In ricordo di Agostino Bonalumi
dal 1 Ott al 1 Dic 2013
Nato il 10 luglio 1935 a Vimercate, Agostino
Bonalumi era cresciuto a Sulbiate ma aveva
scelto di vivere e lavorare a Desio. Ancora
adolescente scopre la sua vocazione
pittorica, riuscendo a coniugare logica ed
estetica in base a una coscienza tecnica che
si opponeva all’eccesso psico-emotivo
dell’Informale. Come ricorda lo stesso artista:
«l’Informale non mi appagava, mi sembrava
più ginnastica pittorica […], non mi piaceva,
era troppo lasciato all’istinto, non si partiva da
un progetto».
Pur rivendicando d’essere un autodidatta, gli
studi di disegno tecnico e meccanico
avevano influito sulla sua ricerca extrapittorica,
soprattutto dal punto di vista formale
e progettuale. Restio all’espressività soggettiva,
Bonalumi aveva perseguito quella
che è stata definita di volta in volta Nuova
tendenza o Pittura oggettuale. Rinunciando
alla figurazione a favore della significazione,
l’artista venne cooptato nel Gruppo Zero che
Lucio Fontana aveva tenuto a battesimo nel
suo studio milanese. Bonalumi ap-parteneva
infatti alla Nuova concezione della pittura
vaticinata da Udo Kultermann, che di lui
aveva scritto nel 1965, spiegando che «il
carattere di quest’arte è severo, l’estrinsecarsi
generalmente simmetrico dei mezzi
pittorici nel flusso costantemente cangiante di
luce fluida esprime a un tempo permanenza e
cambiamento. La costrizione rituale del
colore, l’ordine mobile di una netta legalità e
la radicale semplificazione avvicinano tali
quadri ai segni magici. Come in questi ultimi,
l’effetto artistico nasce dalla tensione tra
un’estrema certezza e possibilità di variazioni
che si estendono all’infinito».
Le sperimentazioni e le ricerche votate
all’azzeramento dell’arte sanciscono il suo
sodalizio con Manzoni e Castellani, datato al
1958, che nel volgere di qualche anno li porta
a un rapporto di costante frequentazione e li
vede co-fondatori di Azimut, spazio espositivo
che era stato catalizzatore e promotore delle
ricerche più innovative dell’epoca. Attorno ad
Azimut si raccolse un gruppo di artisti che
sviluppavano l’estetica del monocromo,
esperienza di primaria importanza nella storia
delle ricerche ottico-dinamiche che in quegli
anni stavano emergendo a livello
internazionale. Nel 1961 è particolarmente
significativa la presenza di Bonalumi al XII
Premio Lissone nella sezione Informativo-
Sperimentale dedicata agli "artisti dell’ultima
generazione operanti in gruppi o isolatamente";
tra i partecipanti figurano gli
esponenti del Gruppo Enne di Padova, del
Gruppo T di Milano e dell’estemporaneo
Gruppo Milano 61 che annoverava Castellani,
Dadamaino, Manzoni e lo stesso Bonalumi.
A rimarcare l’importanza di queste tendenze
avanzate ci aveva pensato Giulio Carlo Argan
– che nell’introduzione del catalogo criticava
aspramente gli indirizzi più conservativi
dell’arte – adducendo al fatto che «la critica
deve essere più che mai attenta e rigorosa. In
tutti i campi dell’attività umana è in atto una
profonda trasformazione dei modi di comportamento
nella determinazione dei valori;
abbiamo fondato motivo di ritenere che
questa trasformazione della struttura e delle
tecniche operative della società possa
mettere in pericolo l’esistenza stessa
dell’arte. Soltanto una trasformazione altrettanto
profonda, anche se non necessariamente
conforme, delle strutture e delle
tecniche dell’arte può assicurare la presenza
e la funzione di un’attività estetica nel quadro
delle attività della società attuale e di quella
dell’immediato avvenire. Il compito dell’arte
contemporanea non è di conservare a tutti i
costi i valori impropriamente detti "umanistici"
in una società che diventa sempre più
tecnicistica, ma di determinare quella che
sarà, nella figura storica della cultura
moderna, il posto e la funzione dell’attività
estetica».
Bonalumi è stato protagonista di questa
radicale e virtuosa trasformazione in cui la
vocazione tecnologica si sposava con una
perizia artigianale, tipicamente italiana (rigore
e precisione sono aggettivi che ancor oggi si
attagliano all’opera dell’artista).
Elio Talarico, vicesindaco e assessore alla
cultura di Lissone, lo ricorda come «artista
orgoglioso della sua Brianza. Figura cardine
dell’arte del secolo scorso, presente nelle
principali rassegne di rilievo nazionale e
internazionale. Scomparso lo scorso 18
settembre, con lui se ne va un pezzo di
storia, un capitolo fondamentale del nostro
patrimonio culturale che affonda le sue radici
nella tradizione della pittura lombarda.
Questo piccolo omaggio a Agostino Bonalumi
è un sentito quanto doveroso riconoscimento
alla sua ricerca artistica, con la speranza che
in futuro si possa ospitare una mostra più
ampia ed esaustiva negli spazi del nostro
Museo, così come si era auspicato il nostro
direttore all’inizio del suo mandato. La città di
Lissone intende quindi ricordarlo per il suo
impegno etico, la capacità di innovare la
pittura, dagli anni Sessanta fino ai giorni
nostri, spingendosi sempre più al limite del
visibile e al di fuori delle convenzioni».
Il tributo che il MAC di Lissone dedica a
Bonalumi si compone di due opere che
appartengono alle collezioni permanenti del
museo: Bianco del 1976 (smalto su tela
estroflessa, 100×100 cm) e Bianco del 1977
(acrilico su tela estroflessa, 140×140 cm –
Comodato Collezione Walter Fontana).
Com’era consuetudine per l’artista, i quadri
sono denominati in base al loro colore,
elemento fondante-fondamentale dell’opera;
a dispetto di molti suoi compagni di strada,
Bonalumi articolava la superficie con una
sensualità cromatica, uniforme, compatta,
solida, che diventava un tutt’uno con lo
spazio e la luce. Alla stregua di un libro
bianco, questi due dipinti intendono esplicitare
il costante e coerente progetto
dell’artista, finanche nel suo divenire e
mutare attraverso i decenni.
Entrambe le opere sono la testimonianza
dello sforzo di pensare e praticare la pittura
(in modo razionale ma non meramente
concettuale). L’analisi morfologica del campo
pittorico si avvera nelle estroflessioni e
introflessioni della tela che tende a una spazialità
dietro/dentro l’opera stessa. Il movimento
coincide infatti con la volontà di
modulare lo spazio, assecondando i rapporti
tra pieni e vuoti, tra i valori pittorici e
l’oggettivazione formale. Non si dimentichi
infatti che l’etimologia della parola "oggetto" è
da ricollegare al termine Ob iacio, che
significa "gettare, lanciare in avanti"; così le
tele centinate dell’artista, le quali sottopongono
la superficie a una sollecitazione
che sembra premere, spingere e resistere di
continuo alla sua tensione interna. Questo
aggetto-affioramento è tipico dell’arte italiana,
in specie di Bonalumi, che grazie alle estroflessioni
ha aperto la via a un nuovo modo di
concepire la pittura.
Il piccolo tributo è accompagnato da alcune
pagine del settimanale Il Cittadino, a firma di
Massimiliano Rossin, che in tempi recenti ha
pubblicato una lunga intervista al maestro
vimercatese (sabato 20 luglio) seguita da un
articolo commemorativo (sabato 21
settembre), testimonianze che sanciscono il
profondo legame che l’artista aveva con il
territorio. Sulla facciata del museo sarà
invece riportata la poesia Nascere, scritta
dallo stesso artista, che recita: «…impossibile
dire essere nati/ quando ancora/ è nascita/
…il giorno che me ne andrò/ senza bagaglio/
che volgerò le spalle/ che non risponderò al
saluto/ sciogliendomi dal tempo/ la parola del
silenzio/ dirà che sono nato». Un estremo
saluto che – parafrasando questi stessi versi
– non vuole coincidere con una fine bensì
con l’inizio di una immortale posterità.