articoli di Giacomo Momo Gallina

LittleItaly: il nuovo show-space

LittleItaly, la galleria d’arte di Valentina Tosoni e Pasquale di Molfetta, debutta nel panorama milanese nel 2007 ma trova, finalmente respiro, nel 2010, in via alzaia naviglio Grande 42. Un complesso di loft adibiti a studi di architettura e angoli concretamente versatili che suggeriscono la scelta di occupare uno spazio e adibirlo a galleria d’arte e non solo. Così, LittleItaly, vuole distinguersi come punto di ritrovo, organizzazioni eventi, sperimentazioni e ideazione in itinere e molto altro ancora. Il dehor porticato, richiama temi esotici cui far riferimento sia nel periodo invernale sia in quello estivo. Il nome indica il famoso quartiere newyorkese ma è ben distante dall’idea di associarsi a esso, al contrario, vi è il desiderio di riportare l’eccellenza italiana, proprio in Italia. Un paradosso reale in una contemporaneità capace di stupire all’estero per qualità e fama, dimenticandosi del campanilismo tipico di un paese ben strutturato e con una memoria sociale e storica di cui vantarsi. Lo spazio rivendica, con il nome LittleItaly, derive internazionali per un pubblico a 360 gradi.

 

Intervista a Thomas Bee

 

Intervista a Thomas Bee a cura di Giacomo Momo Gallina

 

 

Dunque Thomas, partendo dalla visione delle tue opere mi sembra chiaro che tu sia entrato a far parte di quel movimento che viene definita pixelismo ma, allo stesso tempo, usi materiali di scarto? confermi? cosa ne pensi? per  qual motivo hai scelto di dipingere in questo modo?

 

Più che di una scelta vera e propria si tratta sempre dell’impulso di confluire tutti gli aspetti della mia esistenza in un’unica cassa di risonanza. Per un artista che lavora sulla sperimentazione penso sia importante lasciarsi aperta ogni possibilità di utilizzo di un medium. Mi ritengo “istintivo” anche nell’uso delle varie tecniche. In un certo senso mi lascio dominare dalla tecnica. Spingersi in direzioni sconosciute penso sia un processo importante anche dal punto di vista formativo.I materiali che utilizzo sono spesso concretamente legati al mio vissuto. In alcuni lavori che ho svolto per  vivere  negli   ultimi dieci anni, mi capitava di frequente l’attività di disimballare colli forando le scatole di cartone lungo i due lati sigillati dallo scotch. Ho sviluppato un rapporto di confidenza con questi materiali. I miei pensieri in quei momenti sono strettamente correlati con l’odore, il rumore del taglio e i gesti delle mie mani che trasformano un contenitore in una superficie piatta.

 

Per quale motivo dipingi su pluriball, personaggi dello show biz?

 

Ogni opera, anche la più fantasiosa, è in rapporto con il luogo e il tempo in cui viene creata.Il fatto di dover periodicamente rinnovare la presa di coscienza del confine tra sé e il mondo è causato dall’attenzione spasmodica che oggi si dà al modo in cui si appare, a come gli altri ci vedono. Il che allontana da una coscienza stabile di sé. Nelle mie opere faccio ampio utilizzo di “icone” svuotate del loro significato che come contenitori vuoti si prestano alla molteplicità di lettura, all’ambiguità. Per icona intendo un’immagine che è diventata un codice assimilato nel tempo, condiviso da tutti. Volevo rendere al meglio tale sensazione di spaesamento, che tra l’altro influenza anche i miei disegni in cui convivono differenti prospettive e una molteplicità simultanea di sguardi. Con le prospettive contraddittorie dichiaro quanto è egocentrico il punto di vista degli uomini: basta uscire da sé per un attimo e si scorge l’infinita molteplicità dei punti di vista.

 

Come ti è venuta l'idea dei gratta e sosta?

 

i materiali che uso sono come uno strumento sensibilissimo, capace di una risposta emotiva che si amplifica a potenziali flussi. I “minimi” su cui posso agire tramite questo strumento sono estremi e personalissimi, tanto da stabilire interi percorsi di senso sempre a ridosso del limite percettivo e dove forma, profondità di segno, spettro visivo e contenuto iconico sono sottoposti a una continua, impercettibile, inarrestabile trasformazione in altri stati. I GRATTA E SOSTA sono nati come risposta ad una necessità di riconoscere e disarmare i miei spettri, e in un certo senso anche di purificarmi da essi per liberarmene. Per fare questo avevo bisogno di creare una sorta di rete invisibile tra tutte le attività quotidiane, per dare un senso profondo ad ogni gesto.

 

Cosa pensi dell'arte e del mercato dell'arte sviluppatosi negli ultimi 10 anni?

 

Gli artisti sono come delle antenne. Come filosofi dobbiamo rimanere calmi, sereni, umili : vedo così la figura dell’artista oggi. Dobbiamo scavare ancora di più nella filosofia, nella propaganda di un benessere visivo. È troppo facile pensare solo ai soldi o alla fama: avremmo potuto fare tanti altri lavori per arrivare a questo obiettivo. Il nostro compito è un po’ più serio e richiede tempo. Parlare di arte come investimento è una cosa profondamente sbagliata: se si prende un’opera è perché la si ama, e quindi non è facile liberarsene. Anche se l’artista non ha avuto successo il discorso resta com’è, continui ad amare quel lavoro. Un investitore che vuole capitalizzare, invece, si stufa presto, segue logiche che non hanno nulla a che vedere con l’arte, ma con il business. Nel nostro paese l’arte contemporanea viene mostrata in modo molto limitato, nella maggior parte dei casi in gallerie private, che essendo commerciali sono molto diverse da un museo. Inoltre, l’interesse è rivolto soprattutto ad una ricerca spasmodica e fulminea di talenti “geniali”, ma non altrettanto al sostegno di una vera ricerca artistica. In Italia l’arte ha bisogno dell’ente pubblico. Occorre il rispetto dei ruoli. Il sistema dell’arte è composto da cinque ingranaggi: l’artista, il gallerista, il critico, il museo e il collezionista. Se ne manca uno il meccanismo si inceppa e da noi uno è quasi totalmente assente. Mancando l’Istituzione, che è l’elemento in grado di sancire la credibilità di un artista, vengono meno l’interesse e la vicinanza della gente, che non va a vedere le mostre. Talvolta, il problema sono i curatori, o la critica, che in Italia è latitante. Manca completamente quella costruttiva, dovrebbe essere sprone, invece non dà vita a nessun dibattito. Il lavoro di ciascuno va rispettato, ma anche criticato.

 

Prevedi di stare in Italia a produrre o hai in mente di trasferirti all'estero in un futuro?

Ho vissuto per dieci anni a New York. In un contesto urbano come quello di Manhattan sognavo dentro di me di ricreare un piccolo paradiso terrestre. Sono stato in giro per più di quattro anni. Ho vissuto a Londra, a Singapore e ho girovagato tra Indonesia, Cina, Malaisia e Giappone. Ho deciso di allontanarmi dall’Italia soprattutto per rispetto del mio lavoro e delle persone che hanno sempre creduto in me. Ho sentito il dovere di scappare. L’arte, a mio avviso, è investigazione, domanda, complicazione. Non c’era più nulla di tutto questo e ho scelto velocemente. Ho chiuso  e sono partito con la promessa di tornare con un lavoro nuovo e con una grande mostra

 

Vuoi dire qualcosa per concludere l'intervista?

 

Si, che ciò che si è perso realmente è il tempo biologico dell’uomo. Le mie ultime mostre hanno avuto come argomento i neuroni e le sinapsi. La vita è diventata molto più veloce. Concentrarsi è diventato veramente difficile. Uno dei più grandi neurologi americani afferma in una sua teoria che i neuroni sono andati avanti cinque secondi sul ritmo di vita dell’uomo. Siamo caricati di ambizioni e di sogni e non siamo mai contenti. È un vortice che si ferma solo quando ci accontentiamo di quello che abbiamo fatto durante il giorno e ci accorgiamo che ogni cosa è già stata detta. Poi è stata semplicemente ripresa e spacciata come originale.

 

Intervista Fabrizio Pozzoli

 

 


INTERVISTA A FABRIZIO POZZOLI

di Giacomo Momo Gallina

 

 

So che hai iniziato gli studi in ingegneria per poi dedicarti alle tue sculture, mi smonti il mito dell'ingegnere col pocket pen?

 

La scelta della facoltà di ingegneria è da vedersi come naturale conseguenza di due situazioni: il raggiungimento della maturità scientifica  e l’auspicato mio ingresso post laurea nell’azienda edile di famiglia. In breve tempo mi accorsi di aver dipinto questo panorama senza tenere conto delle mie oggettive inclinazioni artistiche, in realtà già esplicitamente manifeste durante gli anni del liceo. Quindi, l’inevitabile fuga dall’Università e l’inizio di un lungo periodo di esperienze variegate, dovuto probabilmente all’inconscio rifiuto di una comunque inevitabile vita “artistica”.

In realtà , quindi, si tratta di una fugace esperienza che non ha lasciato alcun segno biografico rilevante, né alcuna impronta formativa.

 

Tra il 1994 e il 1997 sei stato tra Inghilterra e Stati Uniti, queste esperienze come hanno influito sulla tua vita e sulla tua arte?

 

Il periodo trascorso negli Stati Uniti nel 1994 e quello In Inghilterra del 1998, rappresentano due tra le esperienze più dense e significative della mia gioventù. Nel primo caso, il violento impatto del tutto ignorante con la lingua inglese in una realtà così lontana dal forte provincialismo italiano. Nel secondo caso, l’immersione a occhi e naso tappati nell’atmosfera unta e appiccicosa della cucina di un fast food inglese. Situazioni altamente formative( e volutamente scomode) ma che in realtà nulla hanno contribuito al mio cammino artistico, che ha avuto inizio ben più in là ( o più in qua) nel tempo.

In tal senso, invece, credo di poter attribuire un’importanza fondamentale al periodo trascorso nel 2008 a N.Y., ospite della residenza per artisti istituita ad Harlem dalla famiglia Montrasio ( Harlem Studio). Durante quella permanenza, infatti, ho avuto occasione di rapportarmi con spazi espositivi ed eventi per un’Arte senza limitazioni, dilatando  in tal modo le mie prospettive creative, fino ad allora vincolate da pareti cerebrali troppo occludenti. Prima di quel momento, il mio fare era  in realtà già esploso, nella realizzazione di The Big Head, Dumb Shout o Interruptus, ma era come se si trattasse di manifestazioni episodiche, indipendenti e  fine a se stesse. Ciò che a quel punto sentivo agitarsi dentro era la necessità di vivere lo spazio in maniera diversa; non in modo tangente, ma penetrante; non occasionalmente, ma con costanza e reiterazione. La mente si è popolata di idee nuove e rielaborazioni di progetti che galleggiavano, spersi. Il percorso che avevo seguito sino ad allora si era trasformato, biforcandosi più e più volte, fino a creare un tessuto di direzioni dalle nature diverse, ora complementari, ora antitetiche Si è originata un’ulteriore forma di insofferenza creativa, dovuta alla mancanza di un contesto adeguato che supportasse e consentisse la materializzazione di queste nuove idee. Si è innestato un processo implosivo che mi ha portato gradualmente ad un agire artistico figlio e vittima di una forza centripeta, che ha inglobato le sculture stesse.

 

Sei partito da opere pseudo pittoriche per arrivare alla scultura, come definiresti e giustificheresti questa tua evoluzione?

 

La tecnica che contraddistingue i miei lavori paradossalmente è proprio figlia di lacune tecniche. Il mio percorso artistico, infatti, non si è mai intrecciato con nessuna Scuola o Accademia. Se si eccettua l’esperienza fugace presso la Scuola del Fumetto (1999-2000), non posso vantare nessun tipo di formazione artistica che mi abbia consentito di assimilare le nozioni necessarie al relazionarsi con materiali e strumenti.

 Da qui, unitamente all’improvviso bisogno di far esplodere le forme dal foglio di carta verso la terza dimensione, la necessità di improvvisare una tecnica ( se poi di tecnica si tratta) che mi consentisse di tradurre in pratica questa pulsione. Quindi, un modus operandi che fosse totalmente libero, che non avesse regole e non fosse soggetto a raffronti, per mancata comunanza di materiali e principi di metodo con altre opere scultoree.

Così, dopo un periodo di assoluta sperimentazione vissuta in bilico tra esaltazione e frustrazione, un giorno d’estate del 1999, cercando in un cassetto di casa una pinza, mi trovai tra le mani un rocchetto di filo di ferro semi-arrugginito. Le conseguenze di quell’imbattersi furono pressoché immediate e portarono alla creazione di un piede, intrecciato con quel filo. Più incuriosito che soddisfatto del risultato, provai a proseguire l’improvvisato intrecciare, dotando quel piede di un polpaccio e poi di una gamba e poi di un intero corpo. L’intera realizzazione richiese all’incirca un mese e il suo completamento combaciò con l’inizio della frequentazione della Scuola del Fumetto. Trascorso l’intero anno scolastico nel maniacale studio e approfondimento della figura umana, terminati i corsi, a ridosso dell’estate ci fu l’immediata pulsione ad applicare alla tecnica del filo intrecciato quanto imparato in materia di anatomia. Per cui, alla prima figura rimasta inerte in un angolo per tutti quei mesi, iniziarono ad affiancarsene altre dalle forme via via sempre più ponderate ed inevitabilmente più equilibrate.

 

Che sensazione hai provato nel finire la prima big head?

 

Mi sono reso conto di aver finito la prima big head all’improvviso. Da un momento all’altro l’ho vista ultimata. Da lì in poi avrebbe vissuto di vita propria. Avrebbe respirato contesti diversi, assorbendone umori ed influenze, mutando il suo aspetto in funzione del clima e delle temperature, attraversando il tempo e lasciandosi invecchiare.

Tutto, senza che io potessi più intervenire in prima persona.    

D’un tratto mi sono scoperto ad osservarla con occhi diversi, malinconicamente più distaccati; Comunque, non ancora (né mai) sufficientemente oggettivi.

Ciò che mi ha attraversato in quegli istanti è stata un’altalenante sensazione di sollievo e smarrimento. Da un lato mi sono sentito come se avessi vinto l’ostilità delle grandi dimensioni, che in scultura può viversi come una vera e propria sfida. Dall’altra la consapevolezza che da lì in avanti il rapporto con il filo di ferro e soprattutto con le figure di dimensioni più contenute sarebbe inevitabilmente mutato. Da una parte, la conferma che questa tecnica così poco classica, spoglia di regole e norme, mi avrebbe consentito di affrontare la realizzazione di qualsiasi forma di qualsiasi dimensione. Dall’altra, lo spaesamento che consegue il concepimento di ogni progetto ambizioso e che mi ha posto di fronte all’ingombrante interrogativo : E ORA ?  

 

Mi spieghi meglio la tecnica del fil di ferro?e, come mai hai scelto di scolpire in questo modo?

 

L’utilizzo del filo di ferro ha rivelato sin da subito una serie infinita di possibilità creative e di vantaggi tecnici. Primo fra tutti, la possibilità di procedere per addizione, partendo dal nulla e lavorando all’intreccio dei singoli fili alla ricerca delle forme. Questo lento, graduale aggiungere mi consente di mantenere costantemente il controllo dei volumi e di intervenire in ogni momento sulla figura. L’origine di ogni scultura è una sorta di gomitolo di fili di ferro, che costituisce la calotta cranica della figura in divenire. Una volta completata la testa ( che rappresenta il parametro base per tutte le proporzioni ), inizio ad impostare il corpo, partendo da un’abbozzata colonna vertebrale. A questa segue la cassa toracica, poi il bacino, le gambe, le braccia e i ultimo piedi e mani. Le figure non hanno scheletri di nessun genere al loro interno. Vivono del fitto intreccio di fili che le pervade e in tal modo si auto-sostengono. 

 

Moltissime persone, di grande pregio, hanno apprezzato le tue opere e hanno scritto di te, eppure non sei entusiasta del mercato dell'arte...vuoi dirci il perchè?hai in mente qualcosa per il futuro?vuoi darci delle anticipazioni?

 

Il mercato dell’Arte è da sempre sottomesso ad un’evidente tirannia: quella del denaro. È così, lo si sa e chi decide di regalarsi un’esistenza  artistica è consapevole sin da subito che dovrà sottostare al suo giogo. Personalmente, faccio ancora fatica a convivere con le norme non scritte che ne regolano l’andamento, ma per un’ovvia esigenza di sopravvivenza cerco per quanto possibile di ignorare i pruriti ideologici che puntualmente fioriscono dentro di me. 

Quello che in realtà trasforma quei pruriti in vere e propri eruzioni è tutto ciò che gravita attorno a quel mercato; alla popolosa rete di figure intermediarie dai contorni non meglio definibili, che con fare parassita hanno gradualmente contaminato il sangue dell’Arte, rendendola avidamente dipendente da loro. Galleristi, critici, curatori, mercanti, speculatori. Sono loro i veri burattinai del teatrino dell’Arte, i domatori di un circo in cui gli artisti sono sempre più bestie ammaestrate o equilibristi che ciondolano sul filo del successo, spintonandosi tra loro per farsi strada.

Oggi più che mai l’Arte è un Affare.

C’è poca pazienza, in chi crea e in chi diffonde. C’è molta superficialità. Si è perso il gusto del domani. Non si investe in maniera sensata, ma sospinti da un’onda artificiale e artificiosa che guarda solo all’oggi. Tranne rare eccezioni, gli artisti che sembrano in linea con il gusto del momento vengono catapultati all’apice di un successo fittizio, finché, esaurito l’interesse per la novità, la luce si spegne e questi si trovano a vagare triturati e spaesati. Non c’è volontà di costruire. I galleristi non cercano lavori che abbiano consistenza, ma che funzionino come impatto immediato. Quando non trovano neppure questo, lo creano, imboccando con maestria e avveduta costanza le menti spugnose dei destinatari e “oliando” sagacemente le avide intenzioni degli intermediari. Critici e curatori saltellano con le narici tappate là dove riescono ad intravedere spiragli di notorietà e denaro, sciogliendosi in elogi ed esaltazioni sproporzionate e spesso ingiustificate. La critica dovrebbe sezionare ed esaminare in maniera costruttiva. Dovrebbe educare. Non imboccare, limitandosi a semplici profluvi di patetici panegirici. La critica dovrebbe…deve criticare. I collezionisti si dividono tra cavie e speculatori. I primi comprano tutto ciò che viene loro presentato come “arte del momento”. I secondi spendono solo dove intravedono un facile investimento dagli effetti immediati. Entrambi fanno le fortune di galleristi e mercanti d’arte. I musei in Italia non esistono. Mi è rimasta impressa una frase di una artista che ho avuto modo di conoscere di recente e che ha detto: “ I musei in Italia sono come dei cimiteri. Ci trovi solo artisti defunti…” . E gli artisti? La maggior parte di loro vive di momenti, in attesa che arrivi anche il loro turno o, se è già arrivato, che ci sia anche un secondo giro…

 

Questo è quello che credo.

 

 

La Scultura italiana del XXI secolo

 

Zuppa (e non pappa) al “Pomodoro”

di Giacomo Momo Gallina

 

 

 

Dover di cronaca, è specificare che la recensione di una mostra dovrebbe essere una mera descrizione dell’evento con qualche considerazione finale da parte del giornalista ma, è altresì vero, che come semiologo e curatore, mi sentieri in colpa a non criticare alcuni passaggi e considerazioni, a parer mio, importantissimi.

In questo periodo, come ho già posto l’accento in altri articoli e, come ho sentito dire ieri alla triennale dall’illustre Dott. Davide Rampello (docente universitario e Presidente della Fondazione Triennale), gli artisti, tendono, ultimamente, sempre più a voler stupire e provocare. Questo di solito avviene nelle avanguardie, ossia movimenti politici e culturali che compiono gesti estremi per anticipare una nuova epoca, in cui vigilerà una forma mentis, un nuovo modo di vedere e vivere la vita. Ciò detto, in questo periodo, ho visto e sentito troppe persone nascondersi dietro a un dito parlando di opere plateali per dimostrare quanto il livello dell’arte si sia abbassato (ogni riferimento a fatti o cose è puramente casuale). Così Marco Meneguzzo, curatore della mostra  La scultura italiana del XXI secolo parla addirittura di palingenesi, caos nietzschiano, rilevando in questo contesto i molti artisti presenti alla fondazione Pomodoro che non compiono opere paradossali e spettacolari per testimoniare la fine di un’era artistica. Sempre Meneguzzo si riferisce al caos creativo e salvifico in grado di restituire opere di grande valore e artisti che, avendo superato un periodo epocale, saranno i futuri caposaldo della storia dell’arte italiana. Bene, io non ci sto! Le vere avanguardie di riferimento quali il futurismo, il dadaismo etc.etc. avevano, innanzitutto uno spirito solidale tra i componenti oltre a convinzioni e ideologie talmente radicate nelle carni e nell’anima da farne persino manifesti, oltrepassare gli oceani, sconvolgere la società. Questo oggi non avviene visto l'individualismo imperante in tutte le forme d'arte e comunicazione. Il fenomeno che stiamo vivendo è semplicemente un meccanismo pubblicitario, un’opera di marketing dove, grazie ai mezzi di comunicazione di massa, è facile far parlare di se stessi e del proprio operato, creando così mode e tendenze che faranno gola a collezionisti e a spazi, desiderosi di pubblicità. Purtroppo, questo genera una forma d'arte sterile che imploderà nella sua stessa intenzione.

Arriva la sera del 19 Ottobre e con un collega, mi precipito alla fondazione Pomodoro in via Solari 35 per l’anteprima stampa. Trovo un po’ di confusione tra il book-shop, il guardaroba e chi, in teoria, dovrebbe controllare gli inviti. Senza accorgermene sono già all'interno della fondazione. Lo spazio, che già conosco, mi lascia come al solito perplesso tanto è immenso e bello. Con astuta precisione trovo, immediatamente di fronte a me, il cavallo di Cattelan, opera senza titolo in dimensione naturale come naturale era il povero cavallo, ossia vivo e poi imbalsamato.Superato l’attimo d’imbarazzo etico, sospendo il giudizio per vedere il resto delle opere che appaiono sicuramente dialogare tra loro e per questo mi congratulo con Meneguzzo. Non credo sia facile riempire un tale spazio con ben ottanta opere e far in modo che nessuna di queste sembri isolata dal contesto. Tra un giudizio personale e l’altro, m’imbatto in opere interessanti tra le quali Dopo il Danubio/le scarpe del mercato/guardano gambe di Cluadia Losi per perdere l’entusiasmo studiando la sala interamente dedicata ad Arnaldo Pomodoro. Se come scrive il curatore Marco Meneguzzo, sul catalogo della mostra stessa, “il museo è di per sé autoreferenziale”, in questo caso diventa addirittura fazioso e ridondante. Ritornando alla sala, certamente più democratica, comincio a pormi una domanda: l’amico Giuseppe Spagnulo, Armando Riva, Fabrizio Pozzoli, Gilberto Zorio, Livio Scarpella, Marco Cornini, Carmelo Candiano, Filippo Dobrilla etc., dove sono? chi ha scelto gli artisti e secondo quale filo conduttore?....domanda alla quale, temo, non avrò mai risposta e, forse, lo spero.Continuo lo studio delle opere e m’imbatto in una bella e divertente Donatella di Giovanni Rizzoli che fa il verso al famoso David di Donatello, e a quella che poi scoprirò essere la composizione scultorea  più bella della mostra : Punte di Alex Pinna. Il trittico del maestro milanese che, non solo è davvero ricco di particolari stilistici di notevole prestigio ma è ricco anche di una drammaticità e un’eleganza senza pari. Un’opera perfettamente in linea col clima contemporaneo e idoneo a rappresentare la seconda metà del ‘900 della scultura italiana. Altre opere importanti, ritengo siano state “ 9 churches e 9 columns” di Luca Pozzi e “Grande Volante VIII”  di Fabrizio Corneli.




La prima a dimostrare un eccezionale e geometrico equilibrio precario e materico e la seconda, con la perfetta visone prospettica di luce, disegna ombre nello spazio a raffigurare la civiltà in un uomo volante completa di forma e assente nella sostanza.

 

 


 

Dal mio scritto è ovvia la mia posizione ma invito tutti ad andare a vedere l’esposizione che, nonostante i tanti punti negativi, rappresenta bene il meccanismo e il mercato dell’arte più che la scultura italiana del XXI secolo. In un melting pot di grandi opere artistiche e opere artigianali è, anche possibile fare la caccia al tesoro dei cartellini descrittivi che sono spesso al buio e non vi dico quando riportano “Untitled”…vere scene di panico!Dimenticavo di dire che il catalogo è un po’ costoso ( 45 euro) ma davvero ben fatto e vale la pena averlo nella propria libreria.

 



 

 

LA SCULTURA ITALIANA DEL XXI SECOLO
Milano, Fondazione Arnaldo Pomodoro (Via Andrea Solari 35)
20 ottobre 2010 – 30 gennaio 2011
Orari: mercoledì-domenica ore 11-19; giovedì ore 11-22
Biglietti: 8 Euro intero, 5 Euro ridotto; Ingresso gratuito ogni seconda domenica del mese.
Catalogo: bilingue (italiano e inglese) edizioni Fondazione Arnaldo Pomodoro

Personale Milanese di Vasco Bendini | Giacomo Gallina

 

 

 

 

 

Vasco Bendini, ottantotto anni di creatività esplosiva porta alla Galleria Bianconi un'inedita collezione 2009/2010 di una contemporanatà invidiabile a molti giovani artisti.Il protagonista dell'informale, corrente artistica nata tra gli anni '50 e gli anni '60 che rifiuta ogni tipo di geometria e, quindi di razionalizzzazione dell'opera, viene accolto da Renata Bianconi e il grande storico dell'arte Flaminio Gualdoni con 18 opere che impongono allo spettatore un'energia e una luce del tutto nuova.Le tele, tutte di eugual misura (90 cm per 110 cm) rappresentano fisionomie impalpabili e giochi di luce e ombre che somigliano a veli di cipria. 

(Vasco Bendini - 19 febbraio 2009_olio su tela 110 x 90 cm-2009)

Una raffinata delicatezza nell'uso del colore che confonde e riporta allo spettatore l'eco dell'esistenza spazio temporale.Un gioco metafisico di energie e introspezioni degne di un grande artista che sa cogliere l'essenza dell'anima in mille sfumature e, senza dover stupire nessuno, si riafferma nella storia dell'arte con passo leggero e deciso.
Una mostra da non perdere in questo tempo di artisti colti solo dal desiderio dei famosi 5 min. di popolarità.

 

 

 

 

VASCO BENDINI. Il tempo, la luce
a cura di Flaminio Gualdoni

Galleria Bianconi

Via Lecco 20, Milano

FINO AL 20.11.2010

orari lun-sab 10-13/14-19
Catalogo Galleria Bianconi