BELLO E BUONO

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Sabato, 16 Settembre, 2017 - 18:00

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Sabato, 16 Settembre, 2017 - 18:00

BELLO E BUONO

Comunicato

Bello e buono: C’entra la religione?

di Dario Lodi

 

Agli antichi Greci dobbiamo il termine “kalogathia” che significa bello e buono insieme. Per i Greci non era corretto dividere le due cose. Esse, per Platone ad esempio, erano complementari, determinavano la creazione (personale, senza interventi divini) dell’uomo perfetto. Il concetto di base è comunque più antico di Platone, ma si può dire che il nostro filosofo l’abbia chiarito alla perfezione. Bello e buono nascondono una considerazione molto alta che getta le radici nell’idealismo puro, quello che va a sostenere l’idea di come devono essere le cose mondane. Platone ci dà un riferimento che pare astratto. La parvenza è superata da un approfondimento delle emozioni e delle sensazioni, delle intuizioni (come dirà il filosofo francese Bergson nel XX secolo) per cui sia possibile andare oltre l’immanenza. Se consideriamo l’immanenza materiale – i bisogni primari – capiremo che, perseguendola, metteremo a repentaglio l’afflato sentimentale. Da qui la fiducia all’esistenza del mondo iperuranico platoniano, dove il filosofo pone i modelli incorruttibili delle varie essenze. Ovviamente l’uomo sta in primo piano per le sue peculiarità. Non dimentichiamo che i Greci avevano inventato la figura del demiurgo, ovvero di un sistematore del mondo e parente stretto dell’uomo. Nulla impedisce a Platone, mente suprema, di essere un demiurgo facilmente riconoscibile. La base dell’Iperuranio è l’incorruttibilità, è l’eternità, è la vittoria sulla morte. 

 

Ragionando in questo modo, ci renderemo conto che “bello” è sinonimo di perfetto esteriore. Questa perfezione risponde a una necessità di mantenimento della stessa, in quanto traguardo vitale. La vera bellezza non è un dato soggettivo, ma si attiene a dei canoni storicizzati quanto già presenti nella mente umana sin dagli albori della civiltà. La vera bellezza è in possesso di simmetria fra le parti e di spirito esistenziale. Deve inserirsi fra le cose e dettare la sua legge estetica perché essa garantisce la fruizione di una sorta di miracolo. Quella giovanile è forte energia vitale creata dalla natura per costringere alla riproduzione. Quella ideale non è legata alla materia e al tempo: è una visione straordinaria, è un modello verso il quale è conveniente rivolgersi per evitare lo spettacolo della decadenza fisica e morale.

 

Possiamo dire che l’essere platoniano è una specie di totem con vesti umane. E possiamo aggiungere che Aristotele completa questa invenzione con la raccomandazione all’impiego della “dianoetica”, ovvero dell’attività mentale. La perfezione estetica del primo viene arricchita dalla perfezione etica del secondo. E, per così dire, perfezionata. Il “bello” platoniano sposa il “buono” aristotelico. Per “buono” Aristotele intende un comportamento idoneo al concetto di armonia che regola le cose del mondo. Quest’armonia non è conosciuta, ma deve essere ugualmente perseguita. Se osserviamo, è un po’ come la storia della grazia divina agostiniana: se ti comporti bene, facendo leva sullo spirito, è possibile che tu venga introdotto nel sapere divino. Per ora l’armonia del mondo può essere percepita e compresa intuitivamente dal rinnovarsi delle stagioni e specialmente dall’arrivo della primavera, nonostante l’inverno.

Il bello per eccellenza unito al buono, garante dell’etica, è ben visibile nelle opere classiche greche, più che in quelle successive ellenistiche. Osserviamo il “Discobolo” di Mirone, scolpito all’epoca di Pericle (circa 440 a.C., periodo d’oro di Atene) e vedremo la meraviglia di una potenza in atto, nel momento culminate della pre-azione. L’atleta sembra preparare il gesto non per scagliare il disco a caso, ma per indirizzarlo verso un obiettivo prefissato. Anche la scelta del disco è significativa: esso rappresenta una perfezione geometrica, a sua volta perfezione ideale trasformata in  messaggio a sua volta ideale dall’atleta (dal’uomo nella forma massima del suo potere fisico e intellettuale). Le opere classiche (si pensi anche al Partenone di Fidia, con aiuti: un tempio che pare sollevato da terra; una costruzione possente ma leggera rispetto ai templi romani, ancorati pesantemente al terreno) sono testimonianze speculative umane svincolate da ogni pressione divina. L’arte orientale della stessa epoca non possiede la medesima ampia incisività, non si riferisce alla personalità umana libera, laica. E così sarà per l’arte islamica, deliziosamente decorativa, aniconica, quanto costretta alla devozione trascendentale.

 

La trascendenza tradizionale è stata concepita come un mondo perfetto altrove, al quale l’uomo non ha la possibilità di accedere. Al massimo, come fa Dante nell’ultima terzina della Divina Commedia, l’uomo può vedere una luce quasi accecante che arriva a pervadere l’animo, a riscaldarlo di un calore non terrestre. È come Vladimir Nabokov che individua ciò che è arte se un’opera gli provoca un intenso e miracoloso brivido lungo la schiena, per lui il piacere più grande in assoluto.

 

Intorno alla ricerca della protezione divina, l’uomo del Medioevo agisce con incertezza e pavidità. Viene salvato (e paralizzato) dall’istituzione ecclesiastica che stabilisce dogmi e regole, affidandosi alle quali si potrà arrivare alla famosa perfezione. Le cose sono molto cambiate dall’epoca classica greca. Ora l’uomo si esprime con il linguaggio di un tutore: la chiesa. Oppure vi trae ispirazione per esprimere ciò che si agita nel profondo del suo animo. È ciò che capita agli artisti del Rinascimento. Leonardo, Raffaello e Michelangelo (il terzo un po’ meno) dipingono il bello e il buono di cui si è impossessata la religione istituzionalizzata. Ma,  in special modo i primi due, vi aggiungono una sorta di sapere eretico determinato dalla teosofia di Ermete Trismegisto e dal panteismo di Plotino, il creatore del Neoplatonismo. Così Leonardo e Raffaello spiritualizzano la materia rispettando la simmetria, e, pur legati alle commissioni ecclesiastiche, immettono nelle loro opere la propria personalità.  Mezzo secolo prima, Pico della Mirandola scrivendo “Della dignità umana”, riesumava la “kalogathia” alla quale affiancava, con convinzione, la forza della spiritualità custodita dalla chiesa. Pico non si riferiva ai dogmi, bensì al loro spirito che non chiudeva entro spazi angusti e irrazionali, ma che cercava di razionalizzare senza che la ragione avesse il sopravvento, anzi ponendola al servizio dello spirito. Michelangelo, con la sua anamorfosi, esprime invece il tormento per la difficoltà di raggiungere i beni spirituali.

 

A questo punto, la spiritualità assume un aspetto più consono all’uomo che la vive giorno per giorno, cercando di agguantare quel che gli sembra un riferimento affidabile e consolatorio in senso attivo, ovvero

come partecipazione al tutto, magari in una posizione almeno da deuteragonista (cioè secondo attore).

Questa posizione, per la verità, appartiene nitidamente al buddhismo “Satori” (buddhismo zen) dove l’uomo è essere e divenire allo stesso tempo. Il “bello” e il “buono” in questo caso si trovano nell’elevazione spirituale della disciplina. L’uomo abbandona il corpo a si affida all’animus, al soffio che informa il suo essere. In questo modo, la trascendenza diviene immanenza e viceversa. L’uomo si trasforma in intelligenza sentimentale, va a raggiungere, come fosse la conclusione di un cerchio, il dettato platoniano e quello aristotelico, portando, per così dire, il cielo a terra e la terra in cielo. Il “bello” e il “buono” dell’essere diventano totalmente spirituali e lo spirito ottiene la conoscenza dei modelli, degli archetipi per eccellenza.

 

L’incorruttibilità delle cose non degenera per niente in paralisi del tutto, ma avviene una dinamica interiore che opera per il raggiungimento del ricercato equilibrio ideale, perfetto. È l’autentico sogno dell’uomo, fatto di bellezza inscalfibile e di bontà vitale conseguente. Il “bello” si mantiene con il “buono”. La dianoetica arricchisce la kalogathia, la rende comprensiva.

Tutto ciò è frutto dell’evoluzione intuitiva, in parte suggerita dall’istinto e in maggior parte da un progresso razionale dell’intuito. Si può parlare di ragionamento interno, profondo, avulso dalla materia eppure per la stessa come simbolo facilmente identificabile a suffragio, in fin dei conti, di un proposito forte: l’autodeterminazione, vale a dire la liberazione dalla trappola naturale, non per sostituirsi a essa, quanto per affiancarla per migliorare, insieme, le sue prestazioni. Il “buono”, cioè l’azione indirizzata verso questo traguardo, esalta l’importanza del bello quale simbolo rappresentativo dello scopo da raggiungere e come già raggiunto. La dicotomia è apparente. Se concepisco il modello cui riferirmi, avrò già chiaro il traguardo da raggiungere e do per scontato che esso sia raggiungibile perché lo penso, perché l’ho costruito bene nella mente e nel cuore. Il fattore sentimento viene trascurato dalla società materialista, ma è il motore del tutto. Senza questo motore, la realtà gira a vuoto, gira su se stessa auto-ingannandosi. La realtà materiale è brutta e cattiva, ma dà beni, persino superflui, e d’immediato consumo. La realtà ideale è bella e buona perché dà speranze di essere veramente e non soltanto di sopravvivere.