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Conclusa

Mettiamoci la faccia. Artisti della città al museo

dal 24 Giu al 18 Set 2016

La Spezia – Quanto lo studio ci racconta del lavoro di un artista e viceversa come l'artista si racconta all'interno del suo studio?

 

Gustave Courbet, maestro del realismo francese, rappresentò il suo ne L’atelier dell’artista (1854/55) – opera di grandi dimensioni oggi conservata al Musée d'Orsay di Parigi – in un dipinto che ne fotografa ‘l’esistenza’ nello scorrere del tempo. Significativo il fatto che il titolo originale dell'opera sia Allegoria reale che fissa una fase di sette anni della mia vita artistica e morale in cui l’artista identifica nell’atelier non solo un luogo ma un processo creativo e produttivo di una crescita non solo artistica ma anche personale.

 

Ideato dall’Assessorato alla Cultura del Comune della Spezia, Mettiamoci la faccia. Artisti della città al museo fa parte di un più ampio progetto di mappatura degli atelier presenti in città nella volontà di mettere a sistema il ricco ecosistema culturale del territorio – attivato non solo dalle istituzioni ma anche da iniziative private – nella direzione di una regia unica.

Giunto qui alla sua seconda edizione, Mettiamoci la faccia ripropone il suo format che prevede il racconto dell’artista attraverso tre scatti: il ritratto, un lavoro e lo studio. “Faccia” che è dunque non solo il viso dell’autore ma anche, e soprattutto, il luogo più intimo di creazione – l’atelier appunto – e l’opera, ‘figlia’ dell’ingegno. Gli artisti hanno aperto i propri studi, luoghi privati e generalmente inaccessibili, a dieci giovani fotografi che, raccontando questi spazi, hanno anche attivato momenti di dialogo e confronto informale sulle pratiche artistiche contemporanee.

Tra la prima e la seconda edizione diciassette i fotografi che vi hanno lavorato e cinquanta le presenze degli artisti documentati per una mappatura tutt’ora in divenire.
Con una selezione di autori nati tra gli anni ’20 e gli anni ’80, il progetto traccia anche un’ampia panoramica sulle ricerche artistiche cittadine: scultura, pittura, incisione, fotografia, video, installazioni, performance fino a interventi di arte pubblica e street art. Il progetto si pone come interfaccia tra la produzione artistica del territorio, i suoi abitanti e gli operatori del settore generando connessioni con il network del contemporaneo.

Inoltre CAMeC piano 0 – lo spazio inclusivo e partecipativo del Centro rivolto principalmente ai giovani e alla relazione con il territorio – ospita Social Wall, un muro che – in maniera ossimorica – abbatte le barriere e funge da diaframma permeabile tra la città e il suo museo d’arte contemporanea. Fil rouge che collega i progetti che si avvicendano in questo spazio è Fermata CAMeC, l’immaginario bus stop all’interno del Centro. Lì una panchina permette al visitatore di osservare di volta in volta i manifesti da affissione pubblicitaria che via via – come nelle strade reali – si sovrappongono l’uno all’altro con il susseguirsi delle mostre. In questa occasione Social Wall ospita le uniche ‘facce’ che non vediamo mai, quelle che stanno dietro all’obiettivo, i fotografi che hanno lavorato a questa seconda edizione.