FORMER THINGS | Luiza Samanda Turrini

artisti contemporanei, scultura contemporanea

 (english version below)

FORMER THINGS

di Luiza Samanda Turrini

 

 

“Mi fa piacere che tu parta finalmente per l’Egitto, piccola Rondine.”, disse

 il Principe, “ Ti sei fermata troppo tempo qui; ma mi devi baciare sulla bocca,

perché io ti voglio bene.”

“Non è in Egitto che vado” disse la Rondine.

“Vado nella Casa della Morte.

 La Morte è la sorella del Sonno, non è vero?”

Oscar Wilde, Il Principe Felice

 

In my glass coffin, I’m waiting

Pj Harvey

 

 

La più macroscopica differenza fra la vita e la morte sta forse nel movimento. Nei corpi vivi, anche nel sonno più profondo o nel coma, rimane una lievissima vibrazione. I morti invece sono fermi. Congelati in stop-motion nella loro ultima posizione, come statue.

L’arte nasce nel Paleolitico con la composizione rituale dei cadaveri dentro le sepolture. Oggetti, pose, corredi con significati trascendenti. Polly Morgan applica lo stesso tipo di procedimento a piccoli animali, allestendo camere funerarie, luoghi di attesa, oppure composizioni simboliche sulla falsariga delle nature morte seicentesche.

Black Fever, la febbre nera è un grappolo di ali mozzate, come un serafino nero senza testa. Nella morte avvengono tutte le trasformazioni, e capita che un mazzo di fiori sbocci di uccellini al posto delle corolle. Morning: un pettirosso si conficca nel vetro di una finestra, diventando metafora di prigionia letale, dell’inganno dei sensi, di ciò che non si può prevedere. Receiver, un nido di volotti urlanti si è trasferito sul ricevitore di una cornetta del telefono, per affidare all’etere la propria fame, che è la stessa fame di contatto di chi si avvicina all’apparecchio telefonico.

La tecnica di cui Morgan si serve è la tassidermia, che rappresenta una delle tante sfide dell’essere umano alla morte, e che, come sempre, si risolve nella sconfitta. La mano dell’uomo riesce a bloccare il disfacimento, a conservare la forma. Ma nulla può contro la realtà ultima della perdita. Della creatura deceduta rimane solo l’immagine, il sembiante. Mai la sostanza.

Un volpacchiotto dorme acciambellato dentro ad una coppa di vetro, sotto a stalattiti di cristallo. Il bianconiglio ha scelto invece la sommità del cilindro del mago. Un pettirosso giace riverso all’indietro, sopra ad un vecchio breviario tascabile, dentro ad un micro-mondo di vetro. Queste teche spesso hanno la forma delle cupolette di plexiglass con la sospensione liquida e la neve finta, oppure i glitter. Lo stesso mondo perfetto dove va ad abitare Susy Salmon, la protagonista di Amabili Resti (Peter Jackson, 2009), dopo la propria dipartita.


Polly Morgan allestisce tabernacoli illuminati da piccoli lampadari di cristallo, la versione ingioiellata delle luci sulle tombe dei morti. Il vetro funziona sia come confine di separazione sia come imitazione del ghiaccio e dei suoi ricami. E ricorda la bara di cristallo di Biancaneve, e la sua morte apparente.

Per molti bambini, il primo incontro con la morte avviene trovando degli uccellini caduti dal nido. Piccole implumi virgole a forma di feto, con grandi occhi a palla, e beccucci tondeggianti. Polly Morgan recupera dei volotti morti prima di imparare a volare, li imbalsama, e li mette in una teca di vetro, sospesi a palloncini pieni d’elio di sette colori diversi. Questi monumenti funebri in miniatura diventano malinconici emblemi, di ciò per cui si era nati, e che non è stato possibile fare.

L’opera Systemic Inflammation è costituita da piccole fiamme, un branco di canarini arancioni in volo, nell’atto di trasportare una gabbia. Una gabbia pesante, medievale, che rappresenta l’astrazione delle vestigia del corpo. Un contenitore cavo dislocato dai messaggeri, con un contenuto invisibile. Presso la maggior parte delle culture umane, gli uccelli sono psicopompi, creature che conducono le anime  da un mondo a quell’altro. Questo perché, a differenza degli uomini, hanno le ali, e non sono vincolati alla terra.

I teorici del cinema dicono che la figurazione nasce con cosiddetto complesso della mummia, cioè la volontà umana di preservare le forme delle cose e degli esseri dall’erosione del tempo.

L’arte di Polly Morgan parte da qui, ma si spinge oltre.

Sorvola territori di confine, parla di distanze, di perdite, di amore e memoria.

È come la vita brulicante e la morte che congela, in quel tempo e quel luogo in cui sono la stessa identica cosa.

 

i

note:

*immagine in alto: Polly Morgan - The Last Enemy

 

ENGLISH VERSION:

 

 

Former Things

 

"I am glad that you are going to Egypt at last, little Swallow," said

the Prince, "You have stayed too long here; but you must kiss me on the lips, for I love you."

"It is not to Egypt that I am going," said the Swallow.

"I am going to the House of Death. Death is the brother of Sleep, is he not?"

Oscar Wilde, The Happy Prince

 

In my glass-coffin, I’m waiting”

Pj Harvey

The most macroscopic difference between life and death is probably movement. The living bodies, even in the deepest sleep or in a coma, got a slight vibration. The dead are still. Frozen in stop-motion in their last position, like statues.

Art was born in the Palaeolithic with the ritual composition of corpses in the burials. Objects, poses, grave goods, with transcendent meanings. Polly Morgan applies the same proceeding to little animals, setting up funerary chambers, waiting places, or symbolical compositions in the Seventeenth Century still-life style.

The Black Fever is a bunch of severed wings, like a headless black seraph. All the transformations occur in death, and a posy can blossom with heads of little birds instead of corollas. Morning: a robin sinks into the glass of a window, becoming a metaphor of lethal captivity, of the deceit of the senses, of everything we can not foresee.

Receiver: a nest of screaming just-borne birds has transferred on the receiver of a phone, committing their hunger to the ether. The same hunger felt by those who come up to the telephone in search of contact.

The technique used by Morgan is taxidermy, which represents one of the many challenges of men to death, and which turns, as usual in these cases, in a defeat. The hand of man can stop the process of decomposition, and preserve the shape. But it can do nothing against the ultimate reality of loss. Only image, shape, appearance remains of the deceased creature. Never substance.

A little fox sleeps rolled up in a goblet of glass, under crystal stalagmites. The White Rabbit has chosen the top of the magician’s top hat. A robin lies down on an old pocket-size book of hours inside a micro-world of glass. These shrines have often the shape of those plexiglass little domes with liquid suspension and fake snow, or glitters. The same perfect world where Susie Salmon, the protagonist of The Lovely Bones (Peter Jackson, 2009) goes after her passing.

Polly Morgan sets up tabernacles illuminated by little chandeliers made of crystal, the bejewelled version of the lights on the graves. Glass functions as a separating borderline, but also as an imitation of ice and its embroidery. It also reminds of the glass coffin of Snow-White, and her apparent death.

The first encounter with death for many children is when they find little birds fallen from their nests. Little unfledged commas, with huge eyes and rounded beaks.

Polly Morgan reclaims these little birds, dead before learning to fly; she embalms them, and puts them into a glass case, suspended to helium balloons of seven different colours. These miniature funereal monuments become wistful emblems, of the things which one was born for, and which are not possible to do.

The work Systemic Inflammation is constituted by little flames, a flock of flying canaries, transporting a cage. A heavy, medieval cage, representing the abstraction of body relics. A hollow container dislocated by the messengers, with an invisible content. In almost all cultures birds are psychopomps, creatures which lead the souls from a world to another. This is because birds, unlike men, have wings, and are not bound to the ground.

The theoreticians of cinema say that art was born from the so-called mummy complex, which is the human will of preserving the shapes of things and beings from the erosion of time.

The art of Polly Morgan starts from this, but goes beyond.

It overflies borderlands, it speaks about distances, losses, love and memory.

It is like the swarming life and the death which freezes, in that time and that place in which they are the very same thing.

 

L.S.T.

 


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