K Michael Rögler
dal 22 Mar al 27 Apr 2014
K è la prima mostra antologica di Michael
Rögler [Mainz,1940] in Italia. La sua ricerca è
stata ispirata dalle Ninfee di Monet e dalla
gesture painting americana, trovando però la
forza di reagire e di differenziarsi dai suoi predecessori.
Rispetto agli ardori dell’espressionismo
astratto, l’artista ha infatti scelto per
sé l’allure di una "fluttuazione permanente".
Proprio come il Maestro di Giverny, anche la
ricerca di Rögler è incentrata sul "tono" e sul
"tocco", affrancandosi però dall’eredità modernista;
l’artista ha infatti inteso sublimare/
trasfigurare la natura in colore puro, o più
precisamente in "pura luce".
Quella di Rögler è una pittura disambientata,
spazio sensibile in cui la sostanza del tegumento
aspira alla sensualità coloristica. Essa
non abolisce l’immagine ma la rende indeterminata,
fino a diventare un vibrante, campo
cromatico. A metà strada tra l’atarassia e
l’ebbrezza del gesto (essenziale e sintetico),
la pittura di Rögler si produce in un’emissione/
impressione di luminosità. L’impalpabile
"forma-luce" ottenuta dall’artista rivela trasparenze
e opacità da cui si sprigionano energie
corpuscolari che sembrano indugiare verso
una réaction poétique: istanti situazionali in
cui le stille di luce eccitano lo sguardo, quel
tanto da desiderare di vedere meglio, e di più,
e ancora.
Le tele da lui dipinte sono un invito a esplorare
un paesaggio giunto alla sua massima
rarefazione. La natura viene filtrata, persino
edulcorata dal soggetto floreale: è come se
l’artista fosse riuscito a dar corpo a una sorta
di "tentazione del nulla" che diventa improvvisamente
reale e densa di significato.
Rögler crea superfici piane, aprospettiche,
che permettono allo spettatore una doppia visione,
"in volo" e "in immersione". In realtà
non stiamo guardando forme ma forze [significanti]
che inducono l’artista a riflettere sul
farsi stesso della pittura, per stratificazione e
sedimentazione.
Rögler ha saputo vaporizzare la pennellata,
accordandole un particolare "alone" di mistero,
come ben evidenziano i margini del
dipinto, i quali intensificano la percezione di
una realtà incorporea, materia nebulizzata
che si sfalda in visioni atmosferiche. Quasi
fossero intrisi di nebbie e vapori, i dipinti sono
permeati da velature e sfocature, striature e
macchie; i colori si smaterializzano fino a
trasformare il supporto in uno spazio sconfinato
– uno spazio vis[su]to non tanto in
superficie, quanto semmai dall’interno. Alla
continua ricerca di una definizione spaziale,
l’artista scandaglia il rapporto tra la superficie
e il colore per creare danze in punta di pennello.
Assecondando sia il tecnicismo sia il lirismo
della pittura, l’artista ha raggiunto un’assiologia
basata sui valori minimi del pigmento,
nel tentativo di rifare/ridefinire la trama della
tela. Transitando da un paesaggio naturale
verso uno spazio neutrale, il non-loci di
Michael Rögler impone all’opera un rapporto
trascendentale con il mondo, nutrendo la
speranza di commutare la tabula rasa in una
tabula picta.