articoli di Stefania Nano

FRAMMENTI DI CITTA’

FRAMMENTI DI CITTA’

 

Bauman scrive: “La vacuità del luogo è negli occhi di chi guarda e nelle gambe o nelle ruote di chi procede. Vuoti sono i luoghi in cui non ci si addentra e in cui la vista di un altro essere umano ci farebbe sentire vulnerabili, a disagio e un po' spaventati” (Z. Bauman, Modernità liquida).

All’interno dei grandi ambienti di Assab One la mostra Frammenti di città propone quattro artisti contemporanei che interpretano, con i loro lavori, spazi urbani. Le differenze geografiche si perdono nell’analisi del luogo in quanto scenografia, supporto spoglio di quell’umanità che lo rende solitamente ambiente vivo e impressionato dall’essere che lo abita.

Eithne Jordan, Giovanni Hänninen, Fausta Squatriti, Loredana Longo, utilizzano come punto di partenza per le loro riflessioni artistiche, la fotografia. Con il mezzo impiegato per illustrare i frammenti di città ritratti, si spiega gran parte della sensazione straniante che suscita l’intera esposizione, poichè “grazie al gioco irrealista con la tecnica e contemporaneamente grazie al suo taglio, la sua immobilità, il suo silenzio, la sua riduzione fenomenologica del movimento, la foto si impone come l’immagine più pura e più artificiale” (J. Baudrillard, L’Echange impossible).

Sulle umide e scrostate pareti di questo edificio industriale appaiono quasi miniature le Street stills di Eithne Jordan. Nei piccoli dipinti dell’artista irlandese la presenza umana può essere solo intuita oppure, quando appare, è solitaria e persa nei contesti malinconici e remoti all’interno dei quali vive. Trovando la giusta distanza, pare di entrare in queste delicate rappresentazioni e di ascoltare il silenzio che le avvolge.

 

Scendendo dalle strette scale del secondo piano due grandi ambienti si riempiono di altri “frammenti”. La presenza umana si fa astratta e artificiosa, quasi un pretesto, per le rappresentazioni di Giovanni Hänninen in Rendering the city. Un vedutismo ultramoderno e svuotato dalla vitalità dell’essere umano: la staticità, pur del movimento, uniforma edifici e persone dando la sensazione di un tempo e uno spazio inesistente e che potrebbe essere di qualsiasi luogo. Cartoline da un presente freddo e cementificato in cui l’uomo non può che essere minuscolo e privo di volto ed espressione, posizionato, più che vivente, nei contesti che dovrebbero appartenergli.

Il respiro e il battito silenzioso dei frammenti di città si fa pesante e concreto nelle opere del ciclo Ascolta il tuo cuore, città di Fausta Squatriti. Scorci impietriti e abbandonati dopo apocalissi immaginarie, in cui i ricordi sono stati segnati dal tempo e racchiusi in asimmetriche bare di legno. Le fotografie sono razionalizzate in forme piatte e geometriche e sintetizzate in oggetti come resti sepolti. Oltre a questi ultimi lavori, dell’artista sono presenti sculture degli anni ‘60 che, con i loro colori e forme, creano un affascinante dialogo e confronto con l’archeologia industriale dell’edificio di via Assab, anch’esso “frammento di città”.

L’ultimo spazio è destinato a Demolition #1 di Loredana Longo, dove scheletri di palazzi si accartocciano e muoiono definitivamente in una nuvola di polvere che inghiottisce i colori dell’unica presenza che li ha sperimentati (l’artista, che diviene squatter). Sequenze di cui si percepisce il rombo frastornante della distruzione fredda di deserti abitativi privi di ricordi che non sono mai stati.

Sono frammenti di città attraverso i quali qualcuno è passato, ha costruito, abita, ma che mancano quasi totalmente, visivamente e a livello di sensazioni, dell’antropologia dello spazio, intesa come impronta e testimonianza umana dei luoghi. In questi lavori l’individuo scompare anche quando, da lontano e indefinito, viene ritratto e lo scenario diventa quello di contesti non (più) vissuti.

 

 

INFO MOSTRA:

Dal 28 ottobre al 25 novembre 2011

Frammenti di città

Assab One

Via Assab, 1 - Milano

www.assab-one.org

Tel +39 02 2828546

 

Perino & Vele. Luoghi Comuni - Fondazione Arnaldo Pomodoro

La domanda da La tregua di Primo Levi, citata dal curatore Lorenzo Respi, contiene lo spunto essenziale della mostra: “Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?”. Domanda retorica che ovviamente non richiede risposta, ma intende provocare la coscienza morale. Su questa stessa linea si pongono le opere di Perino e Vele, che riassumono diciassette anni di denuncia “visiva” di tanti luoghi comuni che dominano il nostro tempo.

Esiste un meccanismo, nella mente di ognuno, disponibile all’ascolto e all’assunzione delle soluzioni facili, dei pregiudizi, delle lusinghe del conformismo, dei luoghi comuni. Il luogo comune intasa le strade della mente libera, le ingorga, le blocca, le chiude a nuove e diverse possibilità e si pone come assioma per poi insinuarsi nel tessuto culturale e restarci facendo passare silenziosamente i nefasti effetti della sua persuasività. Negli ampi spazi della Fondazione Pomodoro avviene un subitaneo passaggio dai “luoghi comuni” secondo l’accezione di inerzia del pensiero, al “luogo comune” come terreno condiviso: le opere dei due artisti rappresentano i primi, ma attraverso i dubbi, la curiosità e la riflessione critica, li sfidano nella mente del pubblico.

Sculture esplicite che evitano accuratamente i nascondigli solitamente offerti dall’ambiguità interpretativa e dalla ricerca della bellezza estetica, rendono possibile un’”arte di informazione”, priva di sottintesi o allusioni, servendosi solo di verità documentate. Anche nel materiale. La cartapesta non serve solamente a costruire maschere di carnevale o a realizzare laboratori didattici per bambini: questa esposizione mostra che essa può dare forma a monumentali opere dalla triste ed agghiacciante ironia. Le illustrazioni dei quotidiani con cui sono assemblate prendono vita, si fanno corpi plastici. Le pagine di giornale dello sfogliare a volte distratto del primo mattino raccontano Storie e Storia imponenti come le sculture, asciutte, semplici ed essenziali risultanti dal loro assemblaggio e trasformazione.

 

L’esposizione si divide in ambiti particolarmente soggetti ai luoghi comuni che lasciano tracce evidenti a livello culturale e sociale. I giornali, anche quelli letti e dimenticati, si riaprono.

I lavori del duo artistico, manti di carta visivamente ed emotivamente pesanti come la pietra, sono un tutt’uno con i loro titoli diventando forme metaforiche che provocano sorrisi e riflessioni amare. Le scritte sbiadite sulle indicazioni stradali sono i Luoghi comuni (lavoro ispirato al libro di Pino Corrias) che parlano del carattere della nostra nazione per mezzo delle controverse vicende che l’attraversano. Impronte di proiettili, di cui sembra quasi di percepire il rumore, forano sarcasticamente la scritta Goodbay su un cartellone di benvenuto, le frecce che puntano in direzioni opposte di It’s the right direction e la saracinesca abbassata di Public invasion. Il figlio perfetto Statura 190, capelli biondi, occhi azzurri, professione Ingegnere è un pacchetto già pronto in una carrozzina e l’appartamento perfetto Vendesi monolocale Salotto Cucina Bagno con vista panoramica £ 4,5 milioni è un divano/lavandino/sanitari, con pesce rosso incluso. Tristi scorci di violenza sugli esseri viventi sono la parte non raccontata delle guerre: sagome di animali giacciono nella serie Porton Down, giganteschi fogli ordinatamente impilati contengono i più cruenti metodi di interrogatorio del Kubark Counterintelligence Interrogation, la sagoma di un uomo su un materasso e due stampelle sono ciò che resta di Mina.

Sottili griglie regolari ricoprono tutte le venticinque opere tracciando una trama che annulla la distanza geografica e temporale dei “luoghi comuni” e guida attraverso le vicende umane in cui si definisce la memoria passata, presente e quella del futuro.

 

 

INFO MOSTRA:

 

7 Aprile – 17 Luglio 2011

Perino e Vele. Luoghi Comuni

Fondazione Arnaldo Pomodoro

Via Solari, 35 - Milano

www.fondazionearnaldopomodoro.it

Tel. 02 89075394/5

 

 

Tony Oursler. Open Obscura | Stefania Nano

 

TONY OURSLER. OPEN OBSCURA
Di Stefania Nano


Viene definito il padre della video-scultura Tony Oursler e la mostra al PAC di Milano ripercorre dieci anni di sue proiezioni.

Entrando dalla trafficata via Palestro (dove ha sede il PAC) nel mondo artistico di Oursler, si ha l'impressione di passare dalla caotica vita esterna al caos che ognuno ha sepolto dentro di sé, in maniera più o meno profonda. L'effetto è straniante e ipnotico: immagini, che si muovono troppo lente o troppo veloci per essere reali, sono accompagnate da voci reiterate, soffuse, sussurrate, inquietanti. Proiettori e casse acustiche fanno parte in qualche modo delle installazioni stesse: sono lì, alla pari degli antichi strumenti dell'artista come tempera e pennelli, a testimoniare che quello che si sta osservando non è completamente reale, è una riproduzione, è Arte. La tecnica della proiezione non promette realtà, ma consente quel realismo necessario all'identificazione, sta poi alla creatività dell'artista trasformare la freddezza della macchina tecnologica in medium produttore di senso e significato.

Il percorso della mostra, curato da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni, inizia con quattro installazioni che mostrano e parlano (letteralmente) il linguaggio delle nostre illusioni: il volto di Abramo Lincoln che seduttivamente ammicca dai cinque dollari; mani che sfregano sulle versioni americane dei “gratta e vinci” alla spasmodica ricerca di una casualità fortuita;  luccicanti resti dei “sweet sixteen” nascosti dentro relitti erosi dal tempo che scorre; sigarette che si consumano incessantemente rivelandosi oggetti di una ritualità compulsiva.

Si volta l'angolo e si entra a far parte di Eyes, una galassia di occhi proiettati su superfici sferiche appese, di varie dimensioni, che si dispongono nello spazio. L'assenza di sensazioni persecutorie si spiega con il fatto che nessuno sguardo è per il fruitore poichè nell'iride di ognuno è lo schermo di un televisore a renderlo assente e immerso in quel torpore ipnotico indotto dal mezzo massmediatico, più volte denunciato nelle opere dell'artista. Sono “occhi rovesciati”, per parafrasare il titolo di un'opera di Penone, in cui ciò che si apprende dalla visione lascia il segno nello sguardo.

Altra stanza, altro tema caro ad Oursler: la malattia mentale, rivisitata in chiave pop. Occhi e bocche che si adattano alle superfici creando deformazioni che impressionano e turbano (o meglio perturbano), si muovono raccontando l'incomprensibile universo della follia. Sono SSS, Ello, Rosepop, Crunch, Phenyl. Mediante l'attrazione empatica che spinge quasi all'imitazione (ci si trova a muovere la bocca cercando si seguire le parole pronunciate e a strizzare gli occhi a tempo con il socchiudersi delle palpebre dei quattro “blob”), ci si avvicina a ciò che è diverso, alieno e per certi versi ripugnante, ma pur sempre esistente in mezzo e dentro di noi. Uno degli aspetti più interessanti di questo artista  è  infatti l'effetto paradossale che sollecita durante l'ascolto/visione e ne è un esempio Talking light: sussurri e urla intrisi di follia, lallazioni di voci adulte distorte e stonate accompagnate dalla luce intermittente di una lampadina appesa in mezzo ad una stanza vuota, richiamano discorsi deliranti vissuti in solitudine. Eppure, nonostante il fastidio, anche solo percettivo, ci si ferma a guardare e ad ascoltare.

 

Dopo “nuvole” che hanno le forme, i colori e le deformazioni dei sogni o dei dipinti surrealisti (Purple Dust e Cosmic Cloud) si giunge all'installazione più imponente che dialoga con i giardini che fiancheggiano il PAC: Extrude Lock (2, 4, 6). Qui Oursler propone un'opera “narrativa”:  ci si muove tra immagini concatenate l'una all'altra, in sequenze ripetitive di semplici gesti, di sensazioni, forse di ricordi, perdendosi nel rivedere le stesse scene e nel riascoltare gli stessi suoni, costruendo e  ricostruendo trame.

Al secondo piano dove si trova The Valley, realizzato per l'Adobe Virtual Museum, si fa strada il concetto di “perturbante” qui in diretto riferimento alle teorie dell'Uncunny Valley di Mori, ma che come significato estetico, letterario e psicoanalitico si potrebbe estendere all'effetto di inquietudine istintiva che si prova di fronte all'intera opera di Oursler perchè la surrealtà che si scorge dietro ai suoi profili umanoidi crea un varco nel sentire cosciente per connettersi direttamente al nostro mondo sommerso.

Infine, con lo stesso sguardo che richiedono i dipinti di Bosch, si osservano le microinstallazioni della serie Peack. Stessa tecnica, maggiore profondità. Molte opere d’arte esprimono il mondo inconscio, ma quello che più stupisce è che queste miniature lo raffigurano, come solo i sogni prima del risveglio e dell'inevitabile reinterpretazione cosciente riescono a fare. Oggetti associati l'uno all'altro, pluralità di materiali, forme, costruzioni quasi infantili nell'assemblaggio, rivelano tutta la creatività insita nell'apparente casualità e raccontano storie che non possono essere dette, ma solo allucinate o rappresentate artisticamente.

 

INFO MOSTRA:

19 marzo - 12 giugno 2011
Tony Oursler. Open Obscura
PAC – Padiglione d'Arte Contemporanea
Via Palestro, 14  Milano
www.mostraoursler.it
Tel 02 884 46359/46360

 

 

Oltre il buio. Meditazioni sulla morte: Georges Rouault, Damien Hirst e Domenico Paladino | Stefania Nano

 

Oltre il buio. Meditazioni sulla morte: Georges Rouault, Damien Hirst e Domenico Paladino

di Stefania Nano

 

La mostra, a cura di Andrea Dall’Asta ed Elena Pontiggia, è una meditazione. Come tale richiede silenzio, semplicità, stimoli sintetici. Non dunque opere che parlano direttamente alle emozioni, come forse ci si aspetterebbe considerato il tema, ma solo tre artisti che rappresentano riassunti e simboli dei pensieri che ruotano attorno alla morte, distinti nelle varie epoche, ma trasversali nell’atemporalità della riflessione.

Crea una strana impressione passare dal teschio scintillante di Damien Hirst, con la sua carica provocatoria, alla sacralità religiosa dei disegni di Rouault, per poi posare lo sguardo sui colori accesi delle tele di Paladino. Sembra parlino di “morti” diverse, tre modi distanti l’uno dall’altro di affrontare non la morte in sé, ma il pensiero della morte, in fondo l’unica cosa che può fare l’arte e l’uomo su questo momento: pensarlo, immaginarlo, meditarci sopra. Penso quindi (ancora) sono.

I carati di Hirst ricoprono di splendore ciò che resta di un corpo che è ormai scomparso, in un’esorcizzazione che tende all’esaltazione parossistica. Un simbolo della fine umana, così finto (il cranio è un calco di platino) e decorativo in questa versione alla Hirst, parla di una paura che si nega. Le quattro serigrafie che ritraggono la celebre opera dell’artista esaltano nella ripetizione la ridondanza effimera e seduttiva dell’”oggetto”. La quadruplicazione non fa che accentuare il senso di impotenza di fronte alla morte che si ripete costante e uguale per ogni uomo. Perde forse in forza emotiva rispetto all’originale, ma estrae dall’opera la parte pensante tramite la rappresentazione di se stessa. Lo sguardo moltiplicato, il cui vuoto è reso ancora più profondo dalla pienezza lucente dei brillanti, si rivolge ai disegni di Rouault.

Spessori neri che sottolineano la Passione di Cristo e che creano similitudini, nei tratti di Miserere, con l’anima grottesca e triste della fine umana. La metafora si interrompe quando quegli stessi segni diventano come le giunture di una vetrata che celebra Christ en Croix, la cui lucentezza e colore trasparente non è nel destino degli uomini. Quelle di Rouault sono tavole che raccontano, come illustrazioni di una storia, la miseria degli uomini, avvolti in atmosfere fumose e, insieme, mediante la medesima tecnica (acquatinta allo zucchero), l’umanità trascendente del divino. Rouault, interprete di quell’umanesimo integrale di cui parlava Maritain, descrive un’umanità imprigionata nella sua limitatezza, ma sempre illuminata, sullo sfondo, da un chiarore che ridona speranza. “Questo realismo non è assolutamente un realismo delle apparenze materiali, è realismo del significato spirituale di ciò che esiste (e si muove, soffre, ama); è un realismo permeato dai segni e dai sogni commisti all’essere delle cose. Il realismo di Rouault trasfigura ed è una cosa sola con il potere rivelatore e il dinamismo poetico di una pittura che, mentre vive di fede e di spiritualità, resta ostinatamente attaccata alla terra” scriveva Maritain a proposito dell’opera del suo amico pittore.

Le opere di Domenico Paladino invitano ad un viaggio in tempi e spazi lontani, dove la forza del simbolo richiama alla mente immagini sepolte nell’inconscio collettivo. I segni sulle tele è come se apparissero per evocazione dell’artista. I colori accesi e le forme primitive, quasi danzanti, lasciano tracce sulle tele Veronica, le quali, come sudari, recano impressi i segni della morte, la cui presenza è destinata a non sbiadire nei secoli. Hanno la forza speranzosa e a tratti magica associata alle reliquie, traducendo quei residui pagani presenti in ogni fede religiosa nel momento in cui si confronta con la morte. Osservando le tele di Paladino, infatti, si oscilla tra la sensazione di essere circondati da un reliquiario e dai resti di un rito funebre di una tribù primitiva.

Ognuno, tra queste forme filosofiche di pensare la morte in forma artistica, può trovare lo stimolo meditativo più vicino a sé, ma è certo che il memento mori di Damien Hirst è specchio della “meditazione” odierna, che opera per negazione e insieme superstizione, coprendo i resti del corpo di ricchezza materiale, forse come lasciapassare per l’aldilà, For the Love of God .

Il richiamo a forme primitive ed eterne è ciò che accomuna le meditazioni artistiche di questa mostra: c’è qualcosa di antico nelle rappresentazioni, nel simbolo, nel tratto, nel soggetto.

Passato e presente, tradizione e irriverenza, cattolicesimo e ritualità arcaica si mescolano in questa mostra che delicatamente risveglia la riflessione, anche emotiva, intorno all’interrogativo centrale della vita e conduce “oltre il buio”, che sia per mezzo di 8.601 diamanti o delle sfumature chiare che affiorano dai neri e dai grigi o da una forma a metà tra un corpo umano e alieno che sembra emergere dalla tela per venirci incontro.

 

IMMAGINI:

 

 

INFO MOSTRA:

Dal 3 febbraio al 9 marzo 2011

Oltre il buio. Meditazioni sulla morte: Georges Rouault, Damien Hirst e Domenico Paladino

Galleria San Fedele

Via Ulrico Hoepli 3a-b Milano

www.sanfedele.net

Tel 02 86352233