Virginia Ryan – EVEN, SOMETIMES
dal 17 Oct al 18 Dec 2026

Virginia Ryan
EVEN, SOMETIMES
A cura di Matteo Pacini
17 ottobre – 18 dicembre 2026
Spazio HASITA – Via Venini 58, Milano
Sangue e lacrime, due linguaggi del corpo per reinterpretare la vulnerabilità
Il corpo come materia, luogo di memoria e terreno di confronto con i tabù. È da questa prospettiva che nasce “Even, Sometimes”, la mostra di Virginia Ryan ospitata negli spazi di Spazio HASITA a Milano, a cura di Matteo Pacini. Il progetto riunisce due progetti recenti dell’artista, Even Goddesses Bleed Sometimes ed Even Men Cry Sometimes, legati da una riflessione comune sulla vulnerabilità e sulle diverse forme di controllo sociale esercitate sul corpo femminile e maschile.
«Il corpo che si fa materia prima. Non più soggetto o immagine da rappresentare ma sostanza da attraversare, cucire, tradurre», scrive Matteo Pacini. «Even, Sometimes trova oggi la giusta occasione per legare due dei suoi lavori più recenti: Even Goddesses Bleed Sometimes ed Even Men Cry Sometimes, progetti fratelli più che complementari, poiché legati da un’unica domanda sui tabù e sulla vulnerabilità, su ciò che ai corpi maschili e femminili è stato storicamente consentito, o negato, di mostrare».
Due progetti speculari che affrontano due esperienze fisiologiche ed emotive – il sangue mestruale e il pianto – trasformandole in strumenti di indagine sulla cultura, sui comportamenti collettivi e sui modelli sociali. Ryan ribalta così la tradizionale associazione tra vulnerabilità e debolezza e restituisce al corpo una dimensione antropologica e sociale.
Nata a Victoria, in Australia, e protagonista di una lunga esperienza internazionale tra Europa, Africa, Medio Oriente e Sud America, Virginia Ryan ha costruito nel corso degli anni una ricerca fondata sulla memoria, sulla persistenza dei miti, sulla trasformazione dei materiali e sul confronto con culture differenti. La sua pratica attraversa fotografia, pittura, disegno, collage, installazione, tessuto e ricamo, recuperando immagini e oggetti e restituendoli a nuovi significati.
Il suo percorso ha trovato un particolare radicamento in Umbria, a Trevi, dove l’artista ha realizzato una casa-studio che riunisce spazio espositivo, archivio e laboratorio. Una dimensione di lavoro che riflette quella “biografia plurale” già individuata dall’antropologo Ivan Bargna e che caratterizza una ricerca sviluppata attraverso l’incontro con luoghi, comunità e immaginari differenti.
Even Goddesses Bleed Sometimes nasce dall’interesse dell’artista per il sangue mestruale, esperienza fisiologica comune ma a lungo associata a impurità, vergogna e rimozione. Il progetto prende avvio dalla lettura di The Goddess Who has Periods, contenuto nel testo antropologico indiano Rituals and Temples of Kerala di K. R. Vaidyanathan (1982) e si sviluppa attraverso una pluralità di linguaggi, comprendendo numerose opere di pittura e disegno realizzate tra Italia e India, oltre ai lavori in ricamo.
Il ricamo entra nella ricerca di Ryan già a Trevi, dove l’artista sperimenta la tecnica del punto croce. Successivamente, durante una residenza artistica a Tasara, nella vicina Beypore, in Kerala, avvia una collaborazione con gruppi di ricamatrici industriali a Calicut. Il gesto del ricamare diventa così uno strumento per riportare alla luce un’esperienza del corpo storicamente occultata e trasformarla in materia artistica.
La ricerca sul sangue si lega a un precedente importante nel percorso dell’artista: nel 2013 Ryan aveva partecipato al progetto collettivo Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco, ideato da Manuela De Leonardis, che coinvolse artiste internazionali chiamate a intervenire su antichi panni di lino utilizzati per assorbire il flusso mestruale.
Il progetto dedicato agli uomini nasce invece dall’osservazione di un’immagine di particolare intensità: le lacrime di Cristo nel dipinto Cristo Re dei Re di Benedetto Bonfigli, realizzato nel 1495. Da qui prende forma Even Men Cry Sometimes, che affronta il tema del pianto maschile e della vulnerabilità emotiva attraverso una raccolta di testimonianze personali.
Ryan ha rivolto un primo invito a uomini a lei vicini, amici e non, in diverse parti del mondo, chiedendo loro di inviarle una cartolina con il racconto dell’ultima occasione in cui hanno pianto. Le testimonianze raccolte entrano così nel lavoro dell’artista, trasformando un’esperienza privata in una narrazione collettiva.
Il progetto è concepito come un work in progress, destinato a crescere nel tempo attraverso nuove adesioni e nuove testimonianze. Un archivio aperto che mette in discussione i modelli culturali legati alla mascolinità e alla necessità di controllare o nascondere la propria vulnerabilità emotiva.
Il carattere aperto e partecipativo di Even Men Cry Sometimes trova una naturale corrispondenza nella filosofia di Spazio HASITA, realtà nata nel 2023 nel quartiere milanese di NoLo e fondata da Haluk Terzioglu, Founder di Spazio HASITA. In questi primi tre anni lo spazio ha costruito un percorso aperto a artisti, culture, generazioni e linguaggi differenti, mettendo in dialogo arte, design e sperimentazione e facendo dell’incontro e del confronto con il pubblico e con il quartiere uno degli elementi centrali della propria identità.
La scelta di collaborare con Matteo Pacini e Virginia Ryan nasce da questa stessa visione e guarda al futuro di Spazio HASITA. La mostra diventa così il progetto con cui lo spazio sceglie di raccontare il proprio terzo anniversario: un traguardo che coincide con un nuovo inizio, nel segno del principio Everything begins with people.
La storia di Spazio HASITA parte dal recupero di una ex bottega storica di via Venini, rimasta chiusa per oltre dieci anni, ma è soprattutto attraverso la programmazione e le relazioni costruite dal 2023 a oggi che lo spazio ha definito la propria vocazione: un luogo di apertura e dialogo, capace di mettere in relazione esperienze e prospettive diverse.
L’apertura verso il quartiere si traduce anche in un gesto concreto: in occasione di ogni mostra, la pasticceria-gastronomia turca situata di fronte allo spazio realizza un dolce dedicato al progetto espositivo. Anche per Even, Sometimes questa consuetudine accompagna la mostra, creando un ulteriore momento di relazione tra arte, comunità e territorio.
Sangue e lacrime diventano così due estremi di uno stesso discorso: il corpo come luogo nel quale le convenzioni culturali possono essere messe in discussione. Il gesto del ricamo, della scrittura e della raccolta delle testimonianze costruisce una relazione tra immagine, materia e parola, facendo emergere una vulnerabilità che non coincide con la fragilità, ma può diventare consapevolezza, relazione e possibilità di dialogo.
Con “Even, Sometimes”, Virginia Ryan porta a Milano una ricerca che intreccia esperienza personale, antropologia, memoria e cultura materiale. Due progetti apparentemente lontani diventano parti di un unico racconto: quello di un corpo che attraversa i propri tabù e trasforma ciò che per secoli è stato nascosto, censurato o taciuto in materia di confronto e condivisione.