LOBODILATTICE

LA NATURALEZZA DELL'OSPITALITA' CHE CEDE ALL'ECCEZIONALITA' D'UN ESTRANEO FURTIVO

A Pistoia, presso la Galleria “Vannucci”, è ospitata dal 30 Novembre 2025 al 16 Febbraio 2026 la mostra d’arte contemporanea Mi piacerebbe rimanere qui più a lungo, con le fotografie di Erika Pellicci. Esteticamente, a lei interessano molto gli ambienti interni. La naturalezza per l’ospitalità altrui cede all’eccezionalità d’un estraneo furtivo. Perciò le gambe accavallate della donna sono spiate, e la cottura sulla piastra “andrebbe” condivisa, mentre la cura del corpo, tramite la vasca, presuppone non solo la rilassatezza (insaponandosi), bensì un parkour (tirando la tenda). Un soggiorno appare furtivo quantomeno per chi, “staccata la spina” dalla quotidianità, lamenti l’impossibilità di trasferirsi definitivamente! C’è una fotografia in cui il corpo nudo tenta d’aggrapparsi ad una scala, pure squarciando un drappo nero (dalla dura parete ad un mantello fluttuante). Noi capiremo il mito di Sisifo? Cercando il rifugio della propria interiorità, per timidezza oppure per pudicizia, dialetticamente l’evasione si renderà banale col “mettersi in bella mostra”. Il corpo funziona da complemento d’arredo, per la densità appannante dei pensieri. Psicologicamente, i vissuti distendono le esperienze. Il corpo è basico dagli istinti, mentre il pensiero è progressista dalle intuizioni (più o meno idealizzanti). Ma chi “si stressa” poiché progetta parecchie azioni, nel medesimo tempo, poi si scontrerà con la loro sostenibilità.

Ad appannaggio di Erika Pellicci, c’è la sovraesposizione o la sfocatura. Così si percepirà la quotidianità dell’intimismo, con le intuizioni da “snodare”. Una fotografia esibisce tante sedie adagiate sopra i tavoli, in attesa che si concludano le pulizie della sala. La persona sensibile è quella cui noi “tocchiamo le corde” degli istinti appannati dai desideri. Per il “gentile pensiero” di “chiarimento pulente” con lei, ci servirà un po’ di tempo! La sovraesposizione diventerebbe simbolicamente angelica. Almeno in caso di malinconia, il fedelissimo amico del cuore ti dirà il < Ci sono passato pure io >. L’angelo compare in una fotografia (con Erika Pellicci che vive a Berlino, suggerendo la citazione da un film di Wim Wenders). La sfocatura della mente sarà dialettica all’ovatta della sensibilità. L’immediatezza del corpo diventa finta, se si cede agli urti dei ruoli sociali, oltre le attitudini personali. La spirale senza uscita dell’alienazione comporta che, per evitare l’omologazione, s’agogni la competitività. Ma quanto la fotografia garantirà il “tatto” della constatazione, in merito alla fluidità dell’identità? La casa ci protegge soprattutto di notte. Nel contempo essa reprime le paure ancestrali, dalle finestre agli spettri. Erika Pellicci dapprima fotografa in analogico, quindi stampa i negativi ed infine fotografa di nuovo le stampe, in digitale, preservando senza ritocchi le imperfezioni depositatesi. La pudicizia s’ispira dal lirismo, rispetto alla vulnerabilità per l’esistenzialismo.

Nella fotografia dal titolo Un posto giusto per nascondere i pensieri, Erika Pellicci ha posato nuda, e dandoci le spalle mentre è circondata dagli alti steli d’erba, in un campo. Noi percepiamo che la mietitura deriva da una sovraesposizione. Dialetticamente, forse chi nasconde i pensieri li ammette per sensibilità? Con Blaise Pascal, più genericamente, l’uomo è fragile come una canna al vento: questo dà una dignità alla coscienza. Jackson Pollock dipinse il quadro dal titolo Pali blu, col totem a rinfrescare addirittura il suo fumo. Invece ad Erika Pellicci interessa l’acidità: dal sole che acceca al mito di Edipo, mentre il sapone di Marsiglia può emendare in tagli, come per il limone.

L’Autoritratto della fotografa è all’ingrandimento del volto. Vale il gioco fra le luci e le ombre, attraverso le righe, che farebbero cadere degli orecchini direttamente dalle ciglia degli occhi chiusi. L’orientamento della tapparella sarebbe stato contorto, all’onirismo per cui i pensieri non hanno una concatenazione. La faccia pende parecchio. Un tuffo nel sogno consentirebbe alla pelle di fluttuare, e dalla libidine che poi la società incanala, sublimando i ruoli. Il pendente “graffia” per ipnotismo. L’autoritratto è teatrale; benché esso finga sulla realtà, vogliamo che vi emerga un’anima.

Nella fotografia dal titolo Sipario, Erika Pellicci sale nuda da una scala a pioli. La posa si percepisce un po’ statuaria. L’artista regge un drappo nero, dalla mano sinistra e lungo la schiena. Lo spirito apollineo (citando Friedrich Nietzsche) dovrebbe “ammansire” l’orizzonte problematico del vissuto (complice l’alta parete). La scultura Nike di Samotracia ha le “pieghe alate”. Da Platone, il mito del carro e dell’auriga ci svelerebbe la briglia libidinosa dai pioli alle corna, in una corrida. In tutti i casi vale la teatralità.

Nello scatto dal titolo Angela compra le sigarette, al bancone d’un chiosco gli alimenti da scartare o le riviste da sfogliare perfino si trasfigurerebbero, grazie alle ali nel costume d’una donna. Il capitalismo moderno dà l’usa e getta. Esso è respinto perché non sublima il desiderio dell’acquirente (saziandolo “saggiamente” all’imperturbabilità dell’anima). La sigaretta si limita alla pausa, contro lo stress. Esiste anche il mondo se non fatato certo patinato delle riviste scandalistiche (come Bild, reclamizzato sulla cornice superiore del chiosco). Così Erika Pelicci ricorrerebbe allo straniamento, dal miracolo religioso con l’angelo. Ma quanto ciò servirà ad esorcizzare la malagestione d’una discarica?

Nello scatto dal titolo Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti, la filastrocca ci inquieterebbe all’ironia da una distopia. Allora il fotografo cercherà l’antidoto per monito della luccicanza (da Stephen King), oltre la sfocatura. Il manicomio ha il ring in miniatura, mediante la camicia di forza. Il disegno del letto proverà ad esorcizzare l’ombra d’una croce: dalla finestra verso il cielo alla botola verso l’abisso. Tendenzialmente lo spettro dovrebbe sfuggire alla nostra percezione (angosciandoci). Però in questa fotografia si svela la scia d’un ingabbiamento. Lo spettro si nasconderebbe (sotto il letto) per resistenza (a denti stretti). C’è la citazione della gabbia per Francis Bacon. Le doghe del letto “ringhieranno” al figurale (con Gilles Deleuze) d’una morbidezza in sfocatura, sul cuscino dell’incubo. Lo spettro dei colori è comunque ingabbiato: dal bianconero. Soprattutto noi percepiremo le ombre per le fruste, in una distopia. Più genericamente, qui lo spettro sarà al figurale per la sfocatura. Ma ignoriamo quanto si possa convivere con le proprie angosce.

Nello scatto dal titolo Casa di Andria, le gambe sono spiate rimpiazzando il chiavistello per la porta, o per la finestra. L’atmosfera da luci rosse avvierà uno “spogliarello” allo zoom della macchina fotografica. La vita si dà in un cammino diretto, dalla nascita alla morte. Fra i passi si nasconderebbero i “buchi” sui ricordi. Immaginiamo la fuggevolezza d’uno sfarfallamento, sopra le ginocchia. Forse trattasi d’una maniglia per i ricordi che desideriamo di conservare. I “cassetti” combatteranno i “grovigli”, nelle sinapsi cerebrali.

Fotografando per il dittico dal titolo Ti voglio bene, ad Erika Pellicci interessa il sesso della coppia umana in accostamento con la coppia di chiocciole, le cui conchiglie si percepiranno ad occhiale voyeuristico. Si è totalmente presi per focosità; ma si matura grazie alla sentimentalità della cura. Sugli steli o sui rametti, gli spermatozoi si lanceranno. Solo uno su milioni atterrerà alla meta: comunque lentamente. Non è chiaro quanto la lumaca danneggi un giardino od un orto; l’amore certamente diventa “tossico” quando si rimane succubi del proprio partner. Gaston Bachelard menziona il privilegio del mollusco. Sin dalla nascita, esso ha una casa (mentre l’uomo fatica per costruirsela). Le gambe avvinghiate degli amanti si riconfigureranno a punto di domanda. Erika Pellicci fotografa anche indagando il suo peregrinare dalla natia Barga (LU) a Berlino.