articoli di Andrea Lacarpia

Angela Loveday, Demoni e meraviglie

 

Angela Loveday, Demoni e meraviglie

di Andrea Lacarpia

 

Lo spazio che ospita la mostra di Angela Loveday si trova nell’elegante quartiere torinese delle gallerie d’arte, ed ha la particolarità di essere galleria d’arte contemporanea e nello stesso tempo anche studio di architettura e interior design, identificandosi quindi come luogo in cui convergono, in un proficuo dialogo, intellettualità e gusto estetico come stile di vita.

L’esposizione consiste in una serie di opere fotografiche nelle quali emerge una cura ossessiva nella creazione del set, scelto tra scenari surreali con precisi intenti simbolici.

Donne spettrali, dai vestiti e acconciature dal gusto decadente, eccessivo e visionario, vagano silenziose in luoghi ricchi di mistero: interni di edifici antichi corrosi dal tempo, umide grotte che sembrano santuari consacrati ad arcaiche divinità pagane, sontuosi tendaggi e divani neoclassici. L’aspetto irreale delle scene fotografate dalla Loveday è frutto della particolare scelta di luoghi e vestiti dall’impatto teatrale, ma anche della lunga postproduzione che rende gli scatti perfetti nella loro pulizia formale, dalla messa a fuoco e dalle sfocature ben studiate per aumentare la drammaticità dell’immagine. Alcune donne ritratte recano delle corna caprine sulla testa, tradizionale simbolo di Pan, divinità pagana della natura e delle zone oscure della coscienza, poi tramutato dalla religione cristiana nell’immagine maligna del diavolo.

 

Queste figure ieratiche rivestono quindi una funzione simbolica, sembrano essere sacerdotesse provenienti dallo spazio-tempo dell’attività onirica, in cui emergono i desideri inconsci e la visionarietà dell’immaginazione si esprime senza gli argini della ragione. Donne che sembrano indaffarate in strani rituali, assumendo su di sé l’aspetto di demoni, azzerano l’espressione del volto, che diventa così seducente e inquietante allo stesso tempo: come divinità classiche scolpite nel marmo sono rappresentazioni simboliche degli istinti più indicibili dell’uomo. In fondo lo scenario rappresentato da Angela Loveday attraverso i simboli è uno specchio veritiero dell’umanità attuale: nel mondo postmoderno l’uomo è preda del desiderio incontrollato dell’acquisto di beni di consumo, sempre nuovi e sempre più inutili, ma che vengono visti come indispensabili perché veicolati dalla pubblicità. Quest’acquisto compulsivo di beni di consumo altro non è che la liberazione delle pulsioni inconsce senza alcun controllo razionale e senza alcuna morale, come è immorale il meccanismo di controllo che mette in atto chi regola questo meccanismo d’induzione al desiderio di consumo delle masse sempre più ignoranti nelle quali regna l’apatia. Contro questo stato di cose non ci resta che controbattere con la fantasticheria, con il sogno, con la creazione di un mondo nuovo utilizzando quel fantastico serbatoio di mondi possibili che è l’immaginazione. Angela Loveday, con questa mostra che indaga sulla dualità del bene e del male, riporta il fare artistico nella sfera del sacro che gli è propria, veicolando le energie inconsce e i desideri in modo positivo attraverso l’utilizzo dei simboli. Il desiderio oscuro che proviene dalle zone remote della coscienza è così intellettualizzato, accettato, ma anche allontanato da sé, come in una liturgica catarsi.

 

 

INFO MOSTRA:

Dal 16 giugno 2011 al 6 agosto 2011

Angela Loveday – Demoni e meraviglie

A cura di Roberto Milani, Cristiana Pecile e Marzia Altaira Grazzini

La Contemporanea Studio Art Gallery

Via della Rocca, 36 - Torino

www.lacontemporaneatorino.com – info@lacontemporaneatorino.com

Tel +39 011 0746769

 

 

Marco Carli Rossi, Il mondo prima del diluvio

 

Marco Carli Rossi, Il mondo prima del diluvio

Milano, Nur Gallery di arsprima

di Andrea Lacarpia

 

Nel contesto dell’arte contemporanea degli ultimi decenni è difficile imbattersi in opere con degli evidenti riferimenti ad un immaginario mitico, simbolico, morale o almeno filosofico e psicologico. Piuttosto tali riferimenti sono velati, nascosti dietro a facciate freddamente costruite dagli artisti più scaltri per essere accettati dagli ambienti più radical chic popolati da personaggi convinti che l’arte “di ricerca” sia quella senza legami con la tradizione immaginifica che ha accompagnato l’uomo in tutte le epoche.
Un esempio eclatante di tale operazione di modellamento formale in stile contemporary chic può essere per esempio tutta l’opera di Damien Hirst, celebre artista inglese che con le sue “vanitas” di animali conservati in formaldeide e teschi umani rivestiti di brillanti apre il campo a tutta una serie di riflessioni sul tema tradizionale e legato alla cristianità della vita eterna, ma nello stesso tempo, e soprattutto, apre la strada alla speculazione pubblicitaria del circo mediatico, abilmente sollecitata da alcuni aspetti formali delle opere, come l’utilizzo di animali e teschi veri.
Nel suo essere allo stesso tempo simbolico nei contenuti (o almeno in una parte dei contenuti) e contemporaneo nello stile, Hirst ben incarna il passaggio ibrido tipicamente “fin de siècle” dall’arte del novecento, entrata oggi in un circolo vizioso di ripetizione dello stile “arte contemporanea” minimale e volutamente banale nella facile provocazione, all’arte del nuovo secolo, figlia della profonda crisi che il mondo occidentale sta attraversando e impegnata nella ricerca di nuovi valori culturali.
Si sta formando spontaneamente negli ultimi anni un clima diverso, spesso ancora legato allo “stile arte contemporanea” per questioni di comodo, ma innovativo nel portare nuova linfa a una cultura visiva che sembrava aver perso il senso del sacro.
L’opera di Marco Carli Rossi, artista che ho avuto la fortuna di inserire in vari progetti da me curati negli ultimi anni, può rientrare in questo contesto d’arte coraggiosamente portatrice di senso dai complessi risvolti psicologici, ritrovato nell’immaginazione mitica e negli archetipi tradizionali che possono efficacemente intervenire nella ricostruzione dell’identità umana distrutta dalla morte di Dio nell’epoca moderna teorizzata da Friedrich Nietzsche.
L’Associazione Culturale arsprima, che ha organizzato la mostra personale di Marco Carli Rossi, si è da subito strutturata come laboratorio d’idee dove la ricerca artistica viene incoraggiata e incentivata come strumento di conoscenza, un circolo culturale fresco e dinamico che ruota intorno alla figura di Cristina Gilda Artese che ne dirige le scelte progettuali, sempre improntate al mantenimento di un ottimo standard qualitativo. Lo spazio espositivo di arsprima si chiama Nur Gallery, nome che in lingua araba significa luce, e illuminare la coscienza umana sulla natura del male per poter tendere eroicamente alla controparte benefica sembra essere un tema dominante nell’opera di Carli Rossi, tema che emerge con efficacia nelle opere esposte, oltre ad essere suggerito dal titolo della mostra.

 

 

Le opere, visionari dipinti ad acquarello e tecnica mista su carta di dimensioni piccole e medie, sono disposte regolarmente sulle pareti della Nur Gallery, come a suggerire l’orizzonte di un’ambientazione immaginaria in cui l’artista sembra voler immergere lo spettatore. Gli spazi vuoti tra un’opera e l’altra si ripetono anche all’interno di molte opere, organizzate in dittici e trittici, come pause visive che modulano la tensione presente nei dipinti nello scorrere dello sguardo dello spettatore.
Viene rappresentato da Carli Rossi uno scenario allucinato di depravazione assoluta dove delle figure animali, grottesche e a volte ridicole, si confondono in un ambiente roccioso caleidoscopico, come inquietanti proiezioni della mente in un paesaggio reale, come incubi tinti dalla variegata e stridente gamma cromatica della follia.

Tutto lo scenario rappresentato da Carli Rossi riporta a uno strato profondo della psiche in cui risiede la follia, ma anche a tutte le oscure energie primordiali dell’uomo, che in questa rappresentazione visiva prendono il sopravvento sul controllo razionale per far piombare il mondo nella pura bestialità.
E qui entra in gioco un discorso morale che rende il corpus di lavori in mostra più interessante di una banale rappresentazione del male: nel mondo piombato nell’oblio inizia a compiersi il diluvio, archetipo della distruzione come punizione divina contro un mondo piombato nel caos dei desideri incontrollati.
La furia delle acque irrompe in cascate e va a formare acquitrini che iniziano a sommergere questo mondo popolato dagli strani esseri della psiche, è l’inizio della fine di un mondo che cede alla barbarie della sopraffazione e della lotta per la sopravvivenza.
L’unico elemento salvifico e legato al concetto di bene morale che compare in queste opere è anche l’elemento distruttivo: l’acqua che sommerge il mondo degli inferi, ristabilendo la divisione di mondo conscio e inconscio, del bene e del male.
La visione espressa nelle opere di Carli Rossi in fondo è uno specchio realistico dell’attuale mondo occidentalizzato, declinato nell’affannosa preoccupazione di alimentare il popolare desiderio di oggetti inutili, un mondo in cui l’unica scala di valori è quella del valore economico e della produzione, nel quale i luoghi di culto e meditazione sono stati sostituiti dai centri commerciali, luoghi nei quali si possono vedere tutte le tipologie di bestialità dell’uomo contemporaneo. Un mondo prima del diluvio.

 

 

Info:

Marco Carli Rossi – Il mondo prima del diluvio

A cura di Carolina Lio

Dal 25 maggio 2011 al 6 luglio 2011

Vistabile su appuntamento dal lunedì al venerdì

Nur Gallery arsprima

Corso Italia, 9 - Milano

www.arsprima.it – segreteria.arsprima@gmail.com

Tel +39 02 58308360

 

 

Agostino Arrivabene, Isterie Plutoniche

 

Agostino Arrivabene, Isterie Plutoniche

Milano, Antonia Jannone Disegni di Architettura

di Andrea Lacarpia

 

La Galleria Antonia Jannone si trova tra le zone di Brera e Porta Garibaldi, quindi nel punto d’incontro tra il quartiere più romantico e le strade più modaiole della “movida” milanese. In Brera s’incontrano i cartomanti e gli aspiranti artisti studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera, entrambe figure portatrici di magia nel mondo votato al materialismo della nostra epoca decadente.

In Porta Garibaldi invece s’incontrano i ragazzi della Milano bene, quella votata al progresso e al profitto, che fanno l’aperitivo all’ombra dei nuovi grattacieli che stanno crescendo con le loro forme avveniristiche senza poesia, in vista dell’imminente expo che tanto incuriosisce e preoccupa i milanesi.

Attraversando le strade cittadine che sono teatro di questo confronto di diverse visioni del mondo, si entra nello spazio che ospita la mostra personale di Agostino Arrivabene, nel quale sono esposte le opere recenti dell’artista lombardo, che sembrano essere frutto di tale collisione di differenti punti di vista, e nelle quali le contraddizioni del mondo attuale vengono tessute insieme dal mito senza tempo.

Le opere esposte, per la maggior parte olio su tela e su tavola di piccole e medie dimensioni, sono dipinte con fiamminga accuratezza e dovizia di particolari che le rende preziose come gioielli, rari e sempre più necessari in un contesto contemporaneo che confonde pericolosamente l’espressività individuale con la pigra mancanza di cura tecnica di chi non ha talento.

I riferimenti alla storia dell’arte nelle opere di Arrivabene sono molteplici, da Leonardo da Vinci al simbolismo esoterico di Jean Delville si può individuare una linea continua, della quale Arrivabene può essere considerato un erede, che utilizza la pittura come strumento di precisione per ottenere la conoscenza di ciò che non è conoscibile attraverso i metodi della scienza e della razionalità in genere.

In tal senso la pittura di Arrivabene trova compagnia ideale nei racconti mitologici, che attraverso fantasiose narrazioni portano luce negli strati più profondi della coscienza.

 

Nella mostra Isterie Plutoniche in particolare, Arrivabene sembra voler fare in modo che le zone più misteriose della mente, in cui risiedono le immagini simboliche archetipiche, emergano liberamente come in un’esplosione di ologrammi apparentemente impazziti, o isterici come suggerito dal titolo dell’esposizione.

Il tema centrale dell’esposizione è il mito del ratto di Proserpina, uno dei racconti più interessanti della mitologia pagana, nel quale la protagonista, intenta a raccogliere fiori in riva al lago, viene rapita dal re degli inferi Plutone che ne fa la sua sposa, per poi liberarla in seguito all’intervento di Giove solo per sei mesi l’anno, condizionando così da allora l’alternarsi delle stagioni.

Una tale discesa nell’Ade diventa così rappresentazione mitologica dell’immersione nei luoghi più misteriosi della coscienza, per poi riemergere in superficie con rinnovato vigore, come nei rituali misterici in cui si mette in scena una morte rituale che produce un rinnovamento interiore.

Nei dipinti esposti sono molteplici i riferimenti all’acqua, elemento simbolicamente legato all’inconscio, tanto che tutte le figure rappresentate sembrano essere immerse in un misterioso mare ricco di coralli e colonie batteriche, nel quale i corpi perdono la consueta consistenza materiale per sciogliersi in evanescenti e continue metamorfosi animali e vegetali.

Una visione superficiale delle opere esposte può collocare tale produzione in una visione surrealista, o nella moda del pop surrealism nato in California sul finire degli anni ’60, ma a una visione attenta la produzione di Arrivabene rivela tutta una struttura intellettuale dagli innumerevoli rimandi all’esoterismo tradizionale e alla mitologia classica che lo differenzia pienamente sia dalla liberazione incontrollata dell’inconscio della scuola surrealista che dagli scanzonati e paradossali giochi del pop surrealism.

Un’arte, quella di Arrivabene, che comunica a tutti grazie alla sua seducente piacevolezza retinica, ma che si rivela pienamente solo a chi decide di distaccarsi dall’alienazione del mondo contemporaneo per farsi rapire da Plutone e intraprendere il viaggio nei luoghi più arcani che esistano.

 

INFO MOSTRA:

 

Dal 21 marzo 2011 al 30 aprile 2011

Agostino Arrivabene – Isterie Plutoniche

Antonia Jannone Disegni di Architettura

Corso Garibaldi, 125 - Milano

www.antoniajannone.it – info@antoniajannone.it

Tel +39 02 29002930

 

 

Intervista a Marco Cassani | Andrea Lacarpia

 

INTERVISTA A MARCO CASSANI

di Andrea Lacarpia

 

 

Le opere recenti di Marco Cassani si presentano come irreali trasfigurazioni del paesaggio e del ritratto classico, in cui le vibrazioni luminose del colore vengono modulate per rappresentare dei visionari mondi interiori.

 

Come definiresti la tua pittura in poche parole?

Non credo nelle definizioni. Definire pone dei limiti e non ti permette di vedere oltre. Posso solo dirti che la mia pittura è un continuo fallimento. Ciò mi sprona a continuare.

 

I tuoi dipinti si presentano suddivisi in zone dipinte con modalità differenti. Quali tecniche utilizzi per la produzione delle tue opere?

In un solo quadro mi permetto di usare differenti tecniche e materiali. Spazio dall’acrilico all’olio, dagli smalti al bitume. Anche gli strumenti di lavoro differiscono: uso spesso la penna bic come spatola con cui tratto il colore ad olio; il coltellino, con cui gratto via il colore, viene spesso usato per gli smalti. Uso anche sassi ed il tradizionale pennello.

 

L’impostazione spaziale dei tuoi “paesaggi” è spesso diversificata in più zone sovrapposte. Come decidi l’impostazione spaziale dei tuoi dipinti?

Non esiste una vera e propria scelta. Succede ed accade.

 

Quanto contano nel tuo modo di lavorare l’automatismo e la riflessione?

Entrambi molto. E’ una lotta continua. Credo in una concentrazione distratta. E’ un continuo perdersi e ritrovarsi e viceversa. Nei ritratti la riflessione è preponderante. Nei paesaggi, invece, il progetto iniziale (quando c’è) viene sorpassato dal momento e dall’automatismo.

 

Spesso nei tuoi paesaggi e nei tuoi ritratti compaiono piccole figure visibili solo avvicinandosi al dipinto, che da un punto di vista percettivo sembrano scomparire appena ci si allontana da esso. Ci sono delle particolari motivazioni per questo “gioco ottico” che utilizzi?

Si, mi interessa che la percezione che lo spettatore ha del quadro risulti differente a seconda della posizione in cui egli si trova. Spesso uso una figura principale che il pubblico riconosce velocemente da lontano. Il loro getting closer (un concetto che mi affascina molto e che rende attiva la visione dello spettatore) verso il quadro permette di capire la tecnica adottata e di incontrare nuovi elementi non percepiti prima. Contemporaneamente la figura principale percepita da lontano si sfalda. Questi piccoli elementi suggeriscono una narrazione e una rilettura del quadro. Ciò permette di creare una relazione più intima fra lo spettatore e l’opera.

 

Qual è il tuo personale rapporto con la realtà quotidiana e con la dimensione spirituale?

Eheheh. Credo che siano due facce della stessa medaglia. Quattro anni fa ho incominciato un percorso spirituale che mi ha portato a vivere tre mesi in solitudine nel nord del messico. E’ stata l’esperienza più forte e più inquietante della mia vita. Un viaggio verso e dentro me stesso e non solo. Entrare a fondo ti permette di ritrovare l’uomo innato ciò che c’è prima di te e che racchiude tutto. E sai una cosa… ho visto Dio e ti posso dire che non esiste. Non esiste nulla. Ma in questo niente c’è tutto. Puoi essere tutto. Una sorta di grande tela bianca. Avuto questa esperienza il passo successivo è stato (e lo è ancora) quello di trovare la spiritualità nella quotidianità (che a mio avviso è quella più vera). E’ su questo punto che progetto i miei ultimi lavori.

 

 

Quali artisti del passato e del presente ti piacciono o ti hanno ispirato?

Per anni ho avuto l’ossessione per Vincent van Gogh. Nella contemporaneità, mi piacciono Olafur Eliasson e David Oreilly. Mi ispirano soprattutto registi: Andrej Tarkovsky in primis, Herzog, Lynch, Tsai Ming-liang, Hitoshi Matsumoto ed in generale tutto il cinema. Nel mondo del design Maarten Baas e Jamie Hayon.

 

Ci sono uomini e donne, del passato e/o del presente, che stimi particolarmente?

Nel mondo dell’arte… no.

 

Credi che l’arte possa avere una funzione sociale?

Why not?

 

Sei nato in Italia, dove hai esposto le prime volte, per poi trasferirti stabilmente a Bali in Indonesia, dove continua la tua carriera artistica con successo.

Da Bali segui l’attualità dell’arte italiana? Cosa ne pensi?

Si, mi interesso, per quanto sia possibile seguirla da internet. Credo che l’arte italiana rappresenti esattamente il periodo nero in cui l’Italia si trova adesso.

 

Ci sono delle differenze o analogie tra la produzione dei giovani artisti italiani e quelli indonesiani?

Non saprei. In Indonesia mi sembra tutto più leggero.

 

E differenze nei due sistemi dell’arte? Le gallerie indonesiane investono nelle nuove proposte artistiche?

Mi sembra che le gallerie siano più attente e più disponibili.

 

Recentemente hai ricominciato ad esporre in Italia. Hai delle mostre in programma in Italia?

Ad aprile una collettiva presso la Galleria delle Battaglie a Brescia.

 

E fuori dall’Italia?

A dicembre inauguro una mia personale presso la Galleria Semarang a Jakarta curata da Rifky Effendy.

 

 

Elena Monzo, Forever blowing bubbles | Andrea Lacarpia

 

Elena Monzo, Forever blowing bubbles

di Andrea Lacarpia

 

Lo spazio austero dell’oramai storico Studio D’Arte Cannaviello, introdotto all’esterno da una targa marmorea recante il nome della galleria e da un segnale acustico automatico che segnala l’ingresso di ogni visitatore, è stato invaso dai colori e le linee vivaci e aggressive di questa giovane artista già nota al pubblico, reduce dalla recente esperienza americana.

Nella prima sala sono esposte delle opere di grandi dimensioni, subito riconoscibili come naturale prosecuzione stilistica dei lavori esposti precedentemente dall’artista.

Una serie di carte in cui emergono linee dal grafismo tagliente tra Egon Schiele e Aubrey Beardsley, rappresentanti per lo più figure femminili dai tratti grotteschi, e masse di colore puro e luminoso, spesso fluorescente o iridescente per la profusione di glitter.

Le linee e le masse di colore interagiscono tra loro in modo fluido e caotico, dando vita a opere in cui è sempre più labile il confine tra astrazione e figurazione, e in cui si ottiene un effetto percettivo di movimento concitato delle masse.

Sempre più presente nelle opere di Elena Monzo, come risulta evidente in questa mostra, è l’inserto nelle consuete opere su carta di elementi di collage con materiali vari, tra i quali dei fogli di carta olografica adesiva, dal potente effetto straniante.

L’impatto delle opere esposte è duplice: piacevole per i materiali decorativi e per la rappresentazione bidimensionale dello spazio, ma anche inquietante per i colori lisergici e per il ghigno esasperato delle figure.

Nella seconda sala della galleria è esposta un’opera inconsueta nella produzione di Elena Monzo, oltre a due opere dall’impatto visivo molto forte già viste all’ultimo Premio Cairo e una serie di carte più piccole sul tema del doppio.

In quest’opera inedita campeggia una bandiera degli Stati Uniti D’America dipinta con una sovrapposizione di materia in cui fa capolino qui e là del rosa fluo più tipico dell’artista, in cui le stelline della bandiera originale sono state sostituite con le siluette di dolci muffin.

Proprio quest’opera, nel suo essere sottilmente provocatoria, fornisce una possibile chiave di lettura dell’intera esposizione: l’America, e di conseguenza il mondo occidentale “americanizzato”, è sempre più schiavo del meccanismo del desiderio, qui rappresentato dai dolci.

Nell’attuale società è considerato bello e desiderabile solo ciò che risulta essere al passo coi tempi, al passo con ciò che i media ci convincono sia contemporaneo.

Ed Elena Monzo rileva tale stato delle cose rappresentandolo per quello che è: il mondo delle mode fugaci e delle bolle di sapone.

 

IMMAGINI:

 

INFO MOSTRA:

Dal 19 gennaio 2010 al 5 marzo 2011

Elena Monzo – Forever blowing bubbles

Studio D’Arte Cannaviello

Via Stoppani, 15 - Milano

www.cannaviello.net – info@cannaviello.net

Tel +39 02 20240428

 

 

Andrea Carpita – Sulla cima di un monte appeso alle nuvole

 

Entrando nello spazio di Anfiteatro Arte si ha subito la piacevole sensazione di essere in un ambiente familiare e accogliente, in cui si può fruire in tutta tranquillità della visione delle opere esposte, grazie alle luci non troppo fredde, all’accoglienza allo stesso tempo discreta e attenta e allo spazio ampio e dotato di zone riposo.

Le opere di Andrea Carpita, che hanno un grande appeal già nelle riproduzioni fotografiche, viste dal vero rivelano tutta una preziosità pittorica sorprendente per un artista di soli ventidue anni.

L’iconografia utilizzata dall’artista è spontanea e per certi versi infantile, attraverso di essa si viene facilmente trasportati in un mondo onirico popolato da figure antropomorfe dai tratti semplificati in forme astratte abilmente “sciolte” in un proficuo dialogo con la pittura circostante.

Tali figure spesso sono rappresentate dall’artista come macro mondi sui quali sono arroccati dei micro mondi popolati da altre figure molto più piccole e dall’aspetto più evidentemente umano.

Nonostante la spontaneità di base, il linguaggio dell’artista risulta essere ricco di contaminazioni dall’arte antica a quella più recente, unite tra loro in un personale collage postmoderno: riferimenti all’arte tradizionale giapponese (accentuati dalla presenza del sigillo con la firma dell’artista dipinto sul fronte delle opere alla maniera orientale) si mescolano alla leggerezza e comunicatività del pop surrealism americano.

La ricerca pittorica tesa all’espressione di stati d’animo interiori, materializzati in immagini surreali e in un certo senso “primitive”, rende il lavoro di Carpita vicino alle ricerche di altri artisti contemporanei italiani, in particolare Silvia Argiolas, Mirko Baricchi e Marco Fantini.

La due proprietà sostanziali che emergono in modo evidente dai dipinti in mostra sono la ricchezza immaginativa e la padronanza della grammatica pittorica, due elementi spesso scissi in un mondo dell’arte contemporanea che va sovente verso una pericolosa visione superficiale delle immagini, alla stessa stregua della quotidiana fruizione delle immagini pubblicitarie.

 

 

INFO:

Dal 2 dicembre 2010 al 15 gennaio 2011

Andrea Carpita – Sulla cima di un monte appeso alle nuvole

Anfiteatro Arte

Via Savona, 26 - Milano

www.anfiteatroarte.com – info@anfiteatroarte.com

Tel +39 02 86458549

 

IMMAGINI: