LOBODILATTICE

CORPISANTICORPI

Inaugura

Sabato, 2 Maggio, 2026 - 19:00

Presso

VISIONI ALTRE
Fondamenta Cannaregio, 2918

A cura di

Adolfina De Stefani

Partecipa

Marija Markovic, Giulio Malfer, Franco Battistotti

Fino a

Domenica, 31 Maggio, 2026 - 20:00

CORPISANTICORPI

Comunicato

CORPISANTICORPI

IL CORPO NELL’ ARTE, L’ARTE DEL CORPO

testo critico di Gaetano Salerno

 

Una riflessione sul corpo - nell’arte e dell’arte - è al centro di quest’ultimo progetto della Galleria Visioni Altre, declinato attraverso il dialogo tra gli scatti fotografici di Giulio Malfer e Franco Battistotti e le sculture di Marija Markovic.

 

Dalla convergenza di tre sguardi interdisciplinari prende forma un dispositivo critico che interroga le dinamiche sociali e antropologiche della contemporaneità globalizzata; l’esito non è una semplice raccolta di immagini, bensì una (ri)costruzione iconografica di un viaggio nella storia dell’uomo in cui l’eredità millenaria del sacro si intreccia con la lucidità disincantata e profana del presente, generando un cortocircuito visivo in cui le stratificazioni del tempo rendono percepibili verità coesistenti, oltre lo spazio e il tempo.

 

Il corpo, nell’arte, è sempre stato un campo di tensione: luogo di rivelazione e di caduta, epifania del divino e insieme materia esposta al consumo, alla ferita, alla morte, si è offerto, fin dalle prime raffigurazioni nella sua dimensione di icona o reliquia, come soglia ambigua tra il sacro e il profano, tra ciò che eleva e ciò che degrada, tra ciò che corrompe e ciò che assolve, in un percorso misterico tra superficie e abisso.

 

Nella statuaria classica il corpo si manifesta come misura dell’armonia cosmica: proporzione, equilibrio, bellezza ideale, non semplicemente carne, bensì incarnazione di un ordine superiore. Eppure, già in questa perfezione policletea si insinua un’ambiguità: il corpo perfetto è anche un’astrazione, una negazione del corpo reale, vulnerabile e corruttibile fino a divenire, nella concezione platonica, “tomba dell’anima” e intravedere nell’arte il tentativo di redimerlo attraverso la forma, sublimandone la caducità.

 

Con la tradizione cristiana (matrice culturale che permea questa mostra e l’opera dei tre artisti) il corpo diventa esplicitamente altare del sacrificio. Il Cristo crocifisso rappresenta il punto culminante di questa trasformazione e il corpo martoriato è insieme scandalo e salvezza, dolore e redenzione. L’arte sacra - in tutte le sue forme, dai drammatici crocifissi lignei di Cimabue alle azioni tragiche di Hermann Nitsch - insiste sulla carne ferita, sul sangue, sulla sofferenza, non per compiacimento ma per rendere visibile l’invisibile, per esplicitare visivamente il mistero della trascendenza che si incarna e si consuma soltanto nella materia e attraverso la materia.

 

Ecco allora che nel dialogo tra i tre artisti il corpo diviene il luogo in cui il divino accetta la propria esposizione al mondo e in cui la martirizzazione della carne diventa accesso alla purificazione.

 

Giulio Malfer orienta la propria indagine verso le identità di genere che si inscrivono nei rituali del tatuaggio e della modificazione corporea, dischiudendo una dimensione oscura e pulsante, alimentata dall’incessante afflusso di corpi che si offrono come superfici simboliche della differenza. In questa prospettiva, il corpo si fa testo, palinsesto vivente su cui il mutamento si imprime come forma di conoscenza, come dato esperienziale, come cicatrice testimoniante e, attraversato dal proprio divenire, diventa il luogo in cui il caos si trasfigura in forma.

 

Franco Battistotti traccia un itinerario che assume i tratti di un pellegrinaggio laico: la sua macchina fotografica si posa su una moltitudine di opere sacre, testimonianze di una tradizione che per secoli ha proiettato sulle pareti ecclesiastiche le figure del trascendente. In questo archivio visivo, il sacro si rivela come costruzione storica e, al contempo, come necessità simbolica: eco di un bisogno umano di elevazione spirituale e di ricerca dell’assoluto che si rinnova nel tempo e persiste immutato in tutte le società.

 

L’intersezione tra queste due traiettorie - l’una immersa nel corpo contemporaneo, l’altra nella memoria iconica del sacro - genera una riflessione unitaria sulla condizione umana e sulla sua intrinseca sacralità. Ciò che un tempo si esprimeva attraverso linguaggi religiosi ed esoterici, nel tentativo di sovvertire gli assetti di potere e inaugurare nuove visioni del mondo, riemerge oggi in forme inedite: corpi tatuati e trasformati si ergono a manifesti di resistenza, producendo simbolicamente “anticorpi” contro l’omologazione culturale.

 

In questa dialettica visiva si innesta l’intervento scultoreo di Marija Markovic, la cui ricerca esplora la dimensione armonica del corpo oltre ogni cifra stilistica consolidata. Il suo lavoro si sviluppa lungo un asse di metamorfosi che conduce dall’ideale all’esperienza concreta: dall’illusione di un corpo conforme a un modello utopico — plasmato per aderire a uno sguardo esterno — alla necessità di un corpo autentico, che si manifesta come espressione di un’identità vissuta. In questa prospettiva, ogni corpo, oltre la sua natura trascendente, rivendica la propria memoria storica.

 

E tuttavia, accanto a questa iperbolica dimensione sacrale i lavori dei tre artisti evidenziano irrimediabilmente la profanità e la profanabilità del corpo umano, lasciando emergere dapprima e poi esplodere la tensione propria dell’arte contemporanea; il corpo non è più solo rappresentato ma messo in scena, esposto, spesso voyeuristicamente violato con crudezze esistenziali, realismi tragici, performatività estrema, scatenando un conflitto che non può più essere ricomposto in un’armonia superiore.

 

È in questo contesto che la società contemporanea radicalizza il paradosso: mai come oggi il corpo è stato così visibile, esibito, ossessivamente curato e manipolato eppure mai come oggi esso appare svuotato, ridotto a immagine, a superficie da ottimizzare; il simulacro del quale parla Jean Baudrillard, il passaggio da corpo-presenza a corpo-segno, un’icona che rimanda solo a se stessa e che sostituisce, nella liturgia della quotidianità, l’apparire all’essere.

 

Eppure, proprio in questa saturazione visiva, la ricerca dei tre artisti apre sia uno spiraglio di luce sia uno spazio critico di indagine. Mostrando il corpo nella sua fragilità e nella sua violabilità, queste immagini e queste sculture sembrano restituirgli quella dimensione ambivalente che lo costituisce: essere insieme carne e simbolo, limite e possibilità, rendendo possibile, anche attraverso il decadimento corporale e morale, un processo antitetico di beatificazione e santificazione.

 

Posto nel teatro delle orge e dei misteri, il corpo martoriato, oltre il disgusto e lo sdegno, avvia un processo di catarsi e purificazione. Forse è proprio qui che il corpo torna a essere, ancora una volta, sacro e profano: non perché riconciliato, ma perché attraversato da una tensione che non si lascia risolvere.

 

Lo scontro eterno tra il pensiero eracliteo del divenire e la filosofia dell’essere trova nel corpo il proprio campo di manifestazione poiché in esso, costantemente, tutto scorre e diviene accettando una metamorfosi che non è mera variazione formale ma condizione imprescindibile dell’evoluzione; il corpo non è mai identico a se stesso, ma si costituisce nel fluire continuo del tempo e si modifica nel solco delle culture e ciascuna metamorfosi esistenziale, come ricorda Franz Kafka, implica una frattura, talvolta una sofferenza, il cui attraversamento apre alla possibilità di una nuova forma di consapevolezza.

 

Emerge così, nella ricerca iconografica di questi tre artisti, la consapevolezza di una verità iniziatica in cui il corpo diventa luogo di passaggio e di rivelazione, palcoscenico di una conoscenza che si dà e si ottiene solo attraverso il mutamento, un dialogo intenso che interroga radicalmente il senso dell’essere e del divenire, restituendo alla trasformazione dello spirito la sua dignità ontologica e alla carne il suo valore di testimonianza vivente: la sacralità di un pensiero divino che si è fatto uomo.

 

Lo sguardo dei tre artisti si configura allora come un lento pellegrinare negli ambulacri della fede, esprimendo l’esigenza di uno sguardo più attento e consapevole sugli altari in cui l’umano si fonde con il divino, dove il pane e il vino divengono, dogmaticamente, carne e sangue: non più per un sacrificio imposto ma per una consapevolezza da riconquistare, per una necessaria e definitiva santificazione del corpo, contro l’annichilimento dell’icona umana ridotta a mera merce da consumare sull’altare della contemporaneità.

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