SENZA LUCE NON ESISTI
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SENZA LUCE NON ESISTI
Comunicato
SENZA LUCE NON ESISTI Sculture invisibili tra ferro e luce
Il progetto si inserisce nel tema della Manipolazione, fulcro della quarta edizione di Madonne – movimentazione artistica, un progetto che riunisce pratiche di resistenza in spazi artistici eterogenei, diffusi sul territorio italiano e in dialogo con realtà al di fuori dei confini nazionali.
Il ferro è, da sempre, metafora di forza, potenza, resistenza. È il materiale che regge, sostiene, protegge. Eppure, nel lavoro di Gerardo Rosato, questo elemento primario si rovescia nel suo contrario: la solidità si fa leggerezza, la potenza si assottiglia, la materia si ritrae fino a diventare struttura minima, quasi un’eco di sé stessa. Piegato in linee sottili , il ferro sembra voler scomparire. È la luce a riportarlo in vita, o forse è l’ombra a tradirne la forma: solo quando un fascio luminoso attraversa la trama metallica, l’opera prende corpo, si proietta altrove, genera immagini inattese. Figure che non appartengono più alla materia, ma allo spazio che la circonda.
Le sculture non esistono davvero nel ferro, ma nell’intervallo tra il corpo e la sua ombra. Sono presenze sospese tra ciò che è e ciò che appare, forme che emergono solo quando la luce le chiama a manifestarsi. In questo gioco tra visibile e invisibile intervengono anche suoni e narrazioni: le opere non sono mute, ma evocano voci, memorie, possibilità. L’esperienza diventa immersiva e lo spettatore non è più osservatore passivo: è lui a completare l’opera, a darle senso, a decidere quale forma assumano quelle ombre mutevoli. Il filo di ferro, fragile e tenace, diventa così un dispositivo che interroga la realtà. E, più profondamente, la verità. Platone, nel mito della caverna, ci ricorda che spesso scambiamo per reale ciò che è solo un’ombra proiettata davanti ai nostri occhi. Merleau Ponty ci invita a riconoscere che la percezione non è mai un atto neutro: è un incontro, un’interpretazione, un continuo aggiustamento tra noi e il mondo. Non vediamo le cose “come sono”, ma come possiamo vederle, come siamo disposti a vederle.
Ed è qui che il lavoro di Rosato diventa rivelatore. Perché la verità — la nostra verità — non la conosciamo davvero. Non la comprendiamo fino in fondo. Eppure la raccontiamo ogni giorno, agli altri e a noi stessi, come se fosse qualcosa di stabile. La costruiamo, la difendiamo, l'esibiamo. Ma spesso la manipoliamo. La manipoliamo per adattarci, per proteggerci, per essere accettati. La modifichiamo senza accorgercene, spinti dalla paura, dalle circostanze, dal bisogno di somigliare a ciò che gli altri si aspettano da noi.
Le sculture di Rosato incrinano questa sicurezza. Ci ricordano che ogni forma è una proiezione. Che ogni verità è un punto di vista. Che senza luce — o con troppa luce — ciò che siamo può svanire, deformarsi, cambiare. E allora, forse, la domanda non è più “cos’è la verità?”, ma: quale luce scegliamo per guardarla.
Enrica Benedetto
Come arrivare
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