LOBODILATTICE

UN OBLO' AL TELESCOPIO PER RITMARE IL MIRAGGIO D'UNA BARENA

A Verona, iniziando da Ottobre 2025 e sino a Novembre 2026, è ospitata l’interessante collettiva d’arte contemporanea dal titolo Olboblo, che giunge alla seconda edizione, presso gli spazi diffusi dell’Università cittadina, al Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. Vi partecipa un “quartetto” di sole donne: Celeste Bombardieri, Federica Cortese, Chiara Salin, Selene Tenca. L’esibizione cita i caratteristici oblò lungo i corridoi di collegamento fra le ali del palazzo. Ma chissà quanto la nostra percezione delle opere d’arte “si sbatterà” sulle “palpebre” della meraviglia, approdando ad una terra quasi fatata di nuovi significati. La consonante liquida della < l > muta quella della < r >, con un lirismo orientaleggiante, rispetto ad una parola, molto usata nel dialetto veneto, che comporta la cecità: orbo. In filosofia del linguaggio, l’analitica del palindromo aiuterà ad indirizzare una fenomenologia per i corsi ed i ricorsi della storia. A volte contano le assonanze lessicali, oltre i rigonfiamenti grafici: menzioniamo per esempio i fumetti su Barbapapà o su Peppa Pig. Verona è un importante snodo, per l’Italia rispetto al Nord-Europa.

Sotto la curatela di Alice Barbieri, le artiste avrebbero provato a ricercare un oblò, come al telescopio, e per ritmare il miraggio d’una barena, laddove il mare si confonda con la laguna. La scienza ci spiega che l’evoluzione si compie conquistando le terre emerse. Nel palazzo veronese, l’oblò dovrebbe consentire un collegamento fra le varie isole (metaforicamente dalle aule, in cui l’apprendimento degli studenti viene sottoposto ad una verifica, mediante l’esame). Di certo la cultura resta sospesa per “arieggiamento”, pure critico, rispetto agli apparati fissi d’una biopolitica per la nazione. Un’onesta cassandra vorrebbe mettere tutti d’accordo, spronandoli almeno ad aggiornarsi, se non proprio ad innovare. Forse subentra un tradizionale problema di pedagogia: quanto il bravo maestro eviterà d’influenzare l’allievo? Un conto è dire < Non preoccupatevi, lo risolverò io: ma per la vostra sicurezza > (con la biopolitica); un altro conto è dire < Guardate che tutti voi sbagliate; ma io vi lascio, perché non insisto > (da una cassandra). Esteticamente, si percepirebbe una dialettica tra lo scudo e l’oblò. Innanzi ad un “oceano” delle notizie, in tempo reale, bisogna imparare a “riemergere” da una “palude” delle inesattezze, o peggio delle falsità. Il “parassitismo” dell’isola, senza l’autonomia del continente, non sarà appena “pescato” ma in una “circumnavigazione” dell’ermeneutica. E’ svantaggioso limitarsi all’approdo.

Un telescopio virtualmente “si ricama” fra le “coste” delle galassie al magnetismo delle correnti. Quindi il tunnel o la stringa spaziale comporterà un “verricello” per la focale. Più genericamente, la nomenclatura scientifica sarebbe trascritta al “miraggio” per l’esibizione d’una statua. La fissità d’un ordine in natura sul ciclo della vita (primariamente fra gli animali inferiori e gli animali superiori) si farà influenzare dalle “risacche” delle dicotomie: ad esempio perché conviene avere la colonna vertebrale. In biologia, esiste anche il modello del saltazionismo. Le coste coi golfi o con le insenature si delineerebbero ad oblò rattoppante, laddove il panorama a 360° si farebbe ipnotizzare da un dirimpettaio.

A Verona, Celeste Bombardieri porta una collagrafia su carta, dal titolo Echi. Esteticamente a lei premono gli organismi viventi (sia marini sia terrestri) alla continuità d’un movimento ciclico. Gli uomini, al vertice dell’evoluzionismo, hanno il privilegio di sapere come orientarsi. La sopravvivenza spinge alla migrazione. Questo è per l’artista un fenomeno serio, ma non pericoloso. Può mancare il “ciclo del… respiro”, sotto la pressione d’un sovrappopolamento che impedisce la redistribuzione delle risorse. Ma quanto il respiro si doterà d’un oblò, mediante l’eco? Chi è caritatevole s’immedesima nelle suppliche. Il collage ci permette di far ondeggiare l’irraggiungibilità delle stelle, tramite cui noi misuriamo la nostra piccolezza. Per l’artista si dovrà comprendere che, se la migrazione è di natura, e la sopravvivenza è un diritto, allora il riequilibrio avviene dall’accoglienza. La collagrafia farà “respirare”, grazie alla bellezza, ogni “muffa” della parete. La caverna sarebbe stata il “primo oblò” per un prigioniero pittore, con la sua tavolozza, rivisitando il celebre mito di Platone. Ovviamente dobbiamo menzionare l’arte rupestre. L’evoluzionismo ha “luci ed ombre”, se alcune specie sopravvivono, ma altre no. Esiste forse il “rattoppo” del finalismo, per cui conviene che s’accetti il proprio destino? Dall’opera esposta, ci piace immaginare uno “zootropio” di ricerca sul senso. Il respiro è la maniglia antipanico di rinvio sulla morte; quello fluttuerebbe come una boa di salvataggio, in mare aperto, dove serve spiritualmente il cannocchiale. I migranti dall’Africa all’Europa purtroppo si stipano in barche di fortuna, coi criminali scafisti che lucrano sul “viaggio della speranza”. In ambito solo biologico, la mente respira oltre la “cenere” dell’intuizione che confonde; si capisce sempre mediante una regolamentazione.

Chiara Salin appende a Verona un collage di fibre tessili. Con queste si potrà rintracciare, al radar, il giusto outfit per i vestiti? L’opera precisamente s’intitola La soglia. L’artista ha recuperato degli abiti usati, giacché sensibile al tema della sostenibilità ambientale. Cestinando al macero, la soglia si percepirà cingolata. Serve fatica e cura, per restaurare. Il fondale dell’arazzo è solo nero, quantunque al sovraccarico dello spettro luminoso, dalle stoffe coi colori tendenzialmente primari. Il radar funziona cogliendo in flagrante. La vita è tale in quanto si trascina, spontaneamente, verso il buio della morte. In noi, i vestiti fungono da barene che rallentano l’irrigidimento della pelle, al freddo. Ciò varrebbe sociologicamente, qualora si sbandierasse la propria autonomia, all’interno d’un arcipelago dovuto alla moda che s’insinua. L’ecologismo sul riciclo nasce in opposizione al capitalismo, per l’usa e getta. Alcune pezze di stoffa si contorcerebbero come le meduse. Si tratterebbe, in aggiunta, di garantire un’aspirazione sugli accumuli delle materie plastiche, negli oceani. Nell’Universo, la probabilità di trovare altre forme di vita c’è, benché (paradossalmente) dovendo lanciare milioni di volte il “dado” per la giusta combinazione fra le coordinate sul nostro telescopio. Si percepisce la durezza nel lirismo dell’astronomia; alcune stoffe proteggerebbero il loro mistero attraverso una corona di merli. Gli organismi abbandonano la terra limacciosa (anche degli impulsi primari), per astrarsi perfino spiritualmente, con l’uomo. L’occhio dell’esploratore si puntellerebbe sul poliedro, per le facce d’un pianeta che gravitasse attorno ad un Multiverso. Così potremmo immaginare un outfit con le sonde spaziali.

A Verona, Celeste Bombardieri porta una videoinstallazione, dal titolo Infiniti. Una donna entra in mare; accanto a lei appare una bara, che ondeggia casualmente. Ricordiamo la barena della terra rispetto al limbo dell’ade. Qui la bara tramuterà positivamente in zattera. Il mare rappresenta l’anticamera sognante per il cielo della beatitudine. Forse occorrerà “l’oblò sgocciolante” della mongolfiera. I desideri ci arrivano ad “ondate”, che preservano la superficialità dell’inappagamento. Per il naufrago, l’isola dà il surrogato d’un approdo (senza alcun sigillo). Qui la bara si doterebbe d’una zavorra, grazie al corpo della donna (con le braccia a far veleggiare il sipario sulla morte). Sembra che lei abbia dovuto sacrificarsi, per resuscitare. E’ complicatissimo benedire il mare, dove mancano le sedie e la linea dell’orizzonte si disperde. A maggior ragione noi non possiamo accettare che i migranti muoiano per inabissamento, senza ricevere un’adeguata sepoltura.

Celeste Bombardieri ha anche appeso il poster d’un planisfero. E’ l’opera che si chiama Untitled, dove i continenti emergono grazie ai granuli variopinti di plastica, mentre lo scioglimento dei ghiacciai si farebbe addirittura ovattare dalla luce solare. Si percepisce bene la distopia, per la cartina fisica che si mescola con la cartina politica. Rimane soltanto un fitto “ginepraio” di coordinate, pericolosamente bombardabili od al domino per le faglie, mentre la povertà degli oceani “insaponati” ci ricorda che, qualora colonizzassimo un altro pianeta, perché la Terra sarebbe invivibile, non recupereremmo più una vera bellezza. La plastica erge “ondate di sigilli”; tendenzialmente la distorciamo, faticando a romperla. Essa ci viene addosso col suo rivestimento, atrofizzando la sorgente resuscitante per i sedimenti organici del petrolio. Si spiega così la moderna sensibilizzazione della politica contro l’incauta dispersione dei tappi. La plastica sarebbe quasi una gramigna per il consumismo, simbolicamente. Un indispensabile sacchetto della spesa isola il nostro impulso all’accumulazione. Gli appassionati del lusso più intelligente, che è quello del viaggio, aggiungono un chiodino sulle carte geografiche, in corrispondenza delle destinazioni raggiunte. Il turismo avrà la sua dialettica con la cultura. Politicamente valgono i “ricami” dei confini, dopo i “sigilli” delle paci. L’artista Christo soleva impacchettare gli edifici; questo permetteva di nascondere gli scarti del consumismo?

Chiara Salin ha esibito l’installazione a tecnica mista che si chiama Bios. Da una radice levigata germoglia la preziosità spuria della plastica. Esteticamente, è un’ibridazione tanto inquietante quanto affascinante, la quale vuole provocarci. La coscienza ambientalista lotta contro la distruzione della Terra, perché noi la inquiniamo troppo. C’è il parassitismo del consumismo. La plastica si pone agli antipodi della preziosità, fra la serialità e l’omologazione. Il gadget dipende da un utilitarismo, per banalizzazione. In chiave naturale esistono pochissime spiagge con milioni di granelli in quarzo (come in Sardegna). La radice ed il ramo si contorcono per caso, senza la linearità della serialità industriale. L’installazione si percepisce attraverso le spie psichedeliche, partendo da una certa tipologia di funghi. La radice assume uno zoomorfismo od un antropomorfismo: dalle corna, dal becco, dalle braccia ecc… E’ suggestiva la predominanza del verde al di là della clorofilla, per naturalezza, fra il cinabro inverniciante ad evidenziare e lo smeraldo, che ha quasi il timore di perdere il suo privilegio, gocciolando. La plastica non pare faticosamente rimodellabile (come s’augurerebbe una maestranza artistica), bensì da assemblare automaticamente. Il petrolio deriva da una decomposizione; dunque il progressismo del riciclo è progettato al piano B. Oggi si discute molto in merito alla bontà degli organismi geneticamente modificati.

Nell’installazione che si chiama Matrioska, Chiara Salin ricorre al vetro borosilicato soffiato, collaborando con Tommaso Colesanti. Esteticamente a loro interessa la percezione dell’accoglienza. C’è una coppia di matrioske. Così vale il primo livello dell’incastro: quello dove si ha un po’ di titubanza nel partire (temendo che poi non arriveranno i “frutti”). Il vero amore evolve la riflessione su di sé verso una rifrazione con la propulsione. Da una quercia, la ghianda pare una sirena, per le strategie di conservazione della specie che sfruttano i connubi: ad esempio grazie alla ghiandaia. E’ questo, figurativamente, il minimalismo che cerca l’artista. La bottiglia gettata in mare, contenendo un messaggio, fungerebbe da contraltare migliore per la navicella nello Spazio, col dubbio che possiamo incontrare gli strani alieni. Già viviamo l’esistenzialismo dell’incomunicabilità coi nostri familiari, amici, colleghi ecc… quando siamo troppo presi, da un desiderio o progetto personale. La matrioska diventa un oblò per la clessidra. Ricordiamoci un obiettivo che stringe sulle tempistiche previste. Ma l’amore ripara dallo stress. Esso è così totalizzante da farci scudo mediante la trasparenza del cielo, semplicemente dopo averlo toccato con un dito (da un noto modo di dire). Serve che la clessidra ipnotizzi con la calma l’inarrestabile caduta dei sassolini, oppure che il faro sulla riva abbracci il naufrago con l’intermittenza delle luci. Amando, il nostro partner ammorbidisce la prevedibile tensione che ci blocca, per vulnerabilità, innanzi agli obiettivi ed ai progetti, con la loro volubilità. La trasparenza del vetro sarà la pudicizia per l’anima.

A Verona, l’opera d’arte dal titolo Illustrazioni per Homo Empathicus di Rebekka Kricheldorf viene da Federica Cortese. C’è una serie di dieci tavole, con la stampa su carta. Dalla scrittrice Rebekka Kricheldorf, il testo teatrale inscena una comunità di individui alla distopia dell’empatia, giacché asessuati, vegani, animalisti ecc… col politically correct. Ma basteranno le “tentazioni” emblematiche di Adamo ed Eva ad irrompere, e certificando il fallimento d’ogni radicalismo. Chi è empatico prova a ritmare l’inclusività. Spesso si stimola ad aprirsi tanto, come facendo outing. Il rischio del pride è che esso si svilisca nella “macchietta”, al feticismo (pure dall’outfit) per gli slogan ed i manifesti in un corteo. Questo non aiuterebbe più le rivendicazioni per la parità dei diritti. Ma quanto la lettura in silenzio sarà un antidoto contro la “fanfara” della propaganda? Adamo ed Eva caddero esattamente nel feticismo, e tramite la mela. Questa era percepibile come un oblò succulento, riflettendo la tentazione dell’occhio sull’erranza d’un destino “naufragato” (che poi unicamente Cristo potrà reindirizzare, salvando l’intera umanità).

L’artista insiste sulla raffigurazione d’una coralità la quale si distacca, paradossalmente. Il dito alzato sulla bocca, per zittire, manda meramente i “segnali di fumo”, dal suo totem, dopo aver bruciato la pagina col segnalibro. L’auditorium si percepisce in modo magnetico, per il conferenziere: c’è l’ago dell’eloquenza contro il ventaglio della retorica. Sembra che la danza porti l’applauso delle mani alla lode dell’investitura. In un rituale, la processione si trasfigura in coralità grazie ad un “maestro”, che funge da guida. Tuttavia un’eccessiva dipendenza diventerà svantaggiosa per la comunità. La comfort zone impedisce l’innovazione. Oppure sopraggiunge il “disturbatore”, il quale svela ogni ipocrisia sull’utopia per il “paradiso in terra”, se gli uomini s’affezionano ad un potere che non è più in condivisione. Oggi Adamo ed Eva laicamente “sputerebbero” la mela del peccato… In questo modo loro accuserebbero il capitalismo, ad esempio nel campo dell’edonismo.

L’artista Selene Tenca ci presenta a Verona il suo progetto dal titolo Le coperte di casa, che è massimizzato da una videoinstallazione. Esteticamente, a lei interessa che l’uomo viva in un ecosistema dove l’armonia ha superato la gerarchia. C’è la storia d’una creatura, caricandosi così di magia, che si risveglia all’interno d’una sfera composta da triangoli cuciti. Si percepisce dunque un ingombro per la stella. Materializzando la luce in oro (caldamente) ed argento (freddamente), si potrà “scalciare” dal “grembo” d’un pallone. Da un lato c’è l’influenza astrale sul desiderio, dall’altro lato c’è il bisogno di proteggere i beni. Un pallone classico da calcio si decora coi pentagoni, se simbolicamente si punta col tiro. L’artista li avrebbe smussati, attraverso gli esagoni che avvantaggiano perché “sgonfiano” ogni coinvolgimento: ad esempio riposando sotto ad un tetto. Una Terra in sommovimento, alla sua miniatura, permetterebbe di simboleggiare che le specie viventi sono fra di loro interdipendenti. Nei triangoli cuciti si percepirà il “battito” da un effetto farfalla, per una didattica ovviamente ecologistica. La coperta e lo scudo sono parimenti pesanti; la casa virtualmente li sintetizzerebbe, dal calore che protegge. Ma quanto l’oblò si percepirebbe alla miniatura d’un neo nella nostra pelle? Per l’artista noi dovremo accettare l’imperfezione, pure per rispettare la “casa” della natura (senza che questa sia sottomessa, artificialmente).