Less is More
dal 18 Sep al 10 Oct 2026

Il minimalismo, prima ancora di essere uno stile, è un modo di guardare. Significa sottrarre, ridurre, eliminare tutto ciò che appare superfluo per verificare che cosa rimane quando l’immagine viene privata di ciò che normalmente siamo abituati a vedere in essa.
Nella storia dell’arte questa esigenza ha assunto forme diverse, ma in ogni linguaggio artistico, ciò che rimane costante risulta non tanto una maggiore semplicità formale, bensì l’ esercizio di sottrazione: togliere per vedere se, attraverso il meno, sia possibile arrivare a qualcosa di più.
È in questo senso che si può intendere la fotografia di Lucia Orlando. Le sue immagini non cercano di raccontare il mondo, né di documentarlo. Al contrario, sembrano volerlo mettere tra parentesi. Muri, mattoni, serrande, pali metallici, segnali stradali, profili di finestre e porte, talvolta persino figure umane, vengono isolati dal contesto nel quale normalmente li riconosciamo, la fotografia interrompe il loro abituale significato e ci costringe a guardarli nuovamente.
Da questo punto di vista, la ricerca di Orlando sembra muoversi quindi lungo una pratica di spoliazione dello sguardo, attraverso la quale la cosa viene liberata dall’immagine convenzionale che abbiamo di essa.
Togliere l’immagine dalla cosa
La fotografia dell’artista ci porta quindi a riflettere non solo sulla struttura dell’immagine quanto sul nostro modo di percepire.
Noi non vediamo mai le cose in modo completamente neutro. Ogni cosa che incontriamo porta con sé una quantità di significati, abitudini, ricordi, categorie e funzioni. Un muro è un muro perché sappiamo che cosa sia un muro; una serranda è una serranda perché sappiamo a che cosa serve; un segnale stradale viene immediatamente riconosciuto come qualcosa che ordina, vieta o indica. Prima ancora di guardare una cosa, in un certo senso, sappiamo già che cosa stiamo guardando. La nostra percezione è quindi abitata da immagini semanticamente convenzionali.
È anche per questo che il mondo contemporaneo tende a presentarci ogni cosa soprattutto attraverso la sua funzione. L’oggetto viene identificato con ciò che possiamo farne, utilizzare, consumare, trasformare o sfruttare. La cosa appare così sempre meno nella sua presenza e sempre più nella sua disponibilità. La fotografia di Lucia Orlando interviene precisamente in questo punto. Isolando un frammento, eliminando il contesto, rinunciando alla spettacolarità e spesso anche alla riconoscibilità immediata, l’artista sottrae l’oggetto alla sua identità abituale. Una superficie non è più soltanto una parete; una linea non è più soltanto il bordo di una finestra; una serie di elementi metallici non è più necessariamente qualcosa che appartiene a un’infrastruttura urbana.
La cosa viene liberata, per quanto possibile, dalla sua funzione.
È qui che la fotografia di Orlando incontra la fenomenologia di Edmund Husserl e il suo celebre invito: «Alle cose stesse!».
Tornare alle cose significa sospendere, almeno provvisoriamente, tutto ciò che normalmente sappiamo di esse per permettere loro di apparire nuovamente. Non significa cercare dietro la cosa un’essenza nascosta, metafisica e lontana dal mondo. Significa, al contrario, restituire alla cosa concreta la possibilità di manifestarsi prima che venga ricoperta dai significati che le abbiamo attribuito. La fotografia diventa allora una forma di sospensione. Non aggiunge qualcosa alla realtà, piuttosto sottrae e proprio sottraendo permette di vedere.
Vedere e vedere-come
Un altro concetto di Wittgenstein può aiutare a comprendere questa esperienza: quello del vedere-come, legato a quelle immagini che conservano una forte ambiguità di riconoscimento.
La figura rimane identica, ma improvvisamente la vediamo, ad esempio, come anatra oppure come coniglio. Non è cambiato l’oggetto fisico; è cambiato il modo in cui esso appare. Wittgenstein parla di un vero e proprio “accendersi di un aspetto”: qualcosa, nello sguardo, improvvisamente si manifesta. È precisamente questa esperienza che alcune fotografie di Orlando sembrano voler produrre in quanto l’immagine non ci consegna semplicemente un oggetto già conosciuto, bensì ci mette nelle condizioni di vedere diversamente qualcosa che, forse, avevamo già visto infinite volte senza averlo mai veramente guardato. La fotografia diventa così un dispositivo percettivo e non dice allo spettatore che cosa deve vedere; crea piuttosto le condizioni perché qualcosa possa apparire.
In questo senso Orlando non vuole semplicemente rappresentare il visibile. Cerca di rendere visibile ciò che normalmente sfugge alla visione. Non tanto l’invisibile inteso come qualcosa che si trova al di là del mondo, ma ciò che è invisibile proprio perché è troppo vicino, troppo consueto, troppo conosciuto.
Tra figurazione e astrazione
Da qui nasce anche il particolare rapporto che la fotografia di Orlando stabilisce con l’astrazione.
Alcune sue immagini arrivano infatti a una forma di astrazione geometrica nella quale le linee parallele, le superfici, le intersezioni e le campiture sembrano perdere completamente il riferimento all’oggetto originario. Ma questa astrazione non coincide con un abbandono della realtà. È quasi il contrario. Orlando arriva all’astrazione partendo dalla materia concreta del mondo. I muri, i mattoni, le serrande, il metallo, il cemento, i profili architettonici non sono semplicemente il punto di partenza per costruire una composizione astratta: diventano essi stessi materia degna di essere guardata.
È come se l’artista attraversasse la rappresentazione per arrivare alla cosa ed è proprio in questo passaggio che il confine tra figurazione e astrazione perde progressivamente la propria rigidità. La forma astratta non è necessariamente lontana dalla realtà: può essere ciò che rimane della realtà quando abbiamo smesso di sovrapporle la nostra consueta interpretazione.
La fotografia può allora diventare paradossalmente più concreta proprio quando diventa più astratta.
L’inattualità dello sguardo
Una simile esperienza produce inevitabilmente una sensazione di inattualità.
Le fotografie di Lucia Orlando sembrano sottrarsi al tempo nel quale vengono prodotte. Non perché rappresentino un mondo passato, ma perché rifiutano alcune delle modalità attraverso cui il presente ci obbliga continuamente a guardare.
Viviamo immersi in un regime di immagini che pretende rapidità, riconoscibilità, informazione immediata, sorpresa continua. Le immagini devono catturare l’attenzione, essere comprese rapidamente e lasciare subito spazio alla successiva.
La fotografia di Orlando compie il gesto opposto. Non cattura lo sguardo: lo trattiene e non accelera la percezione: la rallenta.
Non offre immediatamente un significato: lo sospende e ci obbliga a rimanere davanti alla cosa. Questa lentezza non è soltanto una scelta estetica. È una forma di resistenza, perché il modo in cui guardiamo non è separabile dal modo in cui pensiamo e, in ultima analisi, dal modo in cui agiamo. Una percezione continuamente accelerata tende a trasformare il mondo in una successione di oggetti disponibili, consumabili, utilizzabili. Guardare lentamente significa invece interrompere, almeno per un momento, questo automatismo e la fotografia diventa così una piccola forma di disobbedienza percettiva in cui l’artista cerca piuttosto di sottrarre l’immagine alla sua funzione di schermo, fino a permettere che la cosa stessa torni a imporsi. È una fotografia metafisica, ma di una metafisica paradossalmente tutta immanente in quanto non cerca un mondo oltre il mondo. Non cerca un invisibile che trascenda il visibile, bensì cerca l’invisibile dentro il visibile. Le immagini non chiedono quindi di essere spiegate quanto di essere guardate.
La loro forza nasce spesso da una nudità segnica quasi assoluta: poche forme, pochi elementi, presenze che non sembrano voler rinviare ad altro se non a se stesse. Figure enigmatiche, superfici silenziose, geometrie che sembrano sospese tra la concretezza della materia e l’astrazione della forma.
Il silenzio nelle sue opere non è ciò che rimane quando non abbiamo più nulla da dire. È ciò che finalmente possiamo ascoltare quando abbiamo smesso di parlare al posto delle cose ed è proprio questo il significato più profondo di Less is more, dove la fotografia si fa semplicemente attesa. E nell’attesa qualcosa può finalmente apparire.
La cosa, nuda, silenziosa, essenziale.
Riccardo Dellaferrera, settembre 2026