articoli di jessica murano

Street art al femminile, made by girls

È luogo comune pensare che gli street artists siano tutti maschietti. A Milano una retrospettiva tutta al femminile mostra agli appassionati dell’arte di strada cosa siano capaci di fare le ladies.

La mostra promossa da Urban painting negli spazi di via forcella a Milano dà la possibilità di veder riunite più di 15 artiste, nazionali ed internazionali, che parlano il linguaggio dell’arte di strada.

Formazioni diverse, stili differenti, il minimo comun denominatore di questa esposizione di soli 4 giorni pare essere uno solo : la strada.

La strada dove questi artisti nascono e si fanno conoscere al pubblico, “la strada l’unico luogo in cui tutti sono uguali” come dice Lydia Emily (una delle ladies in mostra), dove non importa se sei quotato o amato dai galleristi, dove emergi se hai talento, dove è la collettività, e quindi il senso comune, a decidere se vali davvero.

La selecta di Urban Painting è decisamente interessante, spazia dall’Italia all’America passando per remoti luoghi dell’Africa.

Stilemi provenienti dal mondo dei tatoo sono la chiave di lettura di Ale Senso, delicati inchiostri su carta dal gusto old school.

Faunagraphic contiene già nel nome il nocciolo della sua ricerca, mimetiche rappresentazioni di eleganti uccelli cui fanno da sfondo delicate texture multicolori.

 

Jana Joana incarna la femminilità, donne sinuose su china si intrecciano a motivi floreali in cui la donna, madre natura, è sempre protagonista.

Eugenia Garavaglia mette in scena la mitologia, tre grosse e grasse parche siedono dinnanzi allo spettatore, i loro ghigni malefici accentuati da sguardi graffianti ti fanno sentire piccolo piccolo e appeso ad un filo.

Dolcissima è Eme, eme è caffè, acquerelli e immaginari di bambini, eme è immagini e parole di armoniosa composizione, figure provenienti da fantasie fanciullesche si inseriscono nella realtà quotidiana di speranze e illusioni.

Lydia è incazzata, Lydia è denuncia sociale schietta e sincera. Collage e icone della modernità fusi in un gioco di sottili rimandi i cui titoli ironici creano la chiave del gioco.

Orticanoodless è un duo indivisibile di magistrale bravura tecnica, un soggetto riproposto in tre chiavi di lettura fa emergere la difficoltà celata nella tecnica dello stencil.

Faith47 è sconvolgente per tanti punti di vista. Per la cultura figurativa che trapela dalle immagini. Per la tecnica che utilizza, incisione su legno. Per il mondo che ci presenta davanti, nostalgici simboli africani mediati dall’incontro con l’occidente. Faith47 parla tramite binomi. Lady giustice è una doppia tavola. Due volti femminili speculari portano sul braccio due differenti scritte, l’una è lady justice, l’altra è luck fate vengance. Incisiva e splendida.

La realtà quotidiana è il suo pane giornaliero. Alice descrive ciò che le sta attorno con il suo tratto deciso e i suoi colori vivaci. Un uomo su una panchina, l’interno di un metrò, il volto di una donna. Tutto è spunto di rappresentazione.

Brave bravissime oserei dire, peccato solo per l’allestimento scarno. I quadri appesi come fossero le pareti della camera di un sedicenne, fotografie attaccate col patafix, tele trattate come fossero carta da giornale, il comunicato stampa appeso alla porta come fossero le istruzioni per l’uso di un medicinale. Le biografie delle ragazze scritte su foglietti posti accanto ai quadri ricordavano i prezzi di esselunga sugli scaffali. Un vero peccato perché lo spazio concept è neutro e grande, ideale per un allestimento di questo tipo. Se la street art è arte di strada ciò non significa che debba esser trattata come se non avesse valore, proporre una retrospettiva del genere e non aver nessuna cura nell’allestimento è una pecca che mortifica l’esposizione stessa, se questo tipo di arte non è vista di buon grado dai ciruiti ufficiali di diffusione della stessa forse è anche perché chi se ne interessa tratta il tema a livello decisamente troppo amatoriale.

 

vedi anche: Fotoreportage Urban Queen

 

Photo by JB

 

URBAN QUEENS. Street art al femminile 
13/14/15/16 ottobre 2011
Spazio Concept, via Forcella 7 - Milano.
curata da Costanza Sartoris
testo critico di Serena Valietti
powered by Urban Painting
in collaborazione con Associazione culturale Spazio Concept
http://www.urbanpainting.info

Tracy Emin : Love is what you want

 

TRACEY EMIN : LOVE IS WHAT YOU WANT

di Jessica Murano

 

Avete tempo fino al 29 agosto per organizzare una gita oltremanica e lasciarvi trasportare nell’universo di emozioni firmato Tracey Emin, una delle artiste britanniche più acclamate della scena londinese che ha fatto della sua vita il punto di partenza per le opere d’arte.

 

 

Tracey Emin (Croydon 1963) è un’artista britannica emersa con il collettivo YBA (Young British Artists) nel lontano 1988. Tracey Emin è inglese di origine turca. Tracy è un’artista con un bagaglio di racconti lungo una vita, e questo bagaglio è il punto di partenza del suo percorso artistico.
Love is what you want è la personale dedicata dalla Hayward Gallery a uno dei talenti più acclamati dell’Inghilterra dopo Damien Hirst (tra le prime fila del collettivo sopracitato). Organizzata dal direttore e dal curatore della galleria, propone un percorso diviso in otto sale (più diverse installazioni create appositamente per la galleria ed esposte in esterno) che percorre e restituisce al pubblico un riassunto di tutta la sua carriera artistica, dagli anni Novanta a oggi.
La mostra è un turbine di passioni dispiegato in forma diaristica ed estremamente minuziosa. Gli avvenimenti di cui l’artista decide di rendere partecipe il pubblico hanno sempre a che fare con un vissuto rielaborato ed espresso in chiave spesso ironica o terribilmente realistica. La cosa impressionante è come l’esperienza personale di Tracey Emin diventi immediatamente domanda universale, confronto e provocazione.

Tracey Emin ha iniziato a cucire coperte nel 1993. La prima della lunga serie si intitola Hotel International e venne creata in risposta alla richiesta di un suo curriculum vitae. L’hotel International era la visuale che si affacciava dinnanzi alla finestra della sua casa d’infanzia. Le morbide lettere che ricoprono la coperta nient’altro sono che un patchwork di memorie abilmente orchestrate in un’armonia di colori infantili. Dalle coperte alle sedie (vedi There’s no money in chairs, 1994) Tracy Emin si appropria di oggetti d’uso quotidiano che fa suoi, rivestendoli di date e ricordi.
Nella vita della Emin vi sono esperienze positive e negative. In questa intervista l’artista parla del suo problematico rapporto con il sesso e dei suoi traumi adolescenziali, esprimendosi sempre senza vergona in modo limpido e sincero, a parole come nei suoi lavori. Scarpine di bambino imprigionate in una teca, test di gravidanza, stralci di diario, disegni, lavori a uncinetto descrivono il suo primo aborto avvenuto nel 1990. Immagini isolate e desolate compongono i frammentari disegni, un flusso di coscienza alla Joyce parla dei suoi disagi. “E’ tutto vero” par riecheggiare tra i muri che imprigionano queste opere delicate e cariche di una tristezza estrema.

 

Il primo piano è una scatola di memorie incastrate in modo divertente. Vi sono ricordi del museo che aprì a Waterloo Road, le esperienze vissute con l’amica artista Sarah Lucas e i ricordi d’infanzia col padre turco. Arrivati al secondo piano invece, i mzzi espressivi sono differenti quanto i messaggi. Un lunghissimo corridoio nero costellato di neon ricalca un’atmosfera da discoteca. I neon parlano un linguaggio giovanile e sfacciato. Is anal sex legal?, When I go to sleep i dream of you inside of me, I can feel your smile. Un cielo di scritte che ti attraversano e ti spiazzano allo stesso tempo, così dirette e incisive nella loro schietta semplicità.
La mostra è un gigantesco universo da scoprire. Tracey Emin utilizza tutti i mezzi espressivi a sua disposizione creando un grande puzzle a tema unico. Quadri, sculture, oggetti, fotografie, ricordi e un mare di parole, che spesso sostituiscono le figure, arricchiscono i racconti, donano significato a vecchie cianfrusaglie. La bellezza dell’opera di Tracey Emin è la poesia che riesce a conferire ad ogni situazione o avvenimento, una dolcissima ragazza romantica travestita da
bad girl che con la sua vitalità fanciullesca trasforma la quotidianità in opera d’arte.

 


Tracey Emin LOVE IS WHAT YOU WANT

18 maggio – 29 agosto 2011

Hayward gallery

Southbank Centre
Belvedere Road
London
SE1 8XX
tel : +44 (0)20 7960 4200

Information and tickets: 0844 847 9910

www.southbankcentre.co.uk dedicated mini site: www.lovesiswhatyouwant.com

Ticket Prices:

Full price £12.00

Seniors £11.00

Students £9.00

Children 12-18 £7.50

Under 12 (out of school hours) Free

All prices include a £1 voluntary donation in support of the Hayward Gallery and Southbank Centre through the Gift Aid Scheme.

This show features work containing explicit images and words.  Under 16s must be accompanied by an adult

 

 

 

Si fa con tutto di Angela Vettese

 

SI FA CON TUTTO

di Jessica Murano

 

Mille e uno modi dell’arte contemporanea. Finalmente un libro che parla attraverso l’arte contemporanea dell’arte contemporanea. Nessun clichè da Angela Vettese.

L’excursus propone una riflessione che parte a indagare la nostra condizione storico sociale. Di una realtà che pretende d’essere globalizzata, in cui si è perso il concetto di unità per lasciare spazio all’idea di possibilità. Dove non vi sono certezze immutabili ed inconfutabili, ma una serie di saperi continuamente messi in discussione. Un tempo frammentato e rifratto, uno spazio labile e velocemente intercambiabile.

L’arte contemporanea è uno specchio di questa realtà: un’arte che utilizza sempre meno il lavoro manuale e sempre più le possibilità del virtuale. Un’arte non dominata da un volere unitario, ma interprete di una realtà lacerata , “pezzi di mondo, brandelli di novità e rifiuti riportati a seconda vita, eterogenità di razza, di storia, di provenienza geografica, di credo religioso, di tradizioni e convinzioni, che si ritrovano in un gioco combinatorio. I nuovi metodi dell’arte visiva accolgono ed esibiscono la distanza tra ciò che siamo stati per millenni e ciò che stiamo diventado”. 1

A parer mio non esiste definizione più esaustiva di questa per definire il panorama aristico del nostro tempo.

Ma c’è di più. La critica mette in evidenza un altro aspetto, a mio avviso fondamentale. Gli artisti sono sempre stati affascinati dalle nuove possibilità comunicative offerte dai mezzi di comunicazione. Si pensi ai primi bricolage futuristi o alle sculture dadaiste. Il nuovo affascina e attrae per il suo inedito campo di sperimentazione.

Al giorno d’oggi la tecnologia mette a disposizione degli artisti un numero infinito di strumenti. E gli artisti li usano tutti. Dal video alla fotografia alla performance abbiamo osservato (specie nell’ultimo decennio), una contaminazione vastissima di mezzi di comunicazione utilizzati per i più svariati esperimenti artistici, di attestata o dubbia valenza.

Se l’arte si è trasformata in un universo di sensazioni, eventi, materiali (effmeri e non), se sono quindi cambiate le regole del fare arte, ciò non significa che si è perso un criterio di giudizio per le operazioni artistiche.

Un’opera d’arte è tale quando diviene testo di un linguaggio, di un messaggio, di un significato, che si esaurisce nella sua rappresentazione formale. Non basta l’idea! Occorre saperla tradurre in un dispositivo efficace.

Credo che questo sia un testo che fa ragionare, ragionare su quello che oggi ci circonda e che viene etichettato come arte, a torto o ragione. Ritengo sia fondamentale tanto per i critici quanto soprattutto per gli artisti, ai quali mi preme ricordare che l’arte è un compito, una necessità di espressione e comunicazione, e che hanno il dovere di ragionare su quello che propongono al pubblico, poichè non bisogna mai perdere di vista l’importanza dell’arte nella società.

 

  1. Angela Vettese , Si fa con tutto. Il linguaggio dell'arte contemporanea, p. VII, Editori Laterza, Bari 2010