Intervalli

Inaugura

Sabato, 9 Novembre, 2019 - 18:00

Presso

Galleria Bonaire Contemporanea
Via Principe Umberto 39, Alghero

Partecipa

Sabrina Melis Gianni Nieddu Marco Sironi

Fino a

Sabato, 23 Novembre, 2019 - 20:00

Intervalli

Comunicato

/INTERVALLI/

 

 

Gianni Nieddu

/ le macchie dell’età /

 

Sabrina Melis

/ pausa pranzo /

 

Marco Sironi

/ post-card /

 

 

 

 

 

in-ter-val-li:

 

non solo o non tanto la passività di una vacanza, ma la distanza viva che lega le cose, che apre lo spazio per tenerle insieme…

 

in-ter-val-li:

 

anche in senso musicale, a segnare una distanza nella successione dei toni, a misurare la differenza che li sorregge, l’inarcatura di quella tensione…

 

in-ter-val-li:

 

sarebbero, o sarebbe a dire:

...nel passare del tempo, ciò che affiora, come segno, come segna-tempo…

…nel passare lo spazio, le tensioni che l’attraversano e che gli danno forma o, piuttosto, figurazione d’uso…

…e poi la sospensione che, inattesamente, apre una distanza rispetto all’altrove e all’altr’ora – per convocarle adesso, qui dove ci incontriamo…

 

così.

 

Gianni, Marco, Sabrina

 

/INTERVALLI/

 

Gianni Nieddu

/ le macchie dell’età /

 

 

 

 

VERIFICHE INCERTE

 

/ Manuela Gandini /

 

 

L’uomo osserva attentamente la pelle del viso solcato dal tempo. L’occhio, ispezionando ossessivamente allo specchio le minuscole macchie affiorate come primule, ne rimane ipnotizzato e affascinato. Il pensiero è assente. Il caffè si è raffreddato e anche il quotidiano scompare, un attimo.

 

L’uomo riflette. Prende le misure concettuali e emozionali del fluire dell’esistenza. Come il signor Palomar, dell’omonimo libro di Italo Calvino che osserva silenzioso le onde del mare, Gianni Nieddu si sofferma sul mondo minuscolo, sulle tracce appena accennate, sui mutamenti impercettibili del proprio volto.

 

Palomar «vede i fatti minimi della vita quotidiana in una prospettiva cosmica». Nieddu traduce la materialità spicciola in accenno al sublime, metafora ironica e folgorante. Su fondi neri di carta carbone, un po’ sporchi come vecchie lavagne scolastiche, l’artista – con tratto leggero e minimale – accenna a una figura: un volto senza corpo o un volto che è anche corpo.

 

Fuori dal volto/corpo colloca dei numeri scritti con una vecchia macchina Olivetti che appartengono al sistema d’indagine dermatologica. Come nella visione di Palomar, lo spazio dell’opera sembra quello di un buco nero. L’artista avvicina le cifre che misurano le lentiggini del proprio volto con le relative dimensioni. Proiettate fuori dal campo, cioè nello spazio, diventano parte di una visione astratta che ha solide radici nella materia.

 

L’accettazione pacata dei nuovi ospiti dell’epidermide, trasforma le macchie in mappe e cartografie che indicano il tracciato dell’esistenza, tra poesia e scienza.

Il tratto di Nieddu è deciso e minimalista. L’artista immortala, con linee decise e accennate, storie, miserie, ilarità, limiti e inconcludenze dell’umanità. Il ritratto di una macchia ha la valenza di un asteroide, l’autoritratto dell’artista è il ritratto delle moltitudini e di ogni altro essere che transita sul pianeta.

 

/INTERVALLI/

 

Sabrina Melis

/ pausa pranzo /

 

Marco Sironi

/ post-card /

 

 

 

 

SULLA SOGLIA, SOTTO
LA SOGLIA,
OLTRE LA SOGLIA…

 

/ Manlio Brusatin /

 

 

C’è una caverna scavata nella roccia di Negroponte

che porta a cento passaggi e a cento porte

dove corrono le profetiche voci della Sibilla.

Eravamo sulla soglia…

 

Excisum Euboicae latus ingens rupis in antrum,

quo lati ducunt aditus centum, ostia centum,

unde ruunt totidem voces, responsa Sibyllae.

Ventum erat ad limen…

 

/ Virgilio, Eneide, lib. VI, vv. 42-45 /

 

Le soglie di lunghe attese davanti a case costruite con una porta, una finestra e un tetto, nella grande Isola dell’Orma del Gigante, sono custodite da personaggi quasi scolpiti e messi lì come totem. Sono i Centenari & le Centenarie che sanno rispondere a tutti e a tutto, sempre con le stesse parole profetiche: «Siamo di passaggio...» E questo è guardare d-avanti.

 

‘Essere sotto la soglia di povertà’ è una semplice frase coniata dall’opulenza in un mondo tanto ricco del sovrabbondante, «di facili consumi», ma dove si può essere – ancora e molto – più poveri; quando mancano le tre cose necessarie alla vita: il cibo, l’abito e la casa.

 

Nella casa si entra dalla porta ma passando sopra una soglia che è un pezzo di pietra su cui poggiano due fianchi e una architrave. Anche solo un sasso solido sui cui appoggiare ciò che deve stare in piedi. Oltrepassare la soglia (anche degli anni) è «un rito di passaggio» (Arnold Van Gennep) che porta oltre, anche se non si sa dove. Ma è di per sé una profanazione: una porta non può essere passata impunemente, anche perché protetta da serrature e chiavistelli, segnalata con divieti e vigilata da cani ringhiosi. Così nel mito come nella realtà.

 

Ma col tempo anche la soglia più solida si incurva lentamente: migliaia e migliaia di passi la consumano tanto da farla sembrare una scultura come la schiena di un corpo. La soglia diventa una suola…

 

Un semplice ricordo di chi scrive è stato di aver scoperto che una soglia era la pietra quasi totalmente consunta di una lapide funeraria. I caratteri scolpiti erano diventati una decorazione indecifrabile. Si scoprì che la tomba era di uno che dormiva lì da secoli, in una posizione del tutto naturale, come sono molti corpi di Pompei, presi nel sonno.

Che fare? Coprire tutto e lasciarlo dormire in pace, senza dire nulla a nessuno, tantomeno ai padroni di casa. In seguito solo i pochi che sapevano oltrepassavano la soglia con molta precauzione, senza metterci il piede sopra. Ma pensavo che questo non bastasse e che qualcosa d’altro bisognava fare per l’abitante della soglia. Forse per questo c’era la buona abitudine, per chi prende casa, di mettere tre cose sulla soglia: una brocca di vino, un pane e un mucchietto di sale. Erano tre cose vere che permettevano di andare oltre la soglia e far contenti gli spiriti dei trapassati che avrebbero protetto i nuovi abitanti, e non avrebbero turbato i loro sonni. La casa d’altri era aperta ai nuovi, a tutti: «Entrate, entrate pure, non state sulla soglia…»

 

Oltre questa SOGLIA, qui e ora, Sabrina e Marco invitano a catturare al volo alcune parole dai fogli stesi, e comporre da sé un profetico poemetto per la sera:

 

l’orlo di crac crack

 

dove l’orlo fa l’inchino,

è all’orlo della bocca,

lungo l’orlo di spiaggia alla risacca:

da tanto tanto se ne sta in attesa.

questo lembo della terra
più delle onde che orla,
che ripete:

dove arriva?

 

Ogni analisi critica che si fa è solo un (tentare di) dire su un (tentare di) fare. E tra-dire-e-fare sta di mezzo… una soglia, che si tenta di attraversare. Come fanno e dicono qui le Scritture-Oggetti di Sabrina Melis & Marco Sironi.

/INTERVALLI/

 

 

Gianni Nieddu

/ le macchie dell’età /

 

Sabrina Melis

/ pausa pranzo /

 

Marco Sironi

/ post-card /

 

 

 

 

 

in-ter-val-li:

 

non solo o non tanto la passività di una vacanza, ma la distanza viva che lega le cose, che apre lo spazio per tenerle insieme…

 

in-ter-val-li:

 

anche in senso musicale, a segnare una distanza nella successione dei toni, a misurare la differenza che li sorregge, l’inarcatura di quella tensione…

 

in-ter-val-li:

 

sarebbero, o sarebbe a dire:

...nel passare del tempo, ciò che affiora, come segno, come segna-tempo…

…nel passare lo spazio, le tensioni che l’attraversano e che gli danno forma o, piuttosto, figurazione d’uso…

…e poi la sospensione che, inattesamente, apre una distanza rispetto all’altrove e all’altr’ora – per convocarle adesso, qui dove ci incontriamo…

 

così.

 

Gianni, Marco, Sabrina

 

/INTERVALLI/

 

Gianni Nieddu

/ le macchie dell’età /

 

 

 

 

VERIFICHE INCERTE

 

/ Manuela Gandini /

 

 

L’uomo osserva attentamente la pelle del viso solcato dal tempo. L’occhio, ispezionando ossessivamente allo specchio le minuscole macchie affiorate come primule, ne rimane ipnotizzato e affascinato. Il pensiero è assente. Il caffè si è raffreddato e anche il quotidiano scompare, un attimo.

 

L’uomo riflette. Prende le misure concettuali e emozionali del fluire dell’esistenza. Come il signor Palomar, dell’omonimo libro di Italo Calvino che osserva silenzioso le onde del mare, Gianni Nieddu si sofferma sul mondo minuscolo, sulle tracce appena accennate, sui mutamenti impercettibili del proprio volto.

 

Palomar «vede i fatti minimi della vita quotidiana in una prospettiva cosmica». Nieddu traduce la materialità spicciola in accenno al sublime, metafora ironica e folgorante. Su fondi neri di carta carbone, un po’ sporchi come vecchie lavagne scolastiche, l’artista – con tratto leggero e minimale – accenna a una figura: un volto senza corpo o un volto che è anche corpo.

 

Fuori dal volto/corpo colloca dei numeri scritti con una vecchia macchina Olivetti che appartengono al sistema d’indagine dermatologica. Come nella visione di Palomar, lo spazio dell’opera sembra quello di un buco nero. L’artista avvicina le cifre che misurano le lentiggini del proprio volto con le relative dimensioni. Proiettate fuori dal campo, cioè nello spazio, diventano parte di una visione astratta che ha solide radici nella materia.

 

L’accettazione pacata dei nuovi ospiti dell’epidermide, trasforma le macchie in mappe e cartografie che indicano il tracciato dell’esistenza, tra poesia e scienza.

Il tratto di Nieddu è deciso e minimalista. L’artista immortala, con linee decise e accennate, storie, miserie, ilarità, limiti e inconcludenze dell’umanità. Il ritratto di una macchia ha la valenza di un asteroide, l’autoritratto dell’artista è il ritratto delle moltitudini e di ogni altro essere che transita sul pianeta.

 

/INTERVALLI/

 

Sabrina Melis

/ pausa pranzo /

 

Marco Sironi

/ post-card /

 

 

 

 

SULLA SOGLIA, SOTTO
LA SOGLIA,
OLTRE LA SOGLIA…

 

/ Manlio Brusatin /

 

 

C’è una caverna scavata nella roccia di Negroponte

che porta a cento passaggi e a cento porte

dove corrono le profetiche voci della Sibilla.

Eravamo sulla soglia…

 

Excisum Euboicae latus ingens rupis in antrum,

quo lati ducunt aditus centum, ostia centum,

unde ruunt totidem voces, responsa Sibyllae.

Ventum erat ad limen…

 

/ Virgilio, Eneide, lib. VI, vv. 42-45 /

 

Le soglie di lunghe attese davanti a case costruite con una porta, una finestra e un tetto, nella grande Isola dell’Orma del Gigante, sono custodite da personaggi quasi scolpiti e messi lì come totem. Sono i Centenari & le Centenarie che sanno rispondere a tutti e a tutto, sempre con le stesse parole profetiche: «Siamo di passaggio...» E questo è guardare d-avanti.

 

‘Essere sotto la soglia di povertà’ è una semplice frase coniata dall’opulenza in un mondo tanto ricco del sovrabbondante, «di facili consumi», ma dove si può essere – ancora e molto – più poveri; quando mancano le tre cose necessarie alla vita: il cibo, l’abito e la casa.

 

Nella casa si entra dalla porta ma passando sopra una soglia che è un pezzo di pietra su cui poggiano due fianchi e una architrave. Anche solo un sasso solido sui cui appoggiare ciò che deve stare in piedi. Oltrepassare la soglia (anche degli anni) è «un rito di passaggio» (Arnold Van Gennep) che porta oltre, anche se non si sa dove. Ma è di per sé una profanazione: una porta non può essere passata impunemente, anche perché protetta da serrature e chiavistelli, segnalata con divieti e vigilata da cani ringhiosi. Così nel mito come nella realtà.

 

Ma col tempo anche la soglia più solida si incurva lentamente: migliaia e migliaia di passi la consumano tanto da farla sembrare una scultura come la schiena di un corpo. La soglia diventa una suola…

 

Un semplice ricordo di chi scrive è stato di aver scoperto che una soglia era la pietra quasi totalmente consunta di una lapide funeraria. I caratteri scolpiti erano diventati una decorazione indecifrabile. Si scoprì che la tomba era di uno che dormiva lì da secoli, in una posizione del tutto naturale, come sono molti corpi di Pompei, presi nel sonno.

Che fare? Coprire tutto e lasciarlo dormire in pace, senza dire nulla a nessuno, tantomeno ai padroni di casa. In seguito solo i pochi che sapevano oltrepassavano la soglia con molta precauzione, senza metterci il piede sopra. Ma pensavo che questo non bastasse e che qualcosa d’altro bisognava fare per l’abitante della soglia. Forse per questo c’era la buona abitudine, per chi prende casa, di mettere tre cose sulla soglia: una brocca di vino, un pane e un mucchietto di sale. Erano tre cose vere che permettevano di andare oltre la soglia e far contenti gli spiriti dei trapassati che avrebbero protetto i nuovi abitanti, e non avrebbero turbato i loro sonni. La casa d’altri era aperta ai nuovi, a tutti: «Entrate, entrate pure, non state sulla soglia…»

 

Oltre questa SOGLIA, qui e ora, Sabrina e Marco invitano a catturare al volo alcune parole dai fogli stesi, e comporre da sé un profetico poemetto per la sera:

 

l’orlo di crac crack

 

dove l’orlo fa l’inchino,

è all’orlo della bocca,

lungo l’orlo di spiaggia alla risacca:

da tanto tanto se ne sta in attesa.

questo lembo della terra
più delle onde che orla,
che ripete:

dove arriva?

 

Ogni analisi critica che si fa è solo un (tentare di) dire su un (tentare di) fare. E tra-dire-e-fare sta di mezzo… una soglia, che si tenta di attraversare. Come fanno e dicono qui le Scritture-Oggetti di Sabrina Melis & Marco Sironi.

 

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