IL CALCARE DEL TUBO AD "EMOTICON IN CARNE ED OSSA"

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A Mosca, dal 24 Ottobre 2017 al 15 Gennaio 2018, è visitabile la mostra d’arte contemporanea che s’intitola Unlock, coi dipinti e le installazioni di Marina Zvyagintseva. Lei virtualmente proverebbe a “far scoppiare” un muro, tramite il “calcare” d’una sua tubazione “per tavolozza”. L’acquerello pare a disperdere i pigmenti. Marina Zvyagintseva ha preferito il monotipo. Così, la rullata dev’essere raschiata. Ma la percezione del calcare paradossalmente sbloccherà. E’ la miniatura del tubetto di colore, che si spremerà in funzione dell’arte pittorica. Possiamo genericamente immaginare che il monotipo diventa “un acquerello” per la calce del muro. Marina Zvyagintseva fa “scoppiare” il grigio cittadino, pensando alla metropoli di Mosca. Simbolicamente, è anche una giustificazione del suo underground. L’urbanizzazione vive del “sommerso”. Essa favorisce che noi ci spostiamo di luogo in luogo. Ma quanto la “tubazione” della metropolitana “sbloccherebbe” bene le mura dei condomini residenziali? In città l’elemento dell’acqua, basilare per la vita del corpo, sembra rimpiazzato dalla calce. Esiste anche la fognatura, ad annerire il grigio dei palazzi residenziali. L’artista “rullerebbe” su tutto questo, per “sbloccarvi” tanto il rosso della passionalità quanto il biancoceleste del gioco all’aperto. Possiamo immaginare che i soffitti ed i tetti dell’urbanizzazione tramutino in “tavolozze”. Sarebbero quelli i primi a farsi “raschiare”, per il monotipo d’un acquerello “all’aria aperta”. Alcuni quadri di Marina Zvyagintseva raffigurano virtualmente parti del corpo umano: la muscolatura, il cuore, la testa ecc… Sempre il colore vi sarebbe “spremuto”, sino a raschiare il citoplasma! Forse è ciò che accade al microscopio, tramite cui letteralmente “sblocchiamo” il sommerso. Il colore rosso del sangue ci sembra percepibile. L’artista appende i suoi quadri, i quali soprattutto sono allacciati fra di loro, e dalle “fredde” tubazioni. Bisogna che la “calce” del muro fuoriesca all’aperto, così da rivitalizzarsi nel biancoceleste se non dell’acqua almeno dell’aria.

Milo De Angelis immagina d’aver portato “gli eroi” all’alfabeto del momento. Il linguaggio sempre traduce le sole “impressioni” del vissuto. Così, l’alfabeto s’illuderebbe di riflettere il buio nei pensieri originari. Tutte le lettere si sacrificherebbero “eroicamente”, tracciando l’eternità del divenire. Per Milo De Angelis, sarà meglio avere un linguaggio che perduri ad oscillare sul quaderno. La poesia traduce “il sacrificio” delle lettere rimaste “al palo” col silenzio d’una mera evocazione. Qualcosa che volteggi nel “buio” del vissuto “imprimente” un pensiero, e come l’acrobata al “trapezio” della grafia. La parola poetica sarebbe una “spina” nel quaderno, sacrificato a riecheggiare.

Marina Zvyagintseva ha raffigurato le prese, chissà quanto capaci d’alimentare uno pseudo-cuore. Modernamente si pensa che la virtualità del contatto tramite lo smartphone od il computer si limiti a dissolvere i sentimenti. La chat funziona un po’ da “acquerello” per lo “sblocco” d’una sincerità in “sommersione”. Solo una persona dall’imporsi assai passionale ci direbbe tutto “in faccia”. Spesso s’usa la chat per riconoscere la propria timidezza, e sfruttando la virtualità del momento. L’artista esibisce un contatto delle prese che “fuoriesce” al “raschiare” della passionalità. La “nebulosa” tanto fra le arterie quanto fra le vene dà incertezza all’evocazione del senso. Noi non sapremo se il cuore avrà riecheggiato nella voce. Pare che le spine rimangano “al palo”, senza “sbloccare” le “acrobazie” d’una passionalità evidentemente “in tilt”.

C’è un dipinto di Marina Zvyagintseva in cui lo smartphone eretto subisce un travolgimento, dalle mani abituate solo a posarvisi. Nel mezzo, pare che “l’indispensabile” custodia esploda con la sua plastica. Oppure, i palmi si sarebbero “raschiati” sul vetro temperato a tal punto da causarsi i calli. Certamente, il dipinto va percepito in via “muscolare” (complice un biancorosso in liquefazione). Qualcuno immaginerà che le mani modellino tutto il “fracco” del messaggio da smartphone (per le icone, le chat, i posts, le rubriche ecc…). Ora manca il dettaglio della spina d’alimentazione. Ma il vetro s’erge come una porta che addirittura immoli il suo funzionalismo. Lo smartphone permette di “fare le acrobazie”: fra le chiamate ed i click, fra le chat ed i giochini ecc… La percezione edilizia del calcare rientrerà in quella agonistica dell’acido lattico!

A Mosca, Marina Zvyagintseva ha portato un’installazione in cui le tubazioni s’intrecciano per una sorta di “gioco al labirinto”. Più realisticamente, il visitatore della mostra potrà solo sedervisi. Così l’installazione si percepisce in via tanto “nebulosa” quanto “acrobatica”. Il nostro sguardo proverà a “raschiarne” la fuoriuscita. Le tubazioni s’intrecciano specialmente per svolte a parallelepipedo. E’ la stessa dimensione delle cifre digitali, e forse bloccate al loro “tilt”. Ma gli spazi di luce avrebbero subito lo spremersi? Possiamo ricordare il parallelepipedo del tubetto…

In altri dipinti, l’artista in luogo della classica tela installa la gigantografia d’uno smartphone, e con tutta la pesantezza d’una plastica a muro. Soprattutto, assistiamo al suo tentativo di “sbloccare” la “tavolozza” degli organi corporei. La raffigurazione umana è per linee molto sinuose (fra i capelli, la pancia, i fianchi ecc…). Il vetro dello smartphone appare “grigio per calcificazione”, ma riuscirebbe pure a riecheggiare nel rosso sanguigno. Forse noi percepiremmo che, nel corpo umano, gli organi si scattino il “selfie” sulle proprie ossa. Lo smartphone ha la “tavolozza” delle emoticons, e dove ogni stato d’animo quasi si farebbe “intubare”. Marina Zvyagintseva prova a dipingere gli organi interni in via più generativa. E’ il loro “acquerello”, dopo averne “raschiato” le adiacenti ossa. Percepiamo che lo smartphone s’usi fondamentalmente “giocherellando”. Ma quanto esso avrebbe “raschiato” l’impegno al conoscersi “in carne ed ossa”?

 

 

Recensione estetica per la mostra Unlock, con le installazioni e le pittura di Marina Zvyagintseva, in programma a Mosca, presso la Gallery 21, dal 24 Ottobre 2017 al 15 Gennaio 2018

 

 

 

 

THE LIMESCALE OF A PIPE AT “EMOTICON IN THE FLESH”

 

In Moscow, from 24 October 2017 to 15 January 2018, you can visit a contemporary art exhibition called Unlock, with the paintings and the installations of Marina Zvyagintseva. She virtually would try the “burst” of a wall, through the “limescale” of its tubing “as palette”. A watercolour seems dispersing the pigments. Marina Zvyagintseva preferred the monotyping. So, the paint roller has to be scraped. However the perception of a limescale paradoxically will unlock. That is a miniature for the little tube of colour, which will be squeezed to favour the art of painting. We can generically imagine that the monotyping becomes “a watercolour” for the lime of a wall. Marina Zvyagintseva allows the city grey to “burst”, thinking about the metropolis of Moscow. That is also symbolically a justification for its underground. An urbanization needs the living “in submersion”. It favours that we move from place to place. But how much would the “tubing” of a subway “unlock” in a good way the walls of the housing developments? In a city the element of the water, which is fundamental for the life of a body, seems replaced by the lime. Also the sewage system exists, blackening the grey of the housing developments. The artist “would use a paint roller” against all those things, to “unlock” there both the red of a passionateness and the blue and white of outdoor games. We can imagine that the ceilings and the roofs of urbanization change in “palettes”. These would be the first things to be “scraped”, for the monotyping of a watercolour “in the open air”. Some pictures of Marina Zvyagintseva represent virtually the parts of a human body: the musculature, the heart, the head etc… Always the colour there would be “squeezed”, until it scrapes the cytoplasm! Perhaps that is the same situation at the microscope, through which literally we “unlock” the submersion. We seem able to perceive the red colour of blood. The artist hangs her pictures, which principally are linked each other, and by the “cold” tubing. The “lime” of the wall has to pour out in the open, so revitalizing itself in the blue and white maybe not of the water but at least of the air.

Milo De Angelis imagines that he brought “the heroes” to the alphabet of the moment. A language always translates only the “impressions” of living. So, the alphabet would deceive itself into reflecting the dark in the original thoughts. All the letters would “heroically” sacrifice themselves, tracing the eternity of becoming. According to Milo De Angelis, we would better have a language that persists to swing on a notebook. The poetry translates “the sacrifice” of the letters been “at a standstill” with the silence of a mere evocation. Something that flutters about in the “dark” of a living which “impresses” a thought, and like an acrobat on the “trapeze” of a spelling. The poetic word would be a “thorn” in the notebook, sacrificing itself for reechoing.

Marina Zvyagintseva represented the outlets; nobody knows how these are able to power a pseudo-heart. In a modern way, we think that the virtuality of a contact through the smartphone or the computer restricts itself to dissolve the feelings. The chat functions a bit as a “watercolour” to “unlock” a sincerity in “submersion”. Only somebody who muscles in by his passionateness would say all “to our face”. Often we use the chat to recognize our shyness, and taking advantage of the virtuality of the moment. The artist shows a contact by the outlets which “pour out” when the passionateness “scrapes” itself. A “nebula” between both the arteries and the veins gives an uncertainty to the evocation of a sense. We will don’t know if the heart will reecho in the voice. It seems that the outlets be “at a standstill”, without “unlocking” the “acrobatics” of a passionateness evidently “seized up”.

There is a painting of Marina Zvyagintseva where the raised smartphone suffers in overturning, by the hands get used only to lie on there. In the middle, it seems that the “indispensable” case explodes by its plastic. Or else, the palms would have been “scraped” on the tempered glass to the point where they get some calluses. Of course, the painting has to be perceived in a “muscular” way (complicit a red and white in liquefaction). Somebody will imagine that the hands mould all the “stack” of a message by smartphone (for the icons, the chat, the posts, the phone books etc…). Now the detail of a power outlet is lacking. However the glass is erected like a door that even sacrifices its functionalism. The smartphone allows “to do stunts”: between the call and the click, between the chat and the little games etc… The perception from building about the limescale will reenter in the perception from competition about the lactic acid!

In Moscow, Marina Zvyagintseva brought an installation where the pipes are intersected in a sort of “game of labyrinth”. More realistically, the visitor of the exhibition could use it only to sit. So the installation is perceived in a way both “nebulous” and “acrobatic”. Our gazes will try to “scrape” its leak. The pipes are intersected especially through turning for a parallelepiped. That is the same dimension of the digital numbers, which maybe are blocked by their “going haywire”. However would the light openings have suffered for being squeezed? We can remember the parallelepiped of a little tube…

In other paintings, the artist installs a blow up of a smartphone replacing the typical canvas, and with all the heaviness of the plastic on the wall. Principally, we are witness of her attempt to “unlock” the “palette” of the corporeal organs. The human representation is built through lines very sinuous (between the hair, the abdomen, the sides etc…). The glass of the smartphone appears “grey for calcification”; but it would also be able to reecho in the red of blood. Perhaps we would perceive that, in human body, the organs take a “selfie” on own bones. The smartphone has the “palette” for the emoticons, and where every mood almost would be “intubated”. Marina Zvyagintseva tries to paint the internal organs in a way more generative. That is their “watercolour”, after a “scraping” of their adjacent bones happened. We perceive that the smartphone is used fundamentally when we “fiddle around” with it. But how much will it “scrape” the task to a knowing “in the flesh”?

 

 

Aesthetics review for the exhibition Unlock, with the installations and the painting of Marina Zvyagintseva, programmed in Moscow, at Gallery 21, from 24 October 2017 to 15 January 2018

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