ANTONIO GUCCIONE | BRIGHT LIGHTS
dal 14 Sep al 14 Oct 2026

Dal 14 settembre al 14 ottobre 2026, alla vigilia e in occasione della Milano Fashion Week (22–28 settembre), Galleria Vik Milano presenta negli spazi di VikPellico8 Antonio Guccione Bright Lights, una selezione di fotografie che riporta lo sguardo alla New York degli anni Ottanta e Novanta e alla stagione in cui le top model divennero icone globali, mentre la moda italiana conquistava una posizione centrale nell’immaginario internazionale.
ANTONIO GUCCIONE | BRIGHT LIGHTS – When the room was dark and the years very bright – a cura di Alessandro Riva
Ci sono epoche che, osservate a distanza, sembrano aver prodotto non soltanto immagini, oggetti e stili, ma una particolare qualità della luce. Gli anni Ottanta e Novanta furono, per la moda, uno di questi momenti: un lungo laboratorio nel quale Milano, Parigi e New York si scambiavano linguaggi, talenti e intuizioni, il Made in Italy usciva definitivamente dai confini nazionali e la figura della modella acquistava una presenza pubblica fino ad allora sconosciuta. Cindy Crawford, Iman, Tyra Banks, Elle Macpherson, Micaela Bercu, Susie Bick e Pia Klover non erano più soltanto interpreti di un abito o di una campagna, ma personalità riconoscibili, capaci di incarnare un’intera idea di bellezza e di trasformare una fotografia in un’immagine generazionale.
Antonio Guccione attraversò quella stagione muovendosi tra fotografia di moda, ritratto, pubblicità e arte. Il suo archivio analogico, composto da oltre centodiecimila negativi, conserva la memoria di un sistema creativo che viveva di grandi produzioni e di incontri inattesi, di mesi di preparazione e di un istante impossibile da programmare. Bright Lights ne riunisce una selezione essenziale: otto fotografie in bianco e nero di formato 50 × 40 cm, due immagini verticali di formato 150 × 120 cm, Jasmin & Pomodoro (120 × 150 cm) e Silver Body, trittico composto da tre fotografie di formato 50 × 40 cm, nato da una richiesta di Gianfranco Ferré. Non si tratta di una ricostruzione cronologica, quanto di un montaggio di presenze e di apparizioni che restituisce il ritmo visivo di quegli anni.
l bianco e nero, dominante nel percorso, non agisce come una patina nostalgica, ma come una struttura: toglie all’immagine tutto ciò che è accessorio, rende il corpo quasi scultoreo, concentra lo sguardo sul gesto, sulla posa e sulla relazione fra il tessuto e la luce. Il colore compare come un’eccezione, soprattutto nelle fotografie in cui la moda incontra apertamente l’arte, come in Jasmin & Pomodoro, realizzata nel 1984 davanti a una sfera di Arnaldo Pomodoro. Qui il corpo, l’abito e la superficie metallica non si limitano a condividere lo spazio, ma costruiscono una geometria comune, nella quale la fotografia smette di essere semplice documento della moda e diventa immagine autonoma.
Il bianco e nero, dominante nel percorso, non agisce come una patina nostalgica, ma come una struttura: toglie all’immagine tutto ciò che è accessorio, rende il corpo quasi scultoreo, concentra lo sguardo sul gesto, sulla posa e sulla relazione fra il tessuto e la luce. Il colore compare come un’eccezione, soprattutto nelle fotografie in cui la moda incontra apertamente l’arte, come in Jasmin & Pomodoro, realizzata nel 1984 davanti a una sfera di Arnaldo Pomodoro. Qui il corpo, l’abito e la superficie metallica non si limitano a condividere lo spazio, ma costruiscono una geometria comune, nella quale la fotografia smette di essere semplice documento della moda e diventa immagine autonoma.
Allo stesso modo, nel trittico Silver Body la modella, interamente ricoperta di colore argento e fotografata di spalle per mettere in evidenza la costruzione del costume di Gianfranco Ferré, assume la fissità di una statua antica. È una delle immagini che meglio raccontano il metodo di Guccione: un impianto studiato con rigore, capace però di lasciare spazio alla postura imprevista, alla variazione minima, a quel momento in cui la persona emerge dalla posa e obbliga il fotografo a seguirla. Come ha raccontato lo stesso Guccione, ripensare oggi quelle fotografie «non è nostalgia: è il tentativo di capire cosa resta, cosa resiste, cosa continua a parlarci».
Il titolo Bright Lights, nel quale risuona l’eco del romanzo Bright Lights, Big City di Jay McInerney, condensa così due luci diverse: quella concreta dei set, strappata al buio dello studio e della camera oscura, e quella più ampia di anni vissuti con la sensazione che tutto fosse possibile, soprattutto a New York, dove moda, arte, cinema e musica appartenevano ancora alla medesima scena quotidiana. Rivedere oggi quei volti e quei corpi significa dunque misurare la distanza fra due regimi dell’immagine: da una parte la lentezza della fotografia analogica, fondata sull’attesa e sulla concentrazione; dall’altra l’attuale circolazione istantanea e ininterrotta delle immagini. Fra questi due tempi, le fotografie di Guccione continuano a conservare qualcosa che non coincide né con la moda né con la memoria, ma con la qualità irripetibile di un incontro.