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L’ incredibile battaglia dell’esercito Vetero Romantico | Igor Zanti

 

 

L'INCREDIBILE BATTAGLIA DELL'ESERCITO VETERO ROMANTICO

Di Igor Zanti

 

 

Siamo vittime dell’Ottocento. Secolo meraviglioso, secolo dell’industrializzazione, del bel canto, dei moti risorgimentali, dei tenenti di cavalleria che facevano innamorare scontente contesse nei peccaminosi retropalchi dei teatri d’opera, dei valzer di Strauss, dei gattopardi, della regina Vittoria, delle macchine a vapore, del positivismo e della fiducia nella scienza, dei passaggi in India, ma soprattutto -ahime- del romanticismo. Per quanto dal XIX secolo ci separino quasi duecento anni, la sua eredità culturale come una nube nefasta, degna della peggiore Seveso, si aggira sul pensiero comune e non comune, e non sono bastate le risse in galleria, gli arredo bagno messi a testa in giù, o tutto uno stupefacente Novecento per liberarci dalla sua egemonia.

Viviamo sostanzialmente in un ‘epoca post romantica, tardo romantica, vetero romantica- le definizioni possono essere molte - dove l’estetica di fine Ottocento permea quello che con termine borghese - quindi necessariamente di origine ottocentesca, che  è stato il vero secolo della borghesia,  con buona pace di Jacques Le Goff - si chiama buon gusto.

 

(Michelangelo-Cappella Sistina)

 

Inevitabilmente questa aura romantica, questo sentire, si riflette anche nell’idea che si ha dell’arte, dell’artista, e di tutto quel complesso mondo che gli gira intorno.

La cosa che forse inquieta di più è che, fatte le dovute distanze e dato il dovuto peso alle cose,  gli stessi addetti ai lavori, quelli che dell’arte avrebbero dovuto comprendere i millenari meccanismi,  in un delirio di desiderosa e nostalgica  autogiustificazione e autoaffermazione, sono  vittime di questa visione.

L’artista, nell’intimo e nel cuore di molti sospettabili e di ancor più insospettabili, dovrebbe essere un eroico tubercolotico che, avvolto in mantelli di feltro per difendersi dall’umido di mal ridotte abbaini sui tetti di una Parigi alla Mouline Rouge (di Baz Luhrmann si intende), cerca l’ispirazione osservando da un’alta scogliera di Dover il mare in tempesta, per poi recarsi in studio in preda a frenesie creative, vittima di tormenti ed estasi e di fatine verdi al sapor di anice (nel migliore dei casi con le non sgradevoli fattezze di  Kylie Minogue). Ci si scandalizza e si grida all’orrore quando ci si rende conto che questa figura da operetta o da romanzetto per smaniose signorine bene non corrisponde alla realtà, e che, talvolta, e nei casi di maggior successo,  gli artisti  sono cinici e accorti professionisti, che calcolano ogni movimento, ogni esposizione, l’effetto che ogni opera deve avere sul pubblico, come navigati esperti di marketing. Forse le soffitte maleodoranti sono appannaggio di revanscismi bohemienne, e si può essere artista, un grande artista, senza tormenti e senza estasi, visto che  la tubercolosi fortunatamente si riesce a curarla e che una buona opera d’arte non deve essere necessariamente frutto di sofferenze e squarci dell’anima, ma, semplicemente, di ragionamenti, complessi, articolati, ma sempre e solo ragionamenti.

 

(Tiepolo- Residenz-Wuzbug)

 

Con la vergogna della mente e l’orgoglio del cuore questi insospettabili vetero romantici si rintanano in un passato poco o superficialmente conosciuto,  facendo riferimento a maestri, che, erroneamente e goffamente, si immaginano liberi di potersi esprimere secondo quella falsa chimera che è l’ispirazione.

Si dimentica sempre che dietro a qualsiasi grande opera c’è soprattutto la mente, la mente dell’artista. Un qualsiasi artista di successo del passato, in genere è riuscito a realizzare un capolavoro, rimanendo all’interno dei non agevoli paletti delle lettere di incarico, in cui si specificavano dimensioni, colori, materiali, tematiche, personaggi, che dovevano essere utilizzati per portare a termine il lavoro, e - ahimè - essere pagati. La grandezza sta proprio nell’avere realizzato al tempo stesso una buona opera d’arte e la soddisfazione del committente.

L’esercito dei vetero romantici non ricorda come Larry Shiner, nel suo L’invenzione dell’arte,  abbia evidenziato che l’idea di opera d’arte priva di finalità, o meglio, fine a se stessa, è  completamente moderna, inteso con moderno quel periodo che parte dalla necessità di classificazione enciclopedica. Le tragedie greche come i vasi a figure rosse, la statuaria antica, come gli affreschi della cappella Sistina avevano un fine, un fine che poteva essere di utilità comune, ma anche semplicemente didattico o di comunicazione.

Giulio II non scelse Michelangelo solo perché gli piaceva o l’ammirava,  lo scelse perché al momento era uno dei maggiori artisti disponibili, il meglio, e parola orrendamente attuale dopo Lo squalo da dodici milioni di dollari di Edward Thompson, il miglior brand dell’arte. La cappella papale affrescata dal miglior artista di brand dell’epoca è la massima dimostrazione della potenza del Papa stesso. Così fa il principe arcivescovo di una semisconosciuta città  della Germania meridionale – Wuzburg - quando chiama un Tiepolo, all’apice della sua carriera artistica e mondana, ad affrescare un soffitto grande come un campo da calcio.

Anche nel passato l’arte e gli artisti facevano parte di un enorme sistema di marketing, erano gli artefici di spot pubblicitari finalizzati a promuovere ed a consolidare il potere di una famiglia, di una congregazione, di una fazione politica o religiosa. Nessuno però si sarebbe mai sognato di accusare un Michelangelo o un Tiepolo di non essere artisti, o di essere privi di contenuti perché si sottomettevano, con naturale realismo, ai bisogni ed alle necessità dei proprio committenti; nessuno, con buona pace del falso mito dell’outsider, ne avrebbe attaccato il lavoro perché troppo inserito all’interno del sistema sociale ed economico dell’arte.

 

(Damien Hirst-The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living)

 

I vetero romantici che si nascondono nelle file della società delle arti vorrebbero un artista comunque sempre sconfitto, un artista eroe di un antieroismo malinconico e sterile, e nasce il sospetto che vogliano un artista da poter dominare, che non abbia indipendenza, che non abbia vitalità, che non possa affermarsi.

Il vero vetero romantico ama il disfacimento, la decadenza, la sofferenza perché di fondo si nutre di questo, si cela dentro l’introspezione come un blasone da portare su uno scudo di falsa e anelata intellettualità e con le armi della delegittimazione dei contenuti culturali attacca gli artisti per fiaccarne la forza creativa.

Il risultato di questa malattia che sta uccidendo l’arte contemporanea sono mostre tutte uguali a se stesse, musei claustrofobici e di insopportabile disinteresse, biennali fotocopia, dove si respira un’aria mortifera, perché di fondo il vetero romantico è un essere catacombale, amante di un pauperismo di facciata, di una minimizzazione dei concetti, non solo di tipo estetico ma, contrariamente a quanto vogliono farci credere, anche  intellettuale.

La domanda forse che ci dobbiamo porre è se la situazione dell’arte italiana non sia frutto di un adeguamento a questo clichè vetero romantico, al desiderio di essere sempre fuori da un sistema che si attacca in continuazione dalle pagine di giornali, riviste, saggi, ma che, con una dose di sano cinismo, bisognerebbe iniziare ad amare ed appoggiare. Il cinismo, d’altronde, come diceva Oscar Wilde, attraverso il suo alter ego Lord Henry, non è altro che l’arte di vedere le cose come sono e non come dovrebbero essere, e noi, se non mi sono sbagliato fino a questo momento, stiamo parlando di arte.

 

 

 

 

[ Il Raglio del Mulo, la Rubrica di Igor Zanti: n.2, "L’ incredibile battaglia dell’esercito Vetero Romantico" pubblicato su lobodilattice il 11 - 10 - 2010 ]

 

 

Creativi Transgender. Di Igor Zanti. (il Raglio del Mulo n.1)

 

 

 

 

CREATIVI TRANSGENDER  (Il Raglio del Mulo n.01)

di Igor Zanti

 

 

Io, come tutti sanno, sono un uomo che non deve chiedere mai, che, talvolta, non ha fame ma solo bisogno di qualcosa di buono, ma pensavo, mentre tagliavo il mio tonno con un grissino e saltando come una gazzella, pur essendo in uno di quei giorni, che uno strano fenomeno si sta verificando, che strani e insoliti personaggi si stanno accalcando sull’affollato bastimento del mondo dell’arte: i direttori creativi.
Il direttore creativo è una creatura a tratti mitologica che vive  nelle grandi capitali, luoghi ideali per lo sviluppo del suo habitat naturale: l’agenzia di pubblicità internazionale. Appartiene alle specie dei creativi, di cui è un sottogenere, alla stessa specie appartengono, con caratteristiche diverse, i designer, gli architetti, gli stilisti, o creativi nell’ambito della moda.
 Per quanto sia un animale sociale che predilige il branco, si distingue a dagli altri creativi per l’utilizzo di  un linguaggio piuttosto particolare. Il direttore creativo, infatti, non fa riunioni ma brain storming, non segue gli scatti fotografici ma gli shooting,  non si occupa dell’ambiente in cui un fenomeno si sviluppa ma del contest.
La cosa particolare è che negli ultimi tempi si nota un caso piuttosto lampante di ibridazione della specie, come se vi fosse un parallelo sviluppo evolutivo che porta alcuni direttori creativi a non somigliare più ai propri consimili ma, piuttosto, ad assumere le caratteristiche tipiche dei soggetti appartenenti al genere “artista”.

(Giuseppe Mastromatteo)

 

 
Come tutti noi ben sappiamo e come ricorda Larry Shiner ne L’invenzione dell’arte, il genere artista è una recente evoluzione del genere artigiano; le due specie, infatti, prima del XVIII secolo venivano accomunate per via dell’ utilità pratica dell’arte. Possiamo affermare, seguendo il ragionamento di Shiner, che l’arte è diventata Arte nel momento in cui è diventata inutile, o meglio, non proprio inutile, ma meno praticamente utile.
Secondo questa visione evolutiva il genere creativo è una  un forma di superspecializzazione di tipo terziario del genere artigiano, e l’artista ne è invece una evoluzione.
Questo comporta che il direttore creativo sia fortemente legato da un dna comune con l’artista, condividendone le origini.
A patire dagli anni ‘80, ma con avvisaglie che si dovrebbero far risalire agli anni ’50, si afferma l’idea che la comunicazione e tutti i suoi linguaggi siano parti attive nella definizione dell’estetica contemporanea. Trovo utile ricordare, in questo senso, che uno dei maggiori artisti viventi, Damien Hirst, deve buona parte del successo dall’incontro con il collezionista Charles Saatchi, magnate di origini irachene della pubblicità e fondatore della celeberrima agenzia Saatchi & Saatchi.
Questo dato credo possa far riflettere non solo sulla comunicazione come valore estetico, ma anche su come, sapendo usare la comunicazione, si possa trasformare un promettente artista in una superstar dell’arte, con tutte le conseguenze che ne derivano.
 Se la comunicazione è l’elemento transgenico che caratterizza l’estetica contemporanea, inevitabilmente, i direttori creativi, che se ne cibano, sono destinati ad essere dei transgender in bilico tra due generi:  il pubblicitario e l’artista.
In media un direttore creativo di successo è piuttosto aggiornato sulle tendenze e sui macroflussi socio culturali che attraversano l’universo mondo ed ha una certa, se non esagerata, sensibilità sull’immagine. La pubblicità ha una vita molto ma molto breve, addirittura più breve di una capo di pret a porter, questo spinge gli addetti ai lavoro a vivere sempre sulla cresta dell’onda della novità, se a tutto ciò si aggiunge un personale e professionale interesse per l’arte ( è oramai risaputo che nelle agenzie di pubblicità si pesca a piene mani nel mondo dell’arte e che, volenti o nolenti, è quanto di più aspirazionale ci sia e l’aspirazionale fa sempre e vendere ) sul piatto ci sono tutti gli ingredienti per avere da un buon direttore creativo un buon artista.

Naturalmente tutti gli studi di antropologia o zoologia devono essere supportati dall’osservazione  diretta dei gruppi di individui a cui si fa riferimento, e fortunatamente, vivendo a Milano, si è sicuramente avvantaggiati.
Un interessante luogo  in cui iniziare l’ osservazione del fenomeno  è la galleria milanese Fabbrica Eos,  guidata, con pugno di ferro e guanto d’acciaio, dal poliedrico Giancarlo Pedrazzini - una vera e propria Casablanca per il  direttore creativo transgender - che annovera tra i suoi figli due figure di spicco di questo nuovo genere d’artista: Paolo Troilo e Giuseppe Mastromatteo.

(Paolo Troilo)

 

 
Se da un lato per definire il lavoro di Mastromatteo, direttore creativo di EuroRSCG New York, non si può che usare il termine patinato: perfetto formalmente al limite del maniacale, furbissimo nell’uso della scelta di immagini e forse un po’ troppo pubblicitario- credo che Mastromatteo stia ancora percorrendo la strada che lo porterà alla definitiva trasformazione ma, se tanto mi da tanto, dove non arriverà l’artista ci penserà il pubblicitario- dall’altro un po’ più complesso è il discorso per Paolo Troilo. Il fanciullo, tarantino classe 1972, dopo essersi fatto la ossa proprio da Saatchi&Saatchi  passa ad Arnold e si dà alla pittura.
Se le influenze del mondo di provenienza, nel caso di Mastromatteo, si tradiscono, con una certa onestà intellettuale, nella complessità del lavoro, cosa che può essere vista come una caratteristica positiva, per quanto riguarda Troilo è tutto l’insieme che fa pensare ad un ben architettato piano di comunicazione.
Per giudicare Troilo bisogna tenere presente il personaggio che sul web appare come un giovanotto appena sceso dalle passerelle di Dolce e Gabbana, a metà strada tra la fighetta e il bello e dannato-cosa che ha un ottimo posizionamento di pubblico: giovani donne e donne sui quaranta (Troilo è sostanzialmente un oggetto di desiderio sessuale), donne più avanti negli anni (Troilo è sostanzialmente l’ ultima speranza sessuale, un po’ come Ingrid Bergman e Antony Perkins in Le piace Brahms?), gay ( oggetto sessuale e icona glamour. Gli metti una parrucca bionda e ci va lui a casa di Tiziano Ferro), uomini etero (livello aspirazionale: tutti vorrebbero avere gli addominali di Troilo)- e miscelarlo con il suo particolare modo di fare arte che unisce il dripping alla Pollock con l’arte digitale -nel senso letterale del termine visto che usa le dita per stendere il colore- un po’ di narcisismo autoreferenziale alla Vezzoli, una buona dose di neofigurativismo di sapore vagamente espressionistico, un ottimo personal trainer ed anche un velato erotismo masturbatorio. Con tutti questi ingredienti il buon Paolo da Taranto prepara un cocktail molto alcolico che riscuote un certo e continuativo successo nelle migliori case italiane, anche perché un Troilo in salotto è molto chic e arreda divinamente.

(Giordano Curreri)

 

 
A questo nutrito gruppo di pupilli di Fabbrica Eos, fanno compagnia due outsider: il genovese Giordano Curreri  e il biellese Davide Mancosu.
Il  più vecchio dei due, Curreri, classe 1967, al momento direttore creativo di Ogilvy, pur avendo tutte le caratteristiche del tipico rappresentante del suo genere, tra cui una moglie bellissima e due figli che sembrano usciti da uno spot della Kinder- praticamente una famiglia da pubblicità-nasconde un animo da ultrà del Genoa, come dimostra la sua pittura dove mischia fumetti e suggestioni tardo concettuali, critica sociale e cultura popolare, il tutto con un segno acido ed a tratti splatter, insaporita da un pizzico di sano e vivificante cinismo. Nel caso di Curreri, a onor del vero, nasce un po' il dubbio se sia nato prima l'artista o l'art director. Propenderei, conoscendo la sua biografia e i suoi passati come uno dei componenti di quella felice esperienza dell'arte italiana della fine degli anni ‘90 che fu il gruppo degli  Ultrapop, per la prima ipotesi, e ritengo, di conseguenza, che l'effetto transgenico sia piuttosto inverso: un artista che si traveste e si mimetizza, per sopravvivere nella giungla metropolitana, da direttore creativo.
Il biellese Davide Mancosu, classe 1970,  è  tra i quattro quello che è riuscito a trovare l’equilibrio tra le sue due anime: più che transgenico è, forse, schizofrenico. Benché Mancosu sia praticamente avvolto da un alone di anonimato-non lo vedrete, se non raramente, nei luoghi frequentati dai suoi simili- tutti, o quasi, hanno visto almeno una delle sue  opere o navigato  in una delle campagne web che come direttore creativo di EuroRSCG4D firma ( la stessa agenzia di Mastromatteo, la ex di Curreri, viene da pensare che assumano solo direttori creativi trans gender…).

 

(Davide Mancosu)

 

 

Mancosu è uno che conosceva Murakami ancora prima che lo stesso Takashi potesse immaginare di diventare una star dell’arte internazionale, è una spugna vivente delle tendenze dell’arte, con un occhio infallibile e una conoscenza dei meandri del web che lo porta ad essere sempre e comunque informatissimo. Grande viaggiatore, lo si può trovare, con la stessa facilità, a gironzolare tra le gallerie di New York , di Shangai, di Pechino o di Tokyo, ha una passione per l’oriente tale da farlo divenire in pochissimo tempo, e prima delle mode, un interprete del pop di matrice giapponese in salsa di pomodoro, attraverso mostre/progetto, dove convivono pittura, scultura in stoffa, in resina o stampe digitali. Artista decisamente poco prolifico, ha sfruttato il suo amore per la comunicazione e la sua naturale e professionale attenzione alle dinamiche della società contemporanea, per elaborare una ricerca veramente interessante.
 
Sono quattro, ma forse sono molto di più, quattro moschettieri che hanno dato alla figura del direttore creativo un nuovo significato. I creativi transgender sono il tipico esempio di una generazione di artisti che si sta affermando nella realtà del contemporaneo. Tutto questo non è una coincidenza ma una tendenza.
Comunicate gente, comunicate…

 

 

 

 

[ Il Raglio del Mulo, la Rubrica di Igor Zanti: n.01, "Creativi transgender" pubblicato su lobodilattice il 12 - 07 - 2010 ]

Doll is in the air... Di Igor Zanti (Il Raglio del Mulo n.00)

 

 

 
DOLL IS IN THE AIR

di Igor Zanti

 

 
Girare per un negozio di giocattoli, al giorno d’oggi, può essere un’ esperienza paragonabile ad una visita ad un museo d’arte contemporanea o ad una galleria molto, ma molto, di grido.
Gli scaffali nascondono sorprese e curiosità che, seppur apparentemente lontane dalla rarefatta atmosfera dell’Olimpo dell’arte ufficiale e dall’ambrosia contenuta nei calici dorati di critici, curatori, direttori di musei e giornalisti, si rivelano la fonte di ispirazione di moltissimi dei più raffinati e celebrati artisti.
Ma andiamo per gradi… e partiamo dalle origini… forse...

 
 

(Blythe)

 

 
Se l’estate scorsa vi fosse mai capitato di bighellonare per il londinese Hyde Park e il vostro bighellonare, risalendo i vialetti dal lato di South Kensignton, vi avesse portato verso l’immacolato edificio della raffinatissima Serpentine Gallery, e vi fosse venuta un’improvvisa voglia di sbirciare attraverso le ampie finestre che illuminano l’elegante spazio espositivo, immediatamente, vi sarebbe parso di trovarvi in mezzo ad una fiera di paese dove venditori ambulanti offrono, a bambini di tutte le età, palloncini e gonfiabili dalle forme più disparate. Tale spettacolo, che per colore e magnificenza poteva rivaleggiare con la festa di Santa Rosalia a Palermo,  non era stato immaginato per allietare gli infanti di Albione,  ma un pubblico di adulti appassionati d’arte contemporanea. Si trattava, infatti, di nulla di meno che dell’ultima mostra del cicciolino Jeff Koons, enfant terrible dell’arte americana (oramai solo terrible, perché ha perso da tempo status d’ enfant), che presentava Popeye Series 2, progetto, iniziato nel 2002, che mette insieme riferimenti ai cartoons, giocattoli di sapore vintage, influenze dell’arte classica e un mai ben dichiarato amore per il marchè aux puces.
Ma Jeff non è il solo a cui piace giocare. D’altronde cosa ci si può aspettare da uno che si è sposato l’incarnazione di una bambola gonfiabile?

 

 

 

(Pullip)

 

 
La scoperte più sconvolgenti si fanno andando in uno di quei templi del fanciullo contemporaneo che sono Hamleys a Londra, o il cinematografico e alleniano Fao Schwarz di New York o, ancora meglio, Kiddiland  o Hakuhinkan Toy Park di Tokyo, dove, visitando il reparto delle bambole, specialmente quelle da collezione, vi parrà di trovarvi nelle sale della Jonathan Levine Gallery di New York, ad una collettiva dei suoi migliori artisti. Infatti, osservando gli scaffali, ci si sentirà studiati dagli occhioni sgranati e un po’ inquietanti di  Blythe o Pullip e la mente correrà immediatamente a Ray Caesar, o, ancora meglio, a Mark Ryden.
La domanda sorge spontanea, come diceva un vecchio tormentone televisivo, : “è nato prima l’uovo o la gallina?”
Poco importa rispondere, ma qualche dato non fa mai male…
Se Blythe potrebbe effettivamente  aver ispirato Mark Ryden , la bambola, infatti, dopo essere stata prodotta negli anni ’70 dall’americana Kenner Toys, soffrendo, forse, della concorrenza della sua conterranea Barbie, era caduta nel dimenticatoio, fino a quando una bambina degli anni ‘70, la fotografa Gina Garan, non l’ha fatta diventare un’ icona fashion e gli ha dedicato una serie di scatti che, dopo essere stati pubblicati nel volume This is Blythe, finiscono per divenire la campagna pubblicitaria della Sony Europa, riaccendendo il desiderio di collezionismo, tanto da spingere la Takara, colosso dei giocattoli giapponese, ad acquistare il brevetto dalla Kenner verso la metà degli anni 2000 ed a iniziare una nuova produzione.
Pullip, invece, nasce un po’ come risposta a Blythe per iniziativa della coreana AGA doll nel 2004-è quindi di molto successiva ai primi lavori di Ryden e Caesar- pur essendo,  iconograficamente parlando, figlia di un sanissimo esempio di ibridazione culturale, cioè quel mix fatto di cartoons, giocattoli, web grafica, street art, illustrazione contemporanea e vintage,  che influenza, sia il mondo ufficiale dell’arte, che realtà più commerciali come il mercato dei giocattoli da collezione.
 

 

 (Angelo Volpe)

 

 

 
A questo proposito, vagando per Akibahara, meglio conosciuta dai turisti come Electric Town (zona di Tokyo ad alta densità di neon, di negozi di elettronica e manga: sostanzialmente l’essenza di quello che ognuno di noi si immagina della capitale nipponica e quello che, evidentemente, con buona pace dei “non luoghi” di Sophia Coppola, ha ispirato il buon Ridley Scott in Blade Runner) guardando nelle vetrinette dei negozi, dove folle di uomini e ragazzi di ogni età si accalcano in cerca di fumetti manga o statuette che ritaggono i personaggi e le eroine degli anime, non sorprenderà di trovare, fatta e finita con tutte le sue generose proporzioni, in vendita per poco più di 50 euro, ed anche a meno, la progenitrice di Hiropon, opera simbolo della prima produzione del Jeff Koons del sol levante, che risponde all’arcinoto nome di Takashi Murakami.
Ebbene al rivoluzionario folletto giapponese, colui che ha scavalcato tutte le classifiche di vendita nelle aste e che ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione dell’arte che, partendo dall’Asia ha invaso-tsunami style- prima gli Stati Uniti e poi l’Europa, piace giocare con le bambole. Se  ci fosse  stato qualche dubbio sul fatto che Murakami avesse una predilezione per i negozi di giocattoli basti pensare che il suo personaggio feticcio, Mr Dob, è indiscutibilmente frutto di un amplesso gay-oriented tra lo yankee Mickey Mouse e l’asiatico Doraemon.
Ma come è buona norma fare, spostiamo il punto di vista dagli ampi respiri del panorama internazionale e torniamo alla viziata aria italiana, cercando di capire se anche da noi gli artisti, nell’intimità della loro cameretta, tra i poster dei ACDC e le foto della nazionale dell’82, amino trastullarsi con bambole, bamboline, orsacchiotti e quant’altro…
Barbie, devo dire, ha sempre un suo perché e, da bravi bambini occidentali cresciuti nel mito della biondona californiana, in molte opere la fa da padrona, non ultima, una divertente doppia personale del gennaio 2008, alla torinese Marena Rooms Gallery, curata dal biennalista ante litteram Luca Beatrice, che avvicinava le vecchie glorie decadenti e ironiche di Paolo Schmidlin ( orgoglioso possessore di una fantastica collezione di Barbie d’epoca), ad una serie di curatissimi mosaici di Leonardo Pivi  che avevano per protagonista l’eroina salva bilanci della Mattel.

 
 

(Stefano Bolcato)

 

 
Non bisogna, però, dimenticare il contraltare rappresentato dal romano Stefano Bolcato che, da bravo maschietto anni ‘70,  affida ai personaggi della Lego l’arduo compito di mettere in scena glorie e miserie della società contemporanea.
 Ma andando più a fondo, e scavando nel macro universo del neo pop italiano,  si trova un artista reo confesso di essere un veneratore di Pullip e Blythe : il napoletano Angelo Volpe.
Le sue bamboline sexy, dipinte a olio in maniera magistrale ed a tratti sontuosa, incarnano perfettamente, per il Mr Fox da Pozzuoli, la sua ricerca sulla disumanizzazione del corpo femminile a colpi di bisturi estetici e sulla seduzione della donna intesa come bambola: bella, bionda e che dice sempre sì.
La cosa forse un po’ inquietante è che, all’indomani della partecipazione di Volpe ad un evento di beneficenza, organizzato da  Fendi e Coca Cola al Pan (Palazzo delle Arti di Napoli), con una serie di tele che ritraevano donne alla Pullip o alla Blythe, compare una pubblicità di Coca Cola Light dove le protagoniste sono delle marionette che hanno proprio le fattezze di Pullip… Cosa pensare? Mah… dopotutto stiamo parlando di ibridazione e non bisogna dimenticare che, parafrasando una canzone della fine degli anni ’70 di John Paul Young:Doll is in the air /Everywhere I look around /Doll is in the air /Every sight and every sound/And I don't know if I'm being foolish /Don't know if I'm being wise /But it's something that I must believe in /And it's there when I look in your eyes….”

 

 

 

 

 

 

[ Il Raglio del Mulo, la Rubrica di Igor Zanti: n.00, "Doll is in the air"  pubblicato su lobodilattice il 10 - 05 - 2010 ]