Intervista a Piero Boni: da notaio a pittore di realtà superiori

Creatore di una visione spirituale del mondo basata sulla fisica quantistica e l’olografia, Piero Boni è autore di una serie di dipinti di notevoli dimensioni che ci sussurrano come potrebbe essere l’aldilà.

L’artista desidera veicolare un’immagine positiva, in quanto crede alla sopravvivenza dello spirito e al raggiungimento della felicità. Per lui infatti l’arte diviene strumento per proporre nuove emozioni di gioia, veicolate attraverso la raffigurazione dei pianeti immaginari Giò e Artù. Il primo, meno evoluto rispetto all’altro, è comunque superiore alla Terra per virtù e grado. Artù, il cui nome evoca un universo fantastico, rappresenta il punto di arrivo, un pianeta colmo di gioia.

Si tratta di immagini evocative, della stessa consistenza dei sogni, estremamente stimolanti dal punto di vista intellettuale per i richiami scientifici e artistici. Ne abbiamo voluto parlare direttamente con l’autore.

Che cosa la spinge a dipingere mondi spirituali?

Dipingo ciò a cui aspiro. La nostra natura spirituale ci spinge a ricercare un confine ultimo da valicare per raggiungere una realtà superiore. Le religioni che conosciamo ci dicono poco sull’aldilà. Parlano di giudizi divini, di premi (quando non insistono sulle punizioni), ma non descrivono mai la realtà cui saremmo destinati. Si può cominciare a farlo aggiungendo alle indicazioni esoteriche, l’unica fonte diretta, l’apporto dell’immaginazione e del sogno.

L’immaginazione può tutto, essendo libertà. Ma troppa libertà non sempre è facile da capire. Va saputa dosare. Di questo lei è al corrente e, sempre per questo motivo, guida lo spettatore a una lettura del quadro attraverso i suoi titoli e non solo…

Nell’ambito della mia pittura, volta alla descrizione di mondi superiori, si può fare una distinzione. Una prima parte è caratterizzata da una sorta di metafisica implicita che nasce da un’attenta costruzione della figurazione. Quest’ultima insegue l’armonia dell’universo (ripresa da Einstein), che rivela un progetto, un’illuminante coerenza.

A questo mio modo di procedere ha fatto seguito, circa dieci anni fa, una seconda maniera che si basa invece – pur nella convergenza degli intenti – sull’improvvisazione, sull’immaginazione nascente dall’inconscio, visto non come il confuso deposito delle impressioni legate alle più svariate vicende personali, ma come la sintesi, il distillato dei nostri sogni e delle aspirazioni. Ed è così nato il paesaggio empatico.

Pare che nell’altra dimensione il panorama sia legato al nostro grado di evoluzione e ognuno possa vedere solo quello che gli compete, ma che nei mondi “superiori” vi sia una possente visione naturale rappresentata dai nostri pensieri, dall’immaginazione creativa che si materializza nello spazio. Tanto vale cercare di anticiparne la visione pittoricamente nell’aldiquà.

Ecco, se dovesse guidarci attraverso un tour tra i suoi lavori, quali ci presenterebbe per avere una visione d’insieme?

Per quanto riguarda i singoli dipinti da indicare quali tappe esplicite del mio percorso artistico, inizierei dal quadro Presentimento del pianeta Artù, in cui vaste campiture di colore, che possono vagamente richiamare il pittore Piet Mondrian, si inseriscono come quinte nel paesaggio divenendone parte integrante e costitutiva. Separatamente considerate, esse paiono mere astrazioni, ma, riprese nel contesto, perdono tale carattere fondendosi con le figurazioni laterali in una dimensione di problematicità.

Tale procedimento, evidenziato in numerose opere (particolarmente nei quadri Pianeta Giò. Raggi di sole solidificati; Ingresso al pianeta Artù e Pianeta Artù. Rigenerazione dopo la batosta) trova il più esplicito compimento (per la complessa guida offerta dal titolo) nel quadro Pianeta Artù. Piccolo vulcano spirituale con villaggio interno e cielo intelligente che vuol sembrare astratto. A fianco, residuo di vulcano spento, dove parte di una nota opera di Mondrian è inserita nel contesto naturalistico divenendo “cielo”. Perde totalmente l’originaria astrazione divenendo, come indica il titolo, qualcosa di totalmente diverso: un cielo intelligente, perché sintonizzato con il desiderio dei residenti che lo desideravano così, colorato e scandito. Non è una mera citazione, ma sostituzione del significato e creazione di una diversa emozione a seguito di una coraggiosa operazione guidata da idonea didascalia (in questo caso il titolo del quadro). Il tutto diventa concettualmente credibile solo se ambientato su un pianeta dell’immaginazione, e più coinvolgente se riveste il carattere di una possibile, futura nostra realtà. Nel libro di prossima pubblicazione Il nulla fa finta di esistere, illustro ampiamente la finalità e i termini dell’operazione.

La linea conduttrice di questo procedimento ci porta al quadro Pianeta Artù. Rigenerazione dopo la batosta in cui l’opera di Kazimir Malevič Quadrato bianco su fondo bianco, estremo confine dell’astrattismo, trova invece, pur nell’assenza di una specifica guida, un’altra valenza di significazione. La sua collocazione al vertice del dipinto, in posizione centrale nel contesto pittorico dell’opera, si impone come indicazione di valori superiori, richiamando una coscienza universale: ciò che prima esprimeva vuoto, totale assenza, si riempie col riferimento a una suprema totalità.

Il mistero di solito suscita timore o angoscia, invece lei riesce a infondere un senso di tranquillità nelle sue opere. Può essere dovuto alla scelta dei colori oppure ha più a che fare con la sua personale visione?

​Direi che la calma che posso ispirare nasce dalla mia visione dalla realtà, dalla gioiosa, appagante interpretazione del suo mistero. Aderisco alla concezione di numerosi scienziati (di primissimo piano) che vedono l’universo come la realtà “implicita” di una soggiacente coscienza, la quale, agendo come il sistema operativo di un gigantesco computer, ha prodotto la nostra “esplicita” realtà. A tale creazione noi collaboreremmo, modificando con i nostri pensieri, azioni, emozioni questo campo di energia intelligente. Non saremmo pertanto semplici esecutori programmati, ma soggetti partecipi di una volontà creativa. Un pensiero che trova conferma in antiche tradizioni come i Sutra buddhisti, i Veda indiani ecc.

Possiamo chiederci quale sia l’essenza di questa coscienza universale: essa non può essere che la gioia, perché ogni coscienza vi aspira. Se è dunque questa la sua più profonda natura, ne siamo partecipi, siamo sulla strada di un appagante ritorno: la gioia è il nostro destino.

Le strade che vi portano sono numerose ed è confortevole pensare che sono inevitabili; ma vi sono certamente alcune scorciatoie: tutte quelle che procurano gioia senza danneggiare gli altri. Tra queste dobbiamo annoverare anche l’arte, e tra le arti anche la pittura. Se dà appagamento e gioia, ci sintonizza rettamente collocandoci sulla strada giusta per facilitare il ritorno, allontanando il timore di perdere la strada.