articoli di Valentina Fenu

Susan Hiller

 

Geniale, nuova, moderna eppure tradizionale e mistica,

ecco la personale di Susan Hiller, artista statunitense che per la prima volta arriva in Italia e dona alla città di Como una ventata di internazionalità.

 

La mostra, inaugurata il 14 Luglio presso lo Spazio culturale Antonio Ratti (ex chiesa di San Francesco) si concentra prevalentemente sull’installazione intensa ed affascinante, intitolata “PSI Girls “(1999), presentata per la prima volta in Italia proprio per questa esposizione ed appositamente riallestita per gli spazi della Chiesa di San Francesco; composta da cinque maxi schermi appesi sulla parete laterale lunga, ciascuno di essi propone brevi sequenze in loop di film (“The Fury” di Brian De Palma, “The Craft”di Andrew Fleming, “Matilda” di Danny De Vito, “Firestarter” di Mark Lester, e “Stalker” di Andrei Tarkowsky), tutti concernenti il potere paranormale della telecinesi: ecco allora che i frame presentano ragazze colte nel momento del riuscire a muovere differenti oggetti con la sola forza del pensiero. Ogni sequenza ha visto l’audio sostituito da un’unica colonna sonora e i colori originali modificati, così da ottenere un monocromo giallo, rosso, verde, blu e viola per ogni schermo. Dopo qualche secondo di blackout, i colori scivolano da una sequenza all’altra, alterando la percezione dello spettatore. Tutto diventa sostrato ed ipnotizza l’occhio, creando una sorta di dipendenza dalla visione di un’arte in movimento e in metamorfosi continue.

Importantissima diventa l’interpretazione e l’apertura verso qualsiasi possibilità di lettura, quasi a voler sottolineare intrinsecamente ancora una volta, la forza dell’illimitatezza della mente.

Il potere dell’intenzione, la forza del pensiero e l’intensa concentrazione diventano concrete e tangibili all’interno dell’ambientazione, al punto che lo spettatore si sente immerso in tale realtà.

 

L’altra installazione presente, “The Aura: Homage to Marcel Duchamp” (2011), è composta da tre fotografie su carta lucida, rappresentanti tre mezzi busti immersi in aure di colori brillanti, come in un sogno, quasi a creare un ponte tra mondo reale e mondo onirico.

 

 

Mostra personale di Susan Hiller
15 luglio – 8 settembre 2011
Spazio Culturale Antonio Ratti, Largo Spallino 1, Como (ex-chiesa di San Francesco)

Premio ariane de Rothschild 2011 - Alla scoperta dei giovani artisti italiani

 

Arte contemporanea, specchio del nostro tempo.

Forma di ribellione, socializzazione, attivazione della mente e delle mani.

Chi dice che l’arte ora non è più arte, dovrebbe passare da Palazzo Reale, che per la prima volta ospita la mostra del Premio Rothschild: diciotto giovani artisti a 360°, carichi di entusiasmo e creatività, espongono, propongono, ci fanno gustare le loro opere straordinariamente vivaci, originali e dense di espressioni e significati. Il tutto ci travolge, quasi emergesse una preponderante voglia di rompere gli schemi e creare particolari connessioni tra la realtà e il sostrato dell’immaginario.

Il viaggio di questa splendida esposizione si compone di cinque tappe, ciascuna delle quali ospita differenti opere di pittura, scultura, fotografia, installazione e arte digitale.

L’impatto è da subito forte ed espressivo, in quanto le sale che ospitano la mostra corrispondono agli storici appartamenti di Palazzo Reale, perciò si crea un contrasto culturale molto stimolante tra il neoclassicismo dei decori e degli arredamenti, tripudio di un’epoca di sfarzo, e le opere esposte, emblemi della linearità e dell’interpretativismo dell’arte contemporanea.

Su quest’onda, possiamo dal principio concepire come in questa rassegna, ci si proietti verso una concezione dell’arte quale concatenazione di passato e presente, poiché nonostante le palesi differenze stilistiche, tutto si aggancia e il passato offre una cornice per l’arte attuale.

Tanti artisti, tante opere che ci parlano di aspetti e momenti differenti della socialità;

nella prima stanza, si passa dall’ “Orchard” di Christian Tripodina, una teca in vetro contenente piume, cocci, rami quasi fossero ossa e ossa vere, il tutto volto a creare un ponte tra realtà quotidiana e i prodigi religiosi spesso sottovalutati, con l’idea quindi di filtrare lo spazio attribuendo importanza all’elemento irrazionale, al “Landscape project” di Margherita Moscardini, che componendo un mosaico con i vetri comuni trovati per le vie della centro, forma una mappa che identifichi la città, senza tralasciare l’opera di Maria Domenica Rapicavoli, che con un’installazione video “A dirti la verità” e con due foto di grandi dimensioni, una sui tetti e l’altra sui dorsi degli schedari di un archivio, ci presenta la situazione di una realtà contrastante come quella di Corleone.

Nella seconda stanza, prevale una sensazione di staticità e di “analisi” sulle situazioni sociali, attraverso i due video di Anna Franceschini (uno rappresentante un mantello stellato che si gonfia e l’altro due spazio orizzontali che vibrano), i 12 disegni dei due artisti del Barbara Guerrieri group, tutti su sfondo giallo, rappresentano in matita diversi momenti di aggregazione, tutti rinchiusi in “gabbie” rosse realizzate con lo spray, i 9 scatti fotografici in bianco e nero di Cleo Fariselli che raffigurano stelle in modo quasi scientifico, e due installazioni, una di Nicola Martini,poggiata sul pavimento ci da un senso di vischiosità fermo immagine del movimento, l’altra di Ludovica Carbotta rappresenta una sorta di pozzo in legno, che in realtà è una perfetta riproduzione della cupola del Guareschi.

 

 

La terza stanza ci offre tra scorci di totale stupore e originalità pura, grazie alle due opere di Giulio Delvè: la prima “Speakeasy”, è un’installazione di tubi e bottiglie contenenti alcolici, poste in versione flebo, mentre la seconda “Hotel Tritone” è una stupefacente installazione composta da quattro ombrelloni colorati che ruotano grazie ad un motore. La sensazione che traspare dalle opere di Delvè è di totale passaggio, movimento, leggerezza; è come se riuscisse a riprodurre la velocità dei tempi che contraddistinguono il nostro periodo.

La quarta sala, ospita ancora una volta sia Cleo Fariselli con un’altra opera fotografica, questa volta di grandi dimensioni, appesa a parete e rappresentante ancora le stelle, ma contestualizzate nel cielo e con la presenza sia di una luna luminosa che di un lampione, sia gli artisti del Barbara Guerrieri group, che propongono attraverso quattro video animati, dei momenti di gioco e socializzazione.

Spettacolare è il “Belvedere” di Renato Leotta, una fontana composta di mattoni di cotto, che riproduce un affioramento spontaneo sorgivo, ed interessanti sono le due opere di Danilo Correale, “Picket flags” (bandiere colorate su aste sottili) ed “Eternal flame”, video rappresentante una fiamma fissa.

Infine, nell’ultima stanza, ecco i due dittici di Caterina Nelli: il primo è formato da due tavole, una a tinta unita mentre l’altra è un puzzle di tante foto in bianco e nero, tutte raffiguranti diversi momenti di vita notturna. Interessante dal punto di vista empatico, in quanto è in qualche modo una foto generale su un tipo di realtà che quotidianamente tutti i giovani vivono; il secondo è una foto in primo piano di donna e sul pavimento di fronte, una serie di quadretti in tinta unita olio su tela, impilati l’uno sull’altro.

D’impatto è il video animato di Rita Casdia che attraverso dei personaggi di plastilina che cambiano forma, riesce a tracciare uno spaccato sui veloci mutamenti contemporanei e bello è l’accostamento di Luan Bajraktari del suo “National Hero” rappresentante scarponi fatti in gesso nero e di “Topi”, un pallone di ceramica lucida.

Da vedere inoltre sono le sculture in legno di Santo Tolone, le tele di Alek O, e le scritture su carta bianca di Riccardo Giacconi.

Una mostra che abbraccia tanti momenti, tanti modi, tante concezioni.

Un tuffo in mille sfaccettature e mille forme diverse, tutte da vivere ed interpretare.

 

INFO MOSTRA:

 

Titolo: Premio Ariane de Rothschild 2011. Alla scoperta dei giovani artisti italiani

Curatori: Laura Barreca, Marcello Smarrelli

Promotori: Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, Fondazione Ariane de Rothschild, Parigi

Sede della mostra: Palazzo Reale, Milano

Inaugurazione ad inviti: 5 aprile 2011

Periodo della mostra: dal 6 aprile al 1 maggio 2011

Orari: lunedì 14.30_19.30 | da martedì a domenica 9.30_19.30 | giovedì e

sabato 9.30_22.30

Ingresso: libero

Organizzazione: Civita

Informazioni aggiuntive sul Premio: www.adrprize.com

 

 

 

 

 

 

Joel Peter Witkin | Valentina Fenu

JOEL PETER WITKIN

 

Uno specchio senza filtri e riserve della Società attuale: questa è la prima assoluta sensazione che si prova visitando la mostra fotografica di Joel Peter Witkin presso la galleria Cà di Fra, dal 17 Marzo al 29 Aprile.

Fotografia viva, pungente, graffiante che si mescola alla pittura in diversi tratti, creando un’opera così forte e d’impatto che è impossibile cancellare dalla testa.

Il viaggio di questa personale di Witkin, realizzata con la collaborazione della Gallerie Baudoin Lebon di Parigi, si compone di venti opere, caratterizzate dall’inconfondibile stile del fotografo: atmosfere per molti versi macabre ospitano corpi ridotti a cadaveri, per definizione antitesi della canonica bellezza, rappresentano però un fascino irresistibile grazie al sapiente uso del bianco e nero, del chiaro- scuro, volti a sottolineare le forme ancora morbide e calde delle figure.

E nonostante il legame intrinseco con la morte, l’opera di Witkin trasuda vita da ogni angolazione, quasi volesse gridare, protestare e mostrare splendori e brutalità del mondo odierno, sul quale l’artista vuole far aprire occhi e mente; egli infatti riflette, con toni provocatori e accesi, la condizione della realtà sociale e ne sottolinea la chiusura enfatizzando temi come il sesso, la fisicità e il rapporto tra corpo e realtà, che sono i fili conduttori di tutti i pezzi esposti.

Trattando di tali argomenti, Witkin cerca di sfatarne riserve e tabù e propone una nudità maschile e femminile costante ed ostentata, ma mai volgare e spiccia, quasi per creare un ponte tra il nudo anatomico e il nudo dell’anima, della quale il fotografo vuole sviscerarne e isolarne pregiudizi e blocchi tipici.

Senza dubbio emerge un sentimento preponderante di libertà totale, come se Witkin , attraverso le sue opere, volesse imporla ad un mondo moderno eppure troppo pressato da rigidi schemi mentali.

Venti scatti, venti momenti decisivi in cui immergersi completamente in un susseguirsi di emozioni forti e indimenticabili; in un’era in cui il digitale è la risposta a tutto, l’opera di Witkin dimostra di essere la voce fuori dal coro.

Imperdibile.

 

INFO MOSTRA:
Joel Peter Witkin
quando: 17 marzo - 22 aprile 2011
dove: Galleria Cà di Frà Via Carlo Farini 2, Milano
tel: +39 0229002108
Orari: lun/sab h. 10.00/13.00 - 15.00/19.00

 

Impressionisti, Capolavori dalla Fondazione Clark | Valentina Fenu

 

IMPRESSIONISTI. CAPOLAVORI DALLA COLLEZIONE CLARK.

di Valentina Fenu

 

A Milano, Palazzo Reale si veste di emozioni, sensazioni, percezioni. Il giorno 2 Marzo, i battenti si aprono all' Impressionismo, attraverso la mostra "Impressionisti. Capolavori dalla collezione Clark", curata da Richard Rach e che raccoglie, fino al 19 Giugno, 73 splendidi capolavori dei maggiori esponenti della seconda metà dell'Ottocento francese, quali Degas, Monet, Manet, Toulouse-Lautrec, Corot, Morisot, Pissarro e Renoir.

Il percorso espositivo, dopo un breve excursus cronologico correlato dalle immagini fondamentali, che ci permette di collocare l'Impressionismo in una posizione di distacco e quasi di "ribellione" dal passato romantico e realista, si sviluppa in dieci sale diverse, ognuna pregna di momenti e innovazioni differenti: Impressione, Luce, Natura, Citta' e campagna, Mare, Viaggi, Societa', Corpo, Volti e Piaceri.

"Impressione" termine coniato casualmente da Monet nel 1869 presso uno studio fotografico, è anche il primo passo che conduce nel mondo dell'esposizione. Ecco che qui entriamo in contatto con la tecnica a pennellate decise e veloci, la poesia densa di emozioni e interpretazioni e lo stile non più realista e fedelmente riproduttivo bensì altamente interpretativo, dei paesaggi di Monet, Sisley e Pissarro e delle composizioni floreali di Manet, Morisot e Renoir.
Questo ingresso, ci riconduce ad atmosfere di transito tra una società prettamente rurale e la sua nuova trasformazione in industriale. A tale livello, anche le sensazioni degli artisti si incarnano in questi sconvolgimenti, evocando un tipo di pittura in continuo movimento, fluente, innovativa; c'è un distacco completo dal Realismo e dal Romanticismo a favore di uno sconquassamento a livello emotivo, quasi come se attraverso i paesaggi si volesse creare una sorta di empatia con il fruitore, per suscitarne, appunto, impressioni personalissime.

La seconda sala, ci proietta in una delle caratteristiche principali dell'Impressionismo: la "Luce", sostrato fondamentale per la pittura di ogni tipo di soggetto, partendo dai paesaggi rurali, dove la prospettiva en plein air sottolinea un tipo di luce carezzevole, che si impossessa quasi della natura in un abbraccio dove persino a livello cromatico tutto pare essere caldo e avvolgente, come nel "Tramonto" di Renoir, dove un sole vero, quasi carnale eppure sublime, come un amante si insidia in alto, ama l'aere e ne avvolge in focosi abbracci le membra; un tramonto che non è la fine di un giorno, ma il momento di totale abbandono tra cielo e terra e cose e respirii, fino a giungere agli scorci della città impressionista per eccellenza, Parigi.

Proseguendo, incontriamo in ordine "Natura", "Mare" e "Città e campagna"; nelle tre sale, si respira l'atmosfera en plein air tipica dell'Impressionismo. Grandi scorci di purezza, dove l'incontaminato regna e l'industrializzazione è ancora una presenza minuscola, una forza minore che sembra cercare di insinuarsi ma nulla può davanti alla magnificenza delle pennellate rapide e incisive dell' erba, dei campi di fiori colorati, della vita rurale.
Nella "Natura", ci immergiamo in ambienti spaziosi e delicati, paesaggi intrisi di emozioni eppure dediti alla perfezione di forma.
E' in questa sezione che, dall'inizio del percorso, incontriamo per la prima volta l'opera di Corot, definito "pére"(padre) dell'Impressionismo, non quanto per essere iniziatore del movimento (che abbiamo già detto essere Monet), quanto per averne per primo gettato le basi delle linee principali.
La sala "Mare" ci offre splendidi scorci marini, particolarmente efficace quello di Jongkind che propone un particolare taglio dell'immagine, in quanto il mare appare da dietro due verdi cespugli rigogliosi e in lontananza, quasi a volerne sottolineare l'estraneità al momento, si erige una fabbrica.
E proprio da quest'opera, Monet si ispirerà per le sue ricerche illustrative sugli scorci della Normandia.
Infine, l'ultima delle tre sezioni dedicate ai paesaggi, "Città e campagna", ci dona una stupefacente prospettiva del rapporto tra l'ancora immacolata vita rurale e la frenetica vita parigina, quasi fossero in stretto contatto e dialogo.
La scelta cromatica è la medesima, quasi a voler riportare la gentilezza delle campagne anche in città. L'utilizzo della luce enfatizza i momenti agricoli e quelli urbani in maniera forte. I dipinti rurali, presentano la tecnica della pennellata marcata tipica, incentrandosi particolarmente sull'ambiente e poco sui personaggi, che nel più dei casi sono piccoli soggetti in penombra, permettendo così la focalizzazione sul moto fluente del vento sui campi, sulle estensioni di fiori, sui selciati.
Potremmo quasi definirlo una sorta di raccolta della memoria rurale, come se non se ne volesse perdere nemmeno un dettaglio poichè la fase dell'industrializzazione è così incalzante che pare esserci coscienza che quelle grandi estensioni incolte presto spariranno.
Per quanto riguarda i dipinti urbani, la fantastica sorpresa è trovare la raffinatezza di Boldini nel suo "Attraversando la strada", nel quale si ferma un momento spontaneo cittadino di una donna che attraversa una strada parigina. Colpisce la perfezione del volto della donna, quasi dipinto con precisione fotografica (e allo stesso modo, il cammeo del Boldini stesso a bordo di un'auto), contrastante con la leggiadria e la morbidezza del drappeggio della gonna, e il tratto veloce e breve dell'ambiente intorno. Un'opera che esprime libertà, e che potremmo definire "modaiola", in netto contrasto con la ridondante raffigurazione della vita nei campi.

 

 

La successiva sezione raccoglie i "Viaggi", ove possiamo riconoscere l'interesse sia per la classicità italiana che per il mistero orientale.
Esempio della forza della cultura volta al classicismo italiano, è le "Bagnanti delle Isole Borromee" di Corot, dove si evoca la natura in modo sensibile e quasi etereo, pur non perdendone di vista la realtà e utilizzando sapientemente una luce fioca ed incisiva, volta a sublimare la scena e a creare un vortice di impressioni e sentimenti che si protendono oltre il mero realismo del dipinto. Anche dal punto di vista tecnico, le pennellate risultano ben marcate, ma dal tratto leggero, quasi a voler cogliere la voluttà sia delle foglie degli alberi in primo piano, che dell'acqua, che ancora delle dolci bagnanti ad essa protese.
Splendido esempio di orientalismo è invece "L'incantatore di serpenti" di Gèrome, che rappresenta in modo talmente preciso e pulito nella linea la scena, da sembrare una fotografia. L'utilizzo del blu cobalto per lo sfondo è fondamentale, in quanto rievoca in modo incisivo le atmosfere degli hammam orientali.

Di seguito, incontriamo la parte dedicata alla "Società", che ci suggerisce gli interessi più variegati ad ogni ambito sociale, dal più elevato e facoltoso, come le stupende dame di Boldini, tanto eleganti e perfette nella loro presenza, quasi da evocare il fervore ordinato e intrigante dei boudoir femminili ricchi di vanità e cura del superificiale, al più semplice seppur dettagliato e dipinto in modo leggero, quasi a volerne sottolineare la mestezza e la sensibilità come ne "Louise Harduin", la giovane viaggiatrice di Corot, passando per figure poco morali come ad esempio "Attesa dei clienti" di Toulouse-Lautrec, dove una prostituta con aria lasciva eppur intrigante, si dedica ad aspettare i clienti nella sua impalpabile fascinosità.
Di grande effetto è ancora il consueto orientalismo di Gérome che ne "La tratta degli schiavi", che come nel precedente "Incantatore di serpenti", da forma ad un impressionismo quasi scientifico, volto soprattutto alla fisicità perfetta dei corpi e dei volti. Una precisione data dal connubio tra pennellata breve e sottile e colori brillanti, quasi ad effetto vernice.

E proprio concatenata e sequenziale all'attenzione per i corpi della Società, ecco presentati i "Volti", contenenti un background veramente importante.
Ciascun viso lascia trapelare una sorta di anima, un storia segnata in ogni incavo della pelle ed in ogni bagliore dello sguardo o contrazione delle labbra.
I colori sono naturali, così come il tratto asseconda le curvature dei profili.
L'attenzione viene tutta focalizzata non tanto sulla perfezione di forma o sulla completa riproduzione realistica, bensì sull'emozione ed il pathos che i volti riescono a trasmettere. Ecco quindi che si passa dagli autoritratti di Renoir e Dègas fino a ritratti di terze persone in posa, come ad esempio "La ragazza che lavora all'uncinetto"di Renoir o la "Carmen" di Toulouse-Lautrec.

Infine, l'ultima sezione è dedicata ai "Piaceri", che si legano alla poesia, all'arte, all'estetica e all'armonia.
Piaceri intesi sia a livello emozionale che ad interesse di forma.
L'atmosfera che si respira è rosea e leggera, il tutto pare avvolto in una soffice nube rosa che permette l'evasione da tutto quello che può essere la quotidianità sia essa rurale o cittadina, la canonicità dell'esistenza e la semplicità.
C'è una ricerca alla spensieratezza, sempre senza mai tralasciare l'eleganza e la compostezza; ecco allora spiaccare tra il gioioso "Cagnolino" di Bonnard e le "Fanciulle con i fiori" diTissot e Renoir, le splendide "Ballerine dell'Opéra" di Dégas, gentili e morbide nei loro tutù dipinti con una leggerezza rara ed una scelta cromatica di toni velati e confettati che propongono da un lato sicuramente il senso della severità della disciplina del ballo ma dall'altro, e forse con forza maggiore, la morbidezza della musica che con i suoi battiti lambisce i dolci visi delle ballerini e i loro costumi.

A completare il percorso pittorico, un breve documentario sulla vita di Monet e alcuni filmati inerenti la vita vivace e innovativa di Parigi negli anni impressionisti.

Una mostra senza dubbio interessante ed in un certo senso intima, volta a mostrare il lato emozionale della pittura impressionista.
Tutto è poesia, magia, sensazione, storia.
C'è una grande eterogeneità di modi, dalla perfezione quasi fotografica di Gérome al tratto veloce di Manet, dalla luce sofisticata di Manet alla cura modaiola di Boldini, eppure tutti questi grandi artisti riescono ad offrirci una forte introspezione volta all'anima delle loro opere.
Tutto è meditativo, ci canalizza verso una dimensione sensoriale e percettiva per la quale un paesaggio en plein air ci trasporta fin dove le impressioni e le nostre sensazioni vogliono arrivare.
I colori sono spesso brillanti, soprattutto nel sottolineare la vivacità frizzante dei campi fioriti e delle gradi aree naturali; le pennellate sono decise, veloci, quasi indicassero proprio il convulso trasporto dell'impressione del momento e la velocità nel voler cogliere quel preciso istante.
Da vedere, assolutamente.

 

INFO MOSTRA:

Impressionisti. Capolavori della Collezione Clark

quando: 2 marzo – 19 giugno 2011
dove: Palazzo Reale , Piazza Duomo, 12, 2012 Milano
tel: 02-87.56.72
Orari: Dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 20, sabato dalle 8 alle 13