AFFETTO
dal 4 Ott al 4 Nov 2014
Per molte culture e per il nostro Occidente la dimensione del corpo è protetta da un’attenzione sacrale.
Leonardo Da Vinci teneva il riserbo sulle pratiche anatomiche condotte sui cadaveri. Il trattato De Humani Corporis Fabrica di Andrea Vesalio, in tal senso rappresenta un’opera seminale che indica nell’osservazione diretta e nella dissezione la via maestra per lo studio dell’anatomia. Il fatto che faccia riferimento a una Fabrica, per dire del corpo umano, ovvero a qualcosa di meccanico, di costruito, al pari di altre creazioni dell’ingegno, è indice di come è mutata la concezione medica.
Le tavole che illustrano l’opera del medico, patavino d’adozione, sono le prime rappresentazioni anatomiche per le quali si cercava l’esattezza dell’immagine e la cura del dettaglio. Quel che interessava nel lavoro dell’artista era una rappresentazione obiettiva, il più possibile neutra ed esaustiva, una rappresentazione ideale. Le membra del corpo umano dovevano essere prive di ogni riferimento simbolico o religioso. Dovevano avvicinarsi a quanto Vesalio stesso vedeva operando sul tavolo anatomico.
Da allora, i cinque secoli che ci separano da Vesalio si sono riempiti di immagini. Il corpo umano è divenuto uno dei soggetti prediletti in ogni modalità di rappresentazione. E ciò non solo attraverso le arti, ma anche e soprattutto grazie alle tecnologie della visione di cui disponiamo. Parallelamente, però, la valenza culturale del corpo umano e dei suoi organi è andata mutando fino a giungere a esiti imprevedibili e distorti. Basti pensare a quelle serie televisive che mettono in scena, la sera, davanti a una leggera cena che abbiamo finalmente deciso vegetariana, il grand guinol della carneficina medico legale holliwoodiana.
L’arte, in quanto pratica di elaborazione di significati simbolici, che per secoli ha mantenuto il privilegio di trattare la materia dell’anatomia è oggi muta di fronte a tale spettacolo. Perché l’arte non parla più il linguaggio della rappresentazione oggettiva, ma un cuore di silicone sul quale conversano attori, in veste di medici o poliziotti, è ancora un oggetto reale? E che tipo di relazione simbolica potrà mai intrattenere con altri oggetti?
Federica Ferzoco conduce in tale direzione un’attenta ricerca. Le sue opere sono spesso oggetti, materia che ha una propria evidente fisicità, ma raramente tale fisicità è presentata senza misurare la distanza tra questa e l’idea alla quale aspira, senza un possibile e problematico rimando simbolico e perciò, quel che è più interessante, senza una chiav