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Coazione a ripetere – plusvalore e resto

Nila Shabnam Bonetti · 7 Giugno 2011

Ossessione, reiterazione del gesto, l’azione nella sua ripetizione coatta, nell’esperienza di ognuno di noi queste parole risvegliano qualcosa. Viene spontaneo il rimando a una dimensione del rituale quotidiano e personale, nei piccoli gesti trascurabili che accompagnano le nostre giornate. Una piccola promessa di fedeltà che stringiamo con noi stessi, nella confortante organizzazione del mondo circostante secondo schemi che si rinnovano di continuo per darci sicurezza. E a volte il gesto ripetitivo diventa un peso, ma è un vincolo a cui non possiamo sottrarci conoscendo la soddisfazione che accompagna il suo compimento. Estendiamo il concetto di rituale alla collettività, ai riti arcaici che vengono sostituiti di continuo nelle società moderne e attuali. Il rituale è una modalità, un continuo vortice creativo della realtà a cui l’antropologia ha dato vari significati, per citarne alcuni, da quello di rispondere ad angosce esistenziali (Malinowski), a quello, in opposizione, di generare tensioni emotive nei partecipanti al rito (Radcliffe-Brown) finalizzato al mantenimento del sistema delle relazioni sociali e della gerarchie in un gruppo. Freud  vede nella ripetizione coatta del sintomo nevrotico uno scenario di conflitto tra Eros e Thanatos, “al di là del principio di piacere”, la ricerca dell’individuo di tornare a uno stadio di quiete primordiale, identificato con la Morte (il tutt’uno platonico), eludendo lo slancio vitale. Mentre in Jung l’elusione dello slancio vitale avviene nell’opposizione tra l’affermazione del proprio Io in conflitto con le aspettative sociali, il sintomo nevrotico si esprime per limitare la propria affermazione costringendola in schemi rigidi di comportamento.

Ma la ripetizione porta in sé, nel gesto che si moltiplica all’infinito, il seme del nuovo. Ogni segno, è solo apparentemente uguale all’altro, viene incatenato nella ripetizione, liberando però tante piccole espressioni della diversità innovativa e creatrice iscritta nell’uomo. In questo senso è possibile identificare nell’azione artistica un rituale che inconsciamente esorcizza la tensione di morte, celato in quel “resto” mai uguale, che è semplicemente vita.

Lorena Pedemonte Tarodo, in tal senso, è l’artista più rappresentativa di questo slancio vitale. La svariata proposta dei suoi supporti porta sempre inciso il suo marchio. Parliamo di installazione e scultura, encausto e incisione su cui dilaga ossessivamente il suo segno, arcaici geroglifici, una scrittura primordiale che sembra vivere e vibrare, come una mappatura genetica. Nella ripetizione che sempre si rigenera di questi simboli-lettere l’artista scrive la storia del mondo. Non è forse proprio la conquista della scrittura a garantire l’immortalità all’uomo permettendogli di sopravvivere a sé stesso?