La Pittura Popolare Moderna di Xiuzhou, nata a Jiaxing, nel Jiangnan cinese, è una particolare espressione della cultura rurale della regione. Xiuzhou, situata nel nord-est della provincia dello Zhejiang e nell’entroterra della pianura di Hangjiahu, nel delta del fiume Yangtze, è una tipica città d’acqua dalla lunga storia, caratterizzata da una ricca cultura e da un intenso rapporto tra territorio, vita comunitaria e tradizioni popolari.
La sua affermazione iniziò nel 1983, quando nove giovani contadini di Xiuzhou vinsero il primo premio alla prima Mostra Nazionale di Pittura Contadina, dando impulso alla diffusione della pittura rurale nella regione. Le opere si distinguono per colori vivaci, forme esagerate e composizioni ricche, ispirate alle tradizioni locali e all’artigianato popolare, come tessuti, ricami, ritagli di carta e decorazioni.
È in questo contesto che si inserisce la mostra «Xiuzhou Modern Folk Painting», in programma al Centro Culturale di Milano fino a martedì 22 settembre. L’esposizione presenta 26 opere realizzate prevalentemente con la tecnica della gouache da 18 artisti contemporanei provenienti dal distretto di Xiuzhou.
La mostra, curata da Giovanni Cerri e Renato Galbusera, nasce da un’idea di Luo Qi, docente all’Accademia di Belle Arti di Hangzhou, pittore e calligrafo, nonché instancabile promotore di progetti di scambio artistico internazionale, tra cui AAmA, iniziativa che ciclicamente presenta opere di artisti provenienti da diverse parti del mondo.
L’esposizione permette di confrontarsi con un fenomeno particolarmente interessante perché, per sua natura, si colloca in parte al di fuori delle modalità tradizionali del cosiddetto «sistema dell’Arte», generalmente orientato verso la produzione di artisti professionisti, riconosciuti dalle istituzioni e dal mercato. Qui, al contrario, viene valorizzata la produzione artistica di una comunità che sceglie di rappresentare se stessa attraverso la pittura.
Nelle ventisei opere esposte emergono le ritualità e i costumi della comunità rurale, la navigazione dei fiumi, la pesca, il paesaggio e il territorio. Questi elementi della tradizione convivono con immagini della contemporaneità: tablet, macchine fotografiche, scooter e altri segni della vita moderna entrano nelle rappresentazioni senza modificare il carattere fortemente personale e comunitario di questa pittura.
Dal punto di vista formale, le opere sono caratterizzate da un uso vivacissimo e antinaturalistico del colore, da forme semplificate o volutamente deformate e da composizioni ricche e dinamiche. In alcuni casi emerge una dimensione quasi pop, che può richiamare alla memoria, per l’uso della linea, del colore e dell’immaginario contemporaneo, esperienze come quelle di Ugo Nespolo o, guardando alla storia dell’arte italiana, di Fortunato Depero. Si tratta tuttavia di accostamenti utili soprattutto a suggerire una possibile chiave di lettura occidentale di un linguaggio nato da una cultura e da una tradizione completamente differenti.
Questa produzione si presenta inoltre molto distante dalla grafica politica della Repubblica Popolare Cinese del Novecento, caratterizzata dalle modalità realistiche di derivazione sovietica. La pittura popolare di Xiuzhou non sembra infatti costruire una rappresentazione ufficiale della società, ma nasce piuttosto dal desiderio di raccontare la quotidianità, le tradizioni, il territorio e le trasformazioni vissute dalla comunità.
Centro Culturale di Milano
Largo Corsia dei Servi 4
20122 Milano
Tag: centro culturale di milano
-

Xiuzhou. Modern Folk Painting
-

Con Mario Carrieri Milano torna in scena attraverso la fotografia
Ci sono fotografi che raccontano una città e altri che ne cambiano per sempre lo sguardo. Mario Carrieri appartiene alla seconda categoria. Scomparso lo scorso 12 aprile a 93 anni nella sua casa di Milano, Carrieri ha fatto della luce uno strumento di conoscenza e della fotografia il luogo in cui la realtà poteva rivelare ciò che normalmente resta nascosto.
Dal 18 novembre 2026 al 20 febbraio 2027, il Centro Culturale di Milano gli dedica la mostra “Mario Carrieri. Il teatro della fotografia. Milano, Italia 1959”, ideata da Camillo Fornasieri e curata da Roberto Mutti, con il patrocinio del Comune di Milano e della Regione Lombardia. L’esposizione presenta per la prima volta in forma ampia e organica il progetto “Milano, Italia” realizzato tra il 1957 e il 1959 e considerato uno dei capolavori della fotografia italiana del secondo Novecento.
In esposizione 100 fotografie originali, selezionate da Mutti in collaborazione con Pietro Carrieri, fotografo e figlio dell’artista.Tra il 1957 e il 1959 Carrieri percorse instancabilmente Milano, realizzando oltre 3.500 scatti. Da quel materiale ne selezionò 134 per costruire “Milano, Italia”, pubblicato nel 1959 da C.M. Lerici con la stampa di Amilcare Pizzi. Non un semplice libro fotografico, ma un vero poema visivo articolato in dieci “Scene”, costruito attraverso immagini spesso accostate in dittici e contrapposizioni.
Ne emerge una Milano sospesa tra la memoria del dopoguerra e l’imminente boom economico: una città fatta di immigrati e pubblicità, periferie e luoghi della devozione, matrimoni e locali notturni, San Siro e i Navigli, la Scala e San Vittore. Una città moderna e insieme inquieta, nella quale Carrieri cerca non tanto di documentare il cambiamento quanto di penetrarne le contraddizioni.
Il libro fu accolto con sostanziale indifferenza dalla critica dell’epoca. A intuirne subito la portata fu invece Ugo Mulas, con cui Carrieri avrebbe instaurato un profondo sodalizio umano e artistico. Nello stesso periodo alcune fotografie entrarono nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, segnando il primo importante riconoscimento internazionale dell’opera.
Figlio del critico d’arte Raffaele Carrieri, Mario crebbe in un ambiente frequentato da artisti e intellettuali, entrando in contatto con figure come Picasso, Modigliani, Marino Marini, Ungaretti e Guttuso. Dopo gli esordi alla Mondadori nell’archivio fotografico di Epoca e le esperienze nel cinema e nei cortometraggi pubblicitari, sviluppò un linguaggio fortemente influenzato dalla luce cinematografica, dalla pittura di Bacon e dalla tradizione di Rembrandt e Caravaggio, oltre che da fotografi come Arnold Newman, Weston e Avedon.
Poi arrivò la frattura. «Cessai completamente, rifiutai tutto quel mondo e cominciai a fare Milano, Italia: come sono io, una frattura, con un’ascia», raccontò lo stesso Carrieri.
Da quel momento la fotografia non fu più per lui semplice documento. La città divenne un palcoscenico e i suoi abitanti attori inconsapevoli di una rappresentazione collettiva. «Milano io la consideravo un grande palcoscenico dove recitavo una tragedia. Io non volevo riprodurre una città, ma produrla», spiegò.
Il bianco e nero di Carrieri è fatto di forti contrasti, neri profondi, sgranature e superfici volutamente imperfette. La luce costruisce lo spazio come farebbe uno scenografo e trasforma ogni soggetto — un volto, un edificio, un animale, una strada — in una presenza dotata di una propria intensità.
In questa prospettiva, “Milano, Italia” diventa anche il punto di partenza per leggere tutta la sua successiva produzione internazionale. Carrieri avrebbe lavorato in tutto il mondo, dagli Stati Uniti a Tokyo, dall’Africa al Messico, realizzando progetti e libri per musei, fondazioni e importanti aziende del design, tra cui Cassina, Knoll e Unifor, e fotografando architetti come Aldo Rossi, Renzo Piano, Richard Meier, Norman Foster e Rem Koolhaas.
Ma è nella Milano degli anni Cinquanta che si trova la matrice della sua ricerca. Una città osservata attraverso la luce, capace di diventare metafora della condizione umana. Più che fotografare oggetti, volti o architetture, Carrieri fotografava ciò che la luce rendeva visibile, ovvero il passaggio del tempo, le contraddizioni della città e quel «fondo luminoso» della realtà che cercò per tutta la vita.
la mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale con la direzione artistica di Andrea Lancellotti.
Inaugurazione: mercoledì 18 novembre ore 18.30