LOBODILATTICE

L'EVENTO DELL'ARTE CHE STRAPPA IL LACCIO INTERATTIVO FRA LA REALTA' E LA VIRTUALITA'

Dal 3 al 13 Marzo, presso lo Spazio “Sparc” di Venezia, era stata allestita la mostra Utopia – Dystopia, avente una collettiva d’artisti internazionali, e sotto l’organizzazione di A-Topos. Lo spunto nasce dalla costrizione a vivere sotto una pandemia, favorendo il palliativo degli incontri online. Potrà sembrare che così la società si democratizzi, attraverso la rapidità nel sostenere le proprie teorie. Ma ci sarebbe pure il contraltare della dipendenza, sino ad assorbire le notizie senza un adeguato criticismo. A Venezia, esteticamente gli artisti avrebbero cercato di “strappare il laccio” dialettico che tiene assieme la realtà e la virtualità. Fenomenologicamente, l’accadimento “stringerà” la durata temporale, dall’inerzia dell’attualità alla consistenza d’un presente. La realtà si dà tramite le sue delimitazioni, le quali però “ballano” all’orizzonte dello spazio infinitesimale. Allora il fatto che accade prova a “lanciare una corda” di sostegno. Per il caso specifico dell’artista, ad una pro-gettazione iniziale seguirà il ri-modellamento finale. Durante la pandemia, il coronavirus di fatto invisibile tenta di sostenersi nel corpo umano, mentre noi usiamo “l’inganno” del vaccino per slegarcene. A Venezia, le installazioni degli artisti si percepiscono al “sopra e sotto” dell’interazione. Nella nostra postazione al computer, immaginiamo di poter guardare dall’alto un intero “mondo” di significati. Le varie ricerche sono a portata di mano. La sedentarietà diventa potenziata al suo accadimento, se noi diamo taluni ordini. Tuttavia permane la fuggevolezza della virtualità interattiva. In una frequentazione dal vivo, bisogna rimuovere la propria “maschera”. Più attentamente, non ci lasciamo sfuggire quei segnali che stabilizzano un carattere personale. Se collegati online, al primo cedimento per insicurezza basterà la disconnessione. Dal vivo, fatalmente ci si mette a nudo. L’artista Damiano Fasso esibisce una videoinstallazione, dal titolo The perfect world, che tratta il tema della sostenibilità ambientale e sociale. Una giostra gira, simboleggiando la responsabilizzazione delle scelte umane innanzi alle “intemperie” della storia. Noi non possiamo vivere al di fuori del nostro pianeta, che è tondo. Se inquiniamo, poi la natura ce ne presenta il conto. Si potrà cavalcare il mare aperto, ma rimanendo al “tirante” per la forza di gravità. Il consumismo dà la controindicazione d’un “capogiro” per l’insoddisfazione perenne. Inoltre gli eventi della storia ci urtano per l’imprevedibilità della loro portata. A maggior ragione converrà che noi evitiamo di favorirne il peggioramento. Damiano Fasso inserisce alcune didascalie in sovraimpressione, che, lampeggiando al ritmo della giostra, c’invitano a giocare, come innanzi alla slot-machine. Se qualcuno tira un dado, egli s’abbandona alla sorte. Ma la natura è troppo stringente sul genere umano per pretendere di “bistrattarla”, mentre si prova a cambiare la storia d’una società. L’artista Doris Schamp esibisce il disegno ad inchiostro e guazzo su carta dal titolo Tieni duro! (rispetto ad una dialettica che coinvolge l’astrattismo). Si riconosce una figura presumibilmente femminile, ma anche scaraventata in rotazione completa. Immaginiamo che in parte la pelle sia stata esportata chirurgicamente, e per incatenarsi ad anello sul campo d’una connessione. La forma rettangolare del quadro rispecchierebbe male, passando dalla superficie in vetro a quella in carta. Un poster può essere consumato dal suo uso subliminale (grazie alla pubblicità). L’astrattismo delle linee spezzate faticherebbe ad intercettare un qualsiasi segnale. A tener duro sarà il corpo legato per un bondage. Noi possiamo rimanere “incollati” al computer, mentre andiamo a visitare un sito internet che ci attira istintivamente. Ovviamente nel bondage accade che i lacci siano diretti da un dominatore, sino ad impedire l’escape del sottomesso. L’artista Jia-Rey Chang esibisce la videoinstallazione dal titolo Sala di monitoraggio. Virtualmente, succede che lo spettatore impara a monitorare. Bisognerà allenarsi a riconoscere se e quanto il fanciullino della nostra anima è suscettibile di condizionamenti socioculturali, anche “peccando” per immaturità. L’artista mostra una scatola modulare di lego come allegoria della testa a tabula rasa. Classicamente, il Grande Fratello sfrutta il potere d’inculcare agli Altri la sua intelligenza. L’artista ha anche accresciuto la familiarità della dipendenza socioculturale, poiché la scatola è costruita coi mattoncini dai colori sgargianti, e come una bella casa che protegge dal freddo, non lesinando di perdersi in una natura esotica. Dentro ciascuno di noi, si nasconde un’anima “ingenua”. Ma una civiltà si costruisce in base alla mitologia. Serve intelligenza sui dettagli, perché si risolva il rompicapo dell’escape room. Quella fungerebbe da miniatura per una dialettica del tipo montaggio o monitoraggio? (fermo restando qual fosse il preciso grado di libertà individuale). L’artista Lucrezia Costa esibisce una breve serie di fotografie analogiche, documentando una precedente performance. La sua opera s’intitola Tacito legame – restituire un favore. Inizialmente, l’artista aveva… “chiesto” ad un campo il “permesso” di prestarle un po’ di terra, per creare mattoni da esibire a Milano; alla fine lei sceglie di riportarli integri al punto di partenza, e come da “ringraziamento”. Esteticamente, la metafora della ciclicità coinvolge la realtà contro la virtualità. E’ impossibile che un mattone semini: la casa distrutta o comunque in rovina subisce unicamente l’attacco delle erbacce. Può sopravvivere il ricordo di chi risulta sinceramente affezionato. Qualcosa che funga da tacito legame, anche perché alla dimensione della terra natia noi associamo il “miracolo” della vita. Sul mattone abbandonato a se stesso (perduta la casa), si stringeranno gli “abbracci” delle piante rampicanti. Si spera sempre che il “miracolo” della vita sia più resistente, rispetto ad ogni fabbricazione dell’uomo. L’artista Madalena Correa Mendes esibisce una mappa, a tecnica mista, e dal titolo Un abbraccio. Le preme l’interazione, esteticamente. Il visitatore può strappare un pezzo a piacimento della cartina politica. Quella svilupperà i rilievi fisici, attraverso gli sfregamenti. Chiaramente il visitatore è spinto a staccare il “cuore” virtuale d’un luogo che per lui sentimentalmente conta qualcosa. Grazie a Google Maps, riceviamo le notifiche in merito ai nostri spostamenti. Gareggiando a chi ha visitato più luoghi, si desidererà di puntare a nuove destinazioni. A Venezia si strappava una cartina politica, virtualmente “infischiandosene” delle limitazioni che gli Stati frammezzano (dal semplice passaporto al pericolo bellico). Solo a torto la scelta compositiva di Madalena Correa Mendes è nichilistica. Il visitatore strappa perché ci tiene a quel pezzettino di terra, ma con tutto il “pacifismo” del sogno, superando ogni “confine” comandato dalla realtà. Per Gaston Bachelard, il miraggio sarebbe un’immagine cosmica. Qualcosa da percepire ala virtualità d’una sovrapposizione: fra l’aria, l’acqua, il fuoco e la terra. Nel miraggio, l’immagine ci pare sia fluente sia bruciante, al vuoto (all’indefinito) d’un orizzonte. Nel libro Il viaggio d’Urien, scritto da André Gide, c’è una città costruita in mezzo alle nuvole. Precisamente, dai minareti si suonerebbe l’aurora (tramite una campana dalle dimensioni enormi), ed i muezzin canterebbero come le allodole (mentre la voce “volteggerà” meglio). Genericamente, per Gaston Bachelard il miraggio sarà percepibile al “cielo azzurro” di sé. Tutta la caratteristica “afosità” del suo orizzonte fluirebbe, e come se la terra “s’annuvolasse”. L’artista Sarah Valente espone l’opera polimaterica dal titolo Giungla I – Cartografia delle canopie. Dunque si tratta di provare a circoscrivere, con lo stratagemma della miniatura, una “volta celeste” dai confini nascostamente percorribili. Fra tutte le vegetazioni, la giungla esotica sembra quella più indicata a realizzare il “miraggio” dell’oasi. Una canopia consentirebbe di farci abitare pure in cielo, e mentre le liane s’intrecciano, partendo da fusti diversi. Sulla terra, la linea dell’orizzonte è cavalcabile solo virtualmente. In una canopia, sembra che il verde della vegetazione cresca direttamente dal blu del cielo. Subito, avremo la tentazione d’arrampicarci dai fusti. Gli animali che si sentiranno a loro “agio” saranno gli insetti, subendo l’attrazione verso i raggi ultravioletti. La fluorescenza del caso è l’interesse principale di Sarah Valente, in funzione della sua opera. Il visitatore vorrà scoprire qualcosa di diverso, girando attorno ad una composizione in cui il fondale non avrà più il banale sgretolamento d’una roccia. Anzi l’ologramma dovrà materialmente vivere, in quanto messo sottosopra da una canopia. Piuttosto, il quadro di Sarah Valente svilupperebbe la classica vetrata all’interno d’una chiesa. Alla giungla noi associamo il paradiso perduto. Per Gilles Deleuze, la cinematografia sfrutta l’immagine-cristallo. Un elemento da inquadrare “rifletterebbe” in se stesso il suo “mondo” (al processo d’una situazione ambientale). Così, le immagini-cristallo funzioneranno sempre al dinamismo d’una persistenza. Questa alla fine raggiungerà la qualità espressiva. In una situazione ambientale, cinematograficamente conterà la sua immagine che persista. In questa, la virtualità avviene specchiandosi, e come il germe verso l’attualizzazione: il primo si cristallizza mediante la diffusione nella seconda. Per Gilles Deleuze, l’immagine-cristallo ci esprime la persistenza di qualcosa nel “mondo” in cui noi la vediamo. L’artista Seve Favre espone l’opera a tecnica mista dal titolo Incredibile Robin III – IV. Esteticamente, le preme l’interazione. Un dipinto è stato realizzato con l’artificio interno della copia nascosta. Grazie a talune “celle”, il visitatore può intervenire. Egli rimodulerà l’immagine iniziale (che complessivamente raffigura il volto d’un bambino). Torna la dialettica che vige fra la realtà e la virtualità, in riferimento alla tecnologia contemporanea. L’intervento del pubblico consente un’oscillazione estetica del dipinto: dalla figurazione all’astrattismo. Il tatto virtualmente sviluppa una germinazione, mentre diffonde la cristallizzazione iniziale (dovuta alle “celle”). Le tonalità si percepirebbero come polverose. L’ingranaggio della tecnologia digitale non potrebbe esimersi dal grigio-nero, fra il metallo e la plastica. Un avatar è utilizzato affinché persista la propria presenza in un intero “mondo” d’interazioni, mentre, senza conoscere qualcuno dal vivo, andremo solo a tentoni di… click. L’artista Oona Nelson espone il quadro dal titolo Nuova vanitas n°23. Da tempo, a lei interessa indagare il paradosso del riciclo. L’artista acquista dipinti di scarso valore (in quanto per mere copie, o semplicemente usati), salvo poi bruciarli. Principalmente lei è attratta dalle nature morte (col paradosso figurativo della loro immortalizzazione). L’artista non vuole “mancare di rispetto” alla cultura passata, ma ricordare che quella comunque dovrà declinare, se messa “sottosopra” dalle mode. O meglio lei “si prenderebbe una rivincita”, e contro una sorta di colonialismo estetico. I dipinti ora bruciati in origine servivano meramente a rimarcare (per vanità) l’agiatezza dei “pochi fortunati”, al conservatorismo d’uno status-symbol. Ovvio il consumismo aumenta sempre di più, modernamente. La nuova vanitas cercata dall’artista potrà essere soltanto ironica, attraverso le bruciature. Il riciclo ha una qualità fenomenologicamente paradossale, se paiamo affezionati a qualcosa senza che ne valga realmente la pena (in quanto già superata, per la moda generale). Oona Nelson brucia il vecchio quadro, ma per svelare l’infinità del marcimento. La natura morta continuerà ad essere… tale. Il filo d’erba avrà una trasformazione fredda: dal legno al metallo. O forse, solo un sacchetto per l’immondizia riuscirà a mettere temporalmente “sottosopra” il passato sul futuro, prima del suo svuotamento.