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DAVID LACHAPELLE An Image of Some Bright Eternity

Luiza Samanda Turrini · 9 Febbraio 2012

 

DAVID LACHAPELLE___

/An Image of Some Bright Eternity/

 

 

Fame,  what you like is in the limo
Fame, what you get is no tomorrow
Fame, what you need you have to borrow
Fame

David Bowie, Fame

 

How does it feel to be
One of the beautiful people?
How often have you been there?
Often enough to know.
What did you see, when you were there?
Nothing that doesn't show.

The Beatles, Baby You’re a Rich Man

 

The beautiful people, the beautiful people
Marilyn Manson

 

Vorrei una pietra tombale senza iscrizioni di sorta. Nessun epitaffio, neppure il nome. Anzi no, mi piacerebbe che fosse scritto sopra "finzione".

Andy Warhol

 

“Surrealismo, n.m. Automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero.

Manifesto Surrealista del 1924.

 

 

Spesso, nel mondo ufficiale dell’arte, il Surrealismo Pop è considerato poco più di un guazzabuglio di bamboline, teschi, pinup, e chincaglieria subculturale modaiola. Noi invece vogliamo partire dalle parole, e dalla storia che sta dietro di loro. Assieme a Dada, il Surrealismo e la Pop Art sono sicuramente i movimenti artistici più influenti rispetto all’estetica e alle poetiche della cultura contemporanea. La Pop Art sviscera tutto quello che concerne il sex-appeal dell’inorganico, l’orgasmo merceologico, la democrazia dei quindici minuti di gloria e la morte che li segue. Il nocciolo del Surrealismo, a parte il lascito di superficie dei fondali onirici, riguarda un’implacabile ricerca della verità. Trasversale, criptica, fatta attraverso gli strumenti dell’humour, del caos, dell’errore. Ma, non di meno, implacabile.

Veniamo quindi a David LaChapelle. Perché noi abbiamo il sospetto che non ci sia nessuno più Pop-Surrealista di lui.

Rispetto all’assioma sulla ricerca della verità, ci siamo: LaChapelle mostra ciò che il velo delle apparenze ci impedisce di vedere, amplificando ciò che viene appena accennato, soprattutto riguardo al mondo dorato dei divi, delle fotomodelle, delle icone glamorous. Ma anche sul finto perbenismo della working-class americana, come emerge dalla serie Drunk Americans, in cui si vedono famiglie della porta accanto sconvolte, con nonne che vomitano dentro cestini dei rifiuti, gente che fa tittare la birra ai cagnolini, padri che correggono il biberon con la Kalhua al cioccolato e madri  a gambe all’aria sotto piogge di whisky. Da una parte il lato oscuro del successo, dall’altra quello del sogno medio americano.

“Bello come l’incontro di un ombrello con una macchina da cucire su un tavolo operatorio”, disse l’idolo dei  surrealisti, Lautréamont. Per David LaChapelle, invece, si potrebbe dire bello come una fotomodella badante che porta in giro un freak ingessato su una sedia a rotelle davanti alla sfinge. Bello come una copula fra la Venere Nera e una pantera di ceramica dentro una giungla finta. Bello come l’incontro di una star di Hollywood con i suoi vibratori cromati sopra ad un tavolo operatorio.

Uno dei dogmi epistemologici del Surrealismo è il paradosso: LaChapelle cerca di focalizzare la realtà attraverso tutto ciò che è artificiale, dallo sfavillare della plastica, ai brillanti falsi del kitsch, fino alla galassia effimera della fama.

Una componente fortissima del lavoro di LaChapelle è l’erotismo, proprio come nell’indagine di Breton e soci, ma questo tema è talmente ricco e meraviglioso che meriterebbe un articolo a parte.   

Veniamo ora al lato Pop. Nell’opera di LaChapelle possiamo vedere enormi satelliti a forma di lattine di Coca-Cola che colpiscono Suv di miracolate dello shopping, Ronald Mcdonald smutandato in attesa di farsi Pamela Anderson, sacchi di plastica pieni di vuoti di Gatorade e Nestea, videocamere della Sony, magliette della Adidas fra i discepoli dell’home-boy Jesus Christ. Nell’opera Pop di un discepolo di Andy Warhol non potevano mancare i grandi marchi, eppure gli oggetti di consumo su cui David LaChapelle focalizza maggiormente la sua attenzione sono i divi.

Il divismo viene rappresentato come mondo a sé, ontologicamente sur-reale, in cui ognuno dei suoi rappresentanti veicola un codice differente rispetto ciò che dovrebbe essere la vita divina. Ovvero la sua vita, quella che costruisce mediante la realtà e la finzione che gravitano intorno al suo personaggio.

Un po’ come nei videoclip, in cui ciascun cantante cerca di rappresentare la sua idea di successo e coolness.

Delle duecento e passa di icone dello show-biz ritratte da LaChapelle, possiamo passare in rassegna soltanto un piccolo campionario.