flashback. coming out

I miei pensieri emanavano parole che, varcate le soglie delle mie labbra, si trasformavano in azioni. Oggetti. pugnali. Mia madre era lì davanti e subiva ogni mia sillaba come fosse uno schiaffo. Piangeva. Avevo sedici anni in quel giorno di novembre. L'estate mediterranea incespicava morendo dietro le mie spalle e un tiepido natale di provincia si apprestava a vomitare il suo vagito.
Odiavo il natale. Detestavo la provincia. Avevo Sedici anni e mi ero appena dichiarato frocio.
La psicologa del servizio pubblico. Le avrebbe voluto parlare lei ma, mia madre, insisteva per saperlo da me. “che mi deve dire?”, “perché mi stai facendo andare là?”. Ecco perché cara mamma. Per evitare di essere io a schiaffeggiarti. A sedici anni mi affacciavo nella vita e cominciavo a godere del potere oscuro delle parole. Forse dentro di me c'era il desiderio sadico di causarle dolore per ricordare, a lei e al mondo, che non ero succube dei suoi imperativi morali.
Drogati, froci e malati di AIDS nei suoi discorsi erano categorie intercambiabili. Anzi, non proprio, perché di droga se ne parlava eccome mentre di gay no. Quello era Tabù. Parlava sempre con disprezzo di droga e di AIDS e lo faceva per rimandare a quel discorso impronunciabile. Per esorcizzare la paura che io lo fossi.
E allora beccati me. Sono frocio cara mamma. Ossia sono drogato. Ossia ho l'AIDS. Pensi ancora che siano la stessa cosa?
Fui crudele e inflessibile per qualche anno e non mi sbagliai a esserlo.
Ma tu sai che io ne soffro? Sai che potrei anche suicidarmi?” “o certo cara mamma, so che ne soffri ma se tu dessi l'addio al mondo non cambierei di certo orientamento. Sarei solo un orfano finocchio”
Misi un muro tra il suo linguaggio e il mio e fu l'unico modo per costringerla a capire. Ero una checca e non sarei cambiato.

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