Antropocene – Metamorfosi delle rovine
dal 16 Oct al 25 Oct 2026

Antropocene
(Metamorfosi delle rovine)
di Sergio Angeli
a cura di Michela Becchis e Monica Pirone
dal 16 al 25 Ottobre 2026
vernissage 16 Ottobre ore 18,30
Casa del Municipio IV Ipazia D’Alessandria
viale Rousseau 90, Roma
Produzione e comunicazione Officinenove
In collaborazione con il Municipio Roma IV
info: angelintro@gmail.com
orari mostra da martedi a domenica 16.00-19.00
Un dialogo su “Antropocene: metamorfosi delle rovine”.
Il lavoro che Sergio Angeli porta avanti da qualche anno si struttura in capitoli che assumono strutture narrative assai diverse. C’è un unico titolo, I resti del mondo, che accomuna quattro diversi passaggi di questa ricerca, un concetto base che si modifica ogni volta che torna ad essere dialogo sempre con diversi medium che si sono fatti nel progredire di questo racconto sempre più leggeri, impalpabili. Come se una specie di pacifica trascendenza del supporto facesse da contraltare man mano che il racconto e gli oggetti che Angeli rappresenta, e che quel racconto costituiscono nella loro parvenza, si inasprissero. Fino a qui.
Fino a quest’ultimo passaggio che si presenta con un titolo diverso Antropocene: metamorfosi delle rovine. Angeli cambia titolo perché si intenda che quei resti, ciò che in modo scellerato gli esseri umani abbandonano ovunque, è ciò che caratterizza l’Antropocene; una sorta di protervia che chiama direttamente in causa la responsabilità umana. Nell’idea di rovina c’è sicuramente il fattore tempo che agisce come operatore della metamorfosi, ma il resto qui è segnacolo di quella che è stata definita “fine della natura”, atto di responsabilità cieca e nefanda tutta racchiusa nel termine ormai apocalittico Antropocene.
Monica Pirone: Definirei la modalità espressiva di Sergio come seriale. Questa modalità è da tempo il modus operandi della sua ricerca. Un percorso a tappe che concettualmente rimane costante, ma nella scelta del medium si fa site specific. Il nucleo teorico che supporta la lunga ricerca de I resti del mondo si struttura come un accavallarsi riproduttivo, una sorta di modulo, che però si adatta all’ambiente che ogni volta ospita un nuovo capitolo fino a questo Antropocene: metamorfosi delle rovine.
I materiali plastici trasparenti determinano un rapporto con lo spazio e con chi osserva diverso rispetto a tutti gli altri capitoli: sparisce la superficie e rientra il colore a rappresentare l’essenza materica di quegli oggetti. Nonostante il colore c’è un passo verso un’ulteriore scarnificazione di quegli oggetti significanti. Se è vero che il supporto di un’opera non è mai una scelta casuale o solamente legata ad un effetto istallativo finale, qui il rapporto supporto/oggetto dipinto è elemento centrale di una riduzione concettuale che apre un varco per chi guarda.
L’infilata degli elementi pittorici su supporto trasparente viene attraversata dall’immagine proiettata costruendo uno spazio che accoglie all’interno chi visita la mostra. Non si osserva più solamente, si è parte integrante dell’istallazione e anche di un processo che procede per loop.
Michela Becchis: Sergio Angeli è partito dall’oggetto-resto esposto nel suo dato reale che costruiva una istallazione, nel prosieguo di questa ricerca l’oggetto è scomparso per lasciare spazio a qualcosa di assai simile all’ombra nucleare, quelle terribili ombre che rimasero dopo l’esplosione di Hiroshima, per tornare a riapparire questa volta dipinto come a riacquistare una corporeità che dialoga con la fisicità di chi osserva e con più forza ne coinvolge giudizio e responsabilità. Una paziente e puntuale ricerca che tenta di trasformare ciò che pensiamo noto in ciò che deve essere conosciuto. Nessuna verità, nessuna conoscenza risiede nel noto.
In questo lungo percorso su ciò che significa il residuale, l’elemento materico scelto da Angeli è fondamentale nel rapporto rappresentazione medium.
Marshall McLuhan scrive che “il contenuto di un medium è sempre un altro medium”. Nel caso di Angeli la sincronicità tra la presenza costante degli oggetti che si fanno traccia e l’obbligo che a questi oggetti l’artista sembra imporre a mutare il luogo dove trovano posto, trovano alloggio, si trasforma in diverse esperienze prima simboliche e poi conoscitive che rientrano nella categoria dell’immediatezza, una modalità di coinvolgimento dell’altro che crea il desiderio di avere un rapporto diretto con l’oggetto della rappresentazione, dimenticando la presenza del medium. L’oggetto che vediamo anche se non ne riconosciamo più la provenienza ma la sua consistenza spettrale diventa visibilità pura di un concetto che non consente scappatoie.
Quello che cerca Angeli è un passaggio dall’opacità alla trasparenza anche concettuale di ciò che rappresenta. Se, come dice Monica Pirone, il procedere artistico di Angeli è modulare, ebbene quel modulo è tuttavia capace di rimodellarsi in continuazione, esattamente come i resti che rappresentano, in una forma altra e diversamente dialogante. È in questo che risiede infine l’aspetto poetico e artistico di questa lunga ricerca: trasformare il tragico, il mostruoso in un dialogo di conoscenza.
( Michela Becchis e Monica Pirone )