però il modo in cui lavoro corrisponde al fare politica, perché presuppone l’accettazione dell’idea dell’altro e che l’altro accetti la tua. E’ lì la difficoltà”.  

Quindi tu realizzi le tue opere con altri artisti, altri esperti…

“Si, e lascio loro decidere una fase importante. Questa è la parte bella ma anche difficile. La mia arte ha viaggiato grazie a tante persone che hanno riconosciuto non solo l’opera in sé, ma anche il processo della sua creazione”. Anche come insegnante dò ai miei studenti degli input, metto loro un po’ di paletti, instillo dei dubbi, abbattendo la forma di potere verticale. A me interessa lavorare orizzontalmente, è fondamentale. Perché arrivo da un Paese totalitario, dal background totalitario. La mia arte non corrisponde al fare politica ma al lavorare politicamente. L’architettura, inoltre, è molto presente nella mia opera, insieme alla scultura. Nella realizzazione delle mie opere collettive mi sento più come un direttore d’orchestra, e non impongo al violinista di cambiare stile ma semplicemente di creare l’armonia. Ecco l’idea. Per me l’arte è genderless, senza genere, ed ha molti centri, è policentrica. Non so se la natura umana sia policentrica o meno, non penso, ma per me l’arte non deve avere gender e deve essere policentrica. Sono concetti basici di cui parlo spesso anche con i miei studenti e studentesse”.

La mostra, a ingresso libero, è visitabile fino al 7 gennaio 2026. Orari: dal lunedì al sabato ore 8 – 20. Chiuso 21, 25, 26 e 28 dicembre, 1 e 4 gennaio. Info: tel. 0832.373576.

 

Cecilia Pavone