articoli di Alessandro Trabucco

Piero Fogliati, ovvero, La rivelazione fantastica della luce. Parte II

 

Piero Fogliati, ovvero, La rivelazione fantastica della luce. Parte II

di Alessandro Trabucco

 

Nel momento storico attuale, in cui problematiche legate a questioni ecologiche e di protezione e valorizzazione delle risorse naturali sono di urgente attualità (oltre che molto di “moda”), l’opera di Piero Fogliati rappresenta la visione preveggente della contemporaneità, un’eccezionale rivelazione di istanze intuite e realizzate con più di 40 anni di anticipo. Infatti, verso la metà degli anni Sessanta del secolo scorso, Fogliati già immaginava di utilizzare le cosiddette “fonti di energia rinnovabile” come la luce solare, il vento e l’acqua, impiegandole al fine di ottenere dei puri esiti estetici, quindi lontani dai bisogni pratici della vita quotidiana, ma pur sempre tesi alla realizzazione di oggetti funzionanti, da disporre sul territorio nel totale rispetto della natura ed in perfetta simbiosi con essa.

Nasce il progetto della Città Fantastica, una sorta di città ideale nella quale distribuire tutti quegli elementi appositamente concepiti per un deciso miglioramento della vita urbana, percepita dall’artista come troppo alienante e lontana dalle innate esigenze di bellezza dell’essere umano.

L’artista piemontese ha realizzato un elevato numero di disegni preparatori, non tanto concepiti come dei veri e propri progetti, quanto realizzati come suggestioni visive e mnemoniche del risultato che si auspicava di ottenere.

Ma l’idea di utilizzare queste “fonti di energia rinnovabile” (all’epoca non esisteva questa denominazione) rimane un caposaldo della sua ricerca, ribadita con continuità ed attuata in “dimensioni espositive” con le opere che realizzerà negli anni successivi.

 

La Città Fantastica

 

Quella di Fogliati è una volontà di intervento globale nel territorio, con la creazione di ambienti interni o con azioni volte a modificare l’ambiente esterno. Egli usa l’espressione “cambiare i termini delle cose”, quindi, modificare sia l’aspetto esteriore (se possiamo usare questa parola, “esteriore”, per il vento, il Sole o l’acqua) sia il rapporto diretto con l’uomo, come con la modulazione del rumore del traffico. Il contesto urbano diventa quindi il contesto dell’immaginario, non più, o meglio, non solo funzionale ad esigenze primarie, ma teatro di eventi e sorprese in grado di ri-creare il rapporto con il naturale e l’artificiale, attraverso una partecipazione attiva, interagendo consapevolmente o inconsapevolmente con i dispositivi collocati nell’ambiente e governati dal Campo autonomo, sorta di torre di controllo in grado di attivarli in modo sempre variabile.

Con le sue opere Fogliati intendeva modificare i fenomeni partendo dalla loro stessa natura, mantenendone intatte le caratteristiche peculiari. Egli voleva cambiarne la percezione e la fruizione ordinaria e passiva introducendo eventi inaspettati e piacevoli. E’ una sorta di estetica dell’ambiente, in perfetta armonia con esso. Nessuna violenza e nessun stravolgimento dell’ecosistema, quanto un vero dialogo nell’intento di creare inedite sensazioni.

Nella nostra epoca, in cui la spettacolarità ha assunto talvolta forme grottesche per imbonire il pubblico con effetti speciali di tutti i tipi e di dubbio gusto, gli interventi che Fogliati ha concepito anni fa costituiscono un’alternativa a mio avviso insuperata da qualsiasi successiva innovazione tecnologica. L’alternativa sta nei mezzi utilizzati, mezzi meccanici essenziali e dall’esito essenziale. Ma non è nemmeno un’epoca in grado di percepire l’importanza e la potenza dell’immaginazione messa a disposizione dell’ambiente circostante con l’obiettivo di arricchire l’animo umano e di distoglierne l’attenzione dalle brutture della città industrializzata; purtroppo non siamo nel Rinascimento, e il grandioso progetto di Fogliati non ha trovato la possibilità finanziaria per essere realizzato. Peggio per noi.

Tutto questo (solo per i patiti dei vari punti di contatto tra le idee degli artisti) piuttosto che avvicinare l’opera di Fogliati, come potrebbe capitare di fare, a quella degli artisti della Land Art, per  l’intervento concreto sul territorio, lo avvicina (forse) alle formulazioni situazioniste di Constant (New Babylon) o alla “Théorie de la dérive” debordiana pur distaccandosene all’istante appena se ne prendano in considerazione le specificità.

 

 

 

Gli artisti americani della Land Art operarono in solitudine nei grandi spazi tipici del territorio degli Stati Uniti (i deserti, i laghi salati) documentando poi le loro opere con filmati o fotografie dando allo spettatore solo questa occasione di fruizione del loro lavoro, all’interno degli ambienti deputati all’arte come gallerie private o Musei. Nessun intervento dello spettatore sul luogo originale di realizzazione dell’opera e nessuna partecipazione attiva-interattiva alla sua creazione. Semmai, oltre alla visione di foto o video, è possibile una ricostruzione in miniatura in galleria degli eventi stessi. Ma sulla differenza di una siffatta fruizione rispetto all’evento originale non credo si debbano spendere ulteriori parole.

 

Le idee di Constant e Debord rientrano in una più vasta teoria derivata dalla confluenza, nell’Internazionale Situazionista, di varie personalità provenienti dagli ambienti del Lettrismo di Isidore Isou, dal Comitato psico-geografico di Londra e dal Movimento per una Bauhaus Immaginista di Jorn e dal suo Laboratorio sperimentale fondato assieme a Piero Simondo e Pinot Gallizio. Simondo, ricordiamo, fondò nel ’62 a Torino il gruppo CIRA, al quale parteciperà per tre anni Fogliati stesso, che a sua volta potrà conoscere, attraverso l’esperienza di Simondo, le idee che hanno animato quel periodo e quei movimenti.

Ma se possiamo ragionevolmente pensare che tutto questo può aver influenzato Fogliati, ugualmente possiamo sostenere la differenza sostanziale delle sue idee per la creazione della Città Fantastica.

La psicogeografia e la teoria della dérive prendono in esame lo «studio degli effetti precisi che l’ambiente geografico, coscientemente ordinato o no, esercita direttamente sul comportamento affettivo degli individui» (I.S., I, p. 13). E la “deriva” in particolare è «il modo di comportamento sperimentale legato alle condizioni della società urbana», «la tecnica del passaggio rapido attraverso vari ambienti». Tutto ciò rientra in un progetto più vasto di rinnovamento globale del contesto urbano, quella «urbanistica unitaria» definita come «la teoria dell’impiego d’insieme delle arti e delle tecniche concorrente alla costruzione di un ambiente in legame dinamico delle esperienze di comportamento».

La conseguente critica al funzionalismo ci riporta alla mente le polemiche degli anni immediatamente precedenti tra Jorn e Max Bill. Quest’ultimo aveva fondato la Hochschule für Gestaltung di Ulm che riproponeva le finalità del Bauhaus di Walter Gropius senza tra l’altro prevedere la presenza dell’aspetto più strettamente artistico.

Riporto necessariamente questi riferimenti per far capire quanto fosse nell’aria questa volontà di completo rivolgimento delle convenzioni ambientali e di comportamento, rilevando poi l’unicità delle declinazioni di Fogliati su una tematica che accomunava varie personalità.

Possiamo anche individuare una sola grande differenza che basta a porre il lavoro di Fogliati in una posizione completamente autonoma nei confronti delle altre teorie di sconvolgimento delle convenzioni passivamente accettate dall’uomo: nel lavoro di Fogliati è assente qualsiasi tipo di condizionamento socio-politico, un aspetto, questo, assolutamente presente (direi, prepotentemente presente) in tutte le troppo decantate poetiche dello sconfinamento dell’arte nella vita e viceversa.

Fogliati non si è mai interessato di accompagnare con teorizzazioni ideologiche i propri progetti di intervento sul territorio anche perché non concepiti per contestare il sistema, quanto per migliorare esteticamente la percezione degli eventi naturali.

E’ quindi interessante riflettere su l’utopia irrealizzata della Città Fantastica di Piero Fogliati e alla sua idea di utilizzare i fenomeni atmosferici come “materiali nobili” da manipolare esteticamente: l’acqua, il vento, la luce solare, il suono, diventano gli elementi primari e costitutivi della creatività umana, energie originarie e primordiali, energie rinnovabili e sostenibili, pulite ed assolutamente compatibili con un’esistenza in completa armonia col mondo intero.

 

 

 

 

Piero Fogliati, ovvero, La rivelazione fantastica della luce. Parte I | Alessandro Trabucco

 

Piero Fogliati, ovvero, La rivelazione fantastica della luce. Parte I

di Alessandro Trabucco

 

 

 

 

Prologo

 

Nella casa dei miei, in un paese di campagna della provincia di Cremona, il Sole sorge proprio di fronte. Nei sereni e tiepidi giorni primaverili, al mattino presto, quando apri la porta, sono i suoi accecanti raggi a darti il buongiorno. Lo puoi seguire mentre si alza lentamente nel cielo, perché di fronte casa ci sono ampi prati verdi, che in estate diventano estensioni interminabili di granturco.

Anni fa, per una sorta di meccanica abitudine, ogni mattina soleggiata osservavo dallo spioncino questo mirabile evento, cercando però di non bruciarmi la retina...

Un sottile raggio luminoso entrava in casa attraverso quella piccola “wide angle lens" ed andava ad infrangersi nella parete con le piastrelle della cucina. Un filo di luce sospeso nell’aria.

All’epoca dipingevo e un giorno pensai che avrei dovuto abbandonare la pittura ed andare alla ricerca di qualcosa di più evanescente ed immateriale. Era stato quel filo luminoso ad avermi messo in testa questa idea, dovevo catturare la luce naturale e trasformarla in espressione estetica. Ma non ci riuscii mai, l’idea superava di gran lunga la tecnica, e quindi rimase tale.

 

Let there be light

 

Ancora non sapevo (parlo della metà degli anni Novanta) che in America, nel sud della California, c’era stato un gruppo artistico denominato Light and Space (con James Turrel, Robert Irwin, Maria Nordman, Doug Wheeler e altri) che una trentina di anni prima aveva messo in pratica questa idea di immaterialità, e nemmeno conoscevo le ricerche di Anthony McCall sui fasci luminosi del proiettore cinematografico, tanto meno ero a conoscenza dell’esistenza della complessa opera di un grande artista piemontese, Piero Fogliati, alla ricerca dell’essenza e del mistero dell’Arte e portata avanti con instancabile dedizione nell’isolamento del proprio studio a Torino.

Diciamo che un giorno ho avuto la fortuna di trovarmi, come si suol dire, nel posto giusto al momento giusto e quel prezioso momento ha cambiato completamente la mia percezione e concezione dell’Arte. E’ accaduto nel maggio del 1996 all’Accademia di Brera, un convegno dedicato all’Arte/Scienza, con le aule temporaneamente trasformate in spazi espositivi. C’erano tra gli altri Silvio Wolf e Studio Azzurro, e anche Piero Fogliati. Entrando nell’aula che esponeva la sua opera capolavoro Edicola delle Apparizioni (1985), all’inizio ho visto solo dei lampi improvvisi, e il passaggio dalla luce esterna al buio totale interno ha determinato una sorta di temporanea cecità dovuta al naturale adattamento dell’occhio. Non sono nemmeno riuscito a distinguere il volto dell’artista, ho solo potuto ascoltare la spiegazione del suo lavoro e rimanerne profondamente affascinato. Era quello che io volevo ottenere partendo da quel filamento luminoso del Sole attraverso lo spioncino della porta di casa. Con quella opera, Fogliati aveva detto già tutto ciò che avrei voluto esprimere io, e con molti anni d’anticipo.

Fu naturale conseguenza la volontà di studiare il suo intero percorso creativo scoprendo che questa sua ricerca sull’immaterialità pura era iniziata proprio negli anni Sessanta, lo stesso periodo di Light and Space.

Iniziai quindi un’intensa frequentazione del suo studio, due anni e mezzo di viaggi tutti i sabati nessuno escluso, d’estate e d’inverno, con la pioggia, la neve o col sole. Ne è nato un saggio abbastanza completo sul suo lavoro, il primo mai scritto in 40 anni di attività, testo che è diventato la mia Tesi di Laurea all’Accademia di Brera discussa nel febbraio del 1999.

Ma cosa ha di così speciale l’Edicola delle Apparizioni?

L’idea che ha mosso Fogliati verso questo importante risultato era soprattutto rivolta alla sostituzione del processo percettivo dell’opera, procedimento che doveva svincolarsi da supporti fisici e tramutarsi in pura immaterialità.

Gli studi approfonditi sulla meccanica di precisione, sull’ottica e sulla percezione visiva hanno determinato un percorso creativo straordinariamente emozionante, sino alla realizzazione della prima vera opera di luce pura, avvenuta nel 1970, l’Aura Cromatica.

 

Con questa opera Fogliati riesce ad ottenere un esito immateriale, sospeso nel vuoto e potenzialmente inesistente senza una persona che lo osservi. E’ questa la più grande conquista della ricerca dell’artista, una sorta di compartecipazione dell’evento luminoso, che si attiva solo nel momento in cui viene osservato.

L’esempio che riporto solitamente, come confronto e chiave di lettura per spiegare questo particolare fenomeno visivo, è quello di un normale schermo video collocato in uno spazio espositivo sul quale sono proiettate delle immagini: pensando l’ambiente vuoto, la successione delle immagini avviene regolarmente anche senza alcuna presenza ad osservarle, come una sala cinematografica senza alcun spettatore. È possibile, infatti, immaginare che un video possa svolgersi anche senza che ci sia qualcuno presente a guardarlo, avendo così una vita indipendente dal fruitore. Le opere di Fogliati, che si basano sul “principio percettivo autonomo”, invece non si realizzano senza che nessuno le percepisca. Verosimilmente non possiamo immaginare che queste opere avvengano lo stesso quando non ci sia nessuno ad osservarle, ma solo nel momento in cui vengono percepite dallo sguardo e dalla mente di qualcuno.

L’artista proietta immagini o successioni cromatiche e la loro fruizione viene determinata esclusivamente dall’osservazione diretta e dai veloci movimenti inconsapevoli ed incontrollati dell’occhio umano, chiamati scientificamente movimenti saccadici.

Questi rapidissimi movimenti fanno sì che l’occhio catturi per una frazione di secondo le immagini o le successioni cromatiche che l’artista ha predisposto nei propri proiettori luminosi e che rivolge verso delle esili bacchette bianche sospese nel vuoto. L’unidimensionalità della bacchetta (la lunghezza) costringe l’occhio umano a tirar fuori la seconda dimensione mancante ma potenziale ed esistente, e fa sì che venga percepita nel vuoto, sempre per una frazione di secondo. In pratica, l’apparizione di lettere, immagini e bande colorate avviene solo grazie alla simultaneità della proiezione e della percezione.

Sono esattamente i “flash” che vidi entrando nell’aula di Brera con l’Edicola delle Apparizioni, lampi che riproducevano lettere e numeri nel vuoto, visibili senza un supporto bidimensionale che li riflettesse. Un risultato che ha permesso a Fogliati di creare opere di luce pura, fisicamente immateriali e percepite senza un completo controllo dello sguardo e della mente.

Questa ricerca si è sviluppata grazie ad un grande progetto, l’utopica Città Fantastica, che l’artista voleva realizzare con interventi sul territorio urbano, in modo da modificarne la struttura per mezzo della manipolazione diretta degli eventi atmosferici (l’aria, l’acqua, la luce solare, il suono del traffico) un ambiente non più concepito soltanto come spazio della “sopravvivenza”, ma anche composto da una realtà a parte, nella quale lo spettatore era veramente compartecipe alla sua realizzazione. Se Fogliati fosse vissuto nel Rinascimento, quando mecenati e politici la leggevano la Divina Commedia invece di incartarsi i panini con le sue pagine come fanno oggi, forse questo grande sogno sarebbe stato concretizzato, ma negli anni Sessanta, in Italia, si trovò di fronte enormi difficoltà nel proporre le proprie idee rivoluzionarie, in un quadro storico dominato e monopolizzato da tendenze artistiche formalmente e concettualmente opposte. Persino la corrente dell’arte cinetica, contemporanea alle prime realizzazioni di Fogliati sul moto, sul suono e sulla luce, proponeva esiti che egli rifiutava nettamente, come la ripetizione continua dello stesso movimento e un utilizzo percettivamente “statico” della luce.

Sovversivi “del Kaiser”, ovvero, i finti trasgressivi dell’arte contemporanea | Alessandro Trabucco

 

SOVVERSIVI "DEL KAISER", OVVERO, I FINTI TRASGRESSIVI DELL'ARTE CONTEMPORANEA

di Alessandro Trabucco

 

 

Quando, tra il 1939 e il 1940, Charlie Chaplin diresse ed interpretò “Il Grande Dittatore”, sicuramente era consapevole dell’immensa portata artistica e sociale del suo lavoro cinematografico, ma non poteva immaginare di che catastrofiche dimensioni sarebbero stati i crimini commessi dal personaggio politico che stava prendendo di mira sbeffeggiandone i comportamenti, le manie, le ambizioni, facendone una parodia acuta, graffiante ed umanamente significativa.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale lo stesso Chaplin ebbe a dire che se all’epoca della lavorazione del film avesse conosciuto la realtà del nazismo e le atrocità dell’Olocausto, probabilmente non se la sarebbe sentita di realizzare un film che si prendesse gioco di quei criminali. (da Wikipedia, http://it.wikipedia.org/wiki/Il_grande_dittatore)

Un’ammissione che non può concedere repliche se non ispirare un incondizionato e totale rispetto per un vero genio dell’Arte e per la sua grande umanità. Proprio il discorso che chiude il film, tenuto dal barbiere ebreo scambiato per il dittatore Adenoid Hynkel, sigilla un capolavoro assoluto della storia della creatività umana.

Con questo capolavoro Chaplin ha espresso tutto quello che c’era da dire, un film talmente potente da riuscire ad esaurire in un colpo solo l’argomento e ad anticipare di decenni qualsiasi altro puerile tentativo provocatorio sul personaggio in questione. Forse è stata soprattutto la purezza di un’intuizione ancora vergine a rendere più precisa ed incisiva l’interpretazione del dittatore della “Tomania”, una magistrale dimostrazione che l’immaginazione del vero genio supera qualsiasi realtà e la anticipa, anche quella più inimmaginabilmente tragica.

È anche vero che il valore di un’opera di tale portata venga apprezzato di più “a posteriori”, come qualsiasi capolavoro degno di tale appellativo, nel senso che difficilmente sarà stato colto pienamente dagli spettatori dell’epoca.

Non era la prima volta che un artista sceglieva di usare il proprio linguaggio specifico per ridicolizzare e denunciare un potere politico pericoloso e devastante, gli stessi Otto Dix e George Grosz illustrarono gli orrori della guerra e il degrado morale della loro epoca dipingendo i vizi e le bassezze della classe politica e della borghesia, correndo, come ben sappiamo, reali rischi per la propria incolumità fisica, soprattutto con l’avvento del nazionalsocialismo al potere.

Oggi pare che ci sia tra alcuni giovani artisti una strana moda, la cui “necessità” espressiva (cioè quella AUTENTICA che nutriva le riflessioni di Chaplin, di Dix e di Grosz, e ancora di Goya e Daumier nei due secoli precedenti) sinceramente risulta di dubbio gusto. Il fondatore del nazionalsocialismo, l’Adolf Hitler preso in giro da Chaplin, diventa ai giorni nostri un soggetto sul quale speculare senza indugio alcuno, trasformandolo in una sorta di icona pop multicolore e multifunzionale, una simpatica canaglia su cui ironizzare senza alcuna remora. L’immagine del dittatore nazista è stata sdoganata dagli “artisti” buontemponi del nostro tempo, un privilegio che a quanto pare le nuove generazioni si sentono di dovergli offrire ritraendolo in tutti i modi e rappresentandolo in situazioni improbabili. Improbabili non perché irreali, perché inutili. L’inutilità di certe immagini è però sintomo di un’epoca piena zeppa di spazzatura visiva e quindi abituata ad un vertiginoso abbassamento del proprio senso critico. Oggi si accetta di tutto, senza alcuna critica, assuefatti al pressapochismo, al qualunquismo e al dilettantismo; si fa qualche sterile polemica qua e là tanto per tenersi impegnati, ci si indigna nei giorni pari e ci si esalta per un nonnulla in quelli dispari, ci si appella alla libertà di espressione invocando lo spettro della censura per difendere le proprie “creazioni” che poi, se viste bene da vicino, si scoprono essere delle vere e proprie copie di idee altrui precedenti. Manca l’analisi del significato di un’opera, la ricerca di un senso compiuto che vada al di là dell’immagine d’impatto, della boutade, della trovata simpatica. Non ci si chiede più che cosa significhi veramente l’immagine che si sta osservando, se è sincera o se è semplicemente una presa per i fondelli, la si accetta passivamente, ci si fa dominare senza opporre alcun giudizio, alcuna riflessione.

Però una cosa è certa: questi pseudo lavori veicolano delle immagini, fanno comunque circolare dei volti e dei simboli (come la svastica nazista) facendo ad essi pubblicità e cercando di provocare chissà quali reazioni indignate, procurandosi in questo modo facili opportunità editoriali sui giornali e speculando sui poveri sprovveduti malcapitati che ci credono. Ma per chi ci avete presi?? Ma chi volete prendere in giro con le vostre mirabolanti opere iconoclaste, dissacranti e trasgressive?? Ma poi... trasgressive di che???

Ma la cosa più sconcertante è che questi sovversivi “del Kaiser” non sono altro che agiati, viziati ed annoiati figli (di papà) di un’era che sta battendo fortemente la fiacca dal punto di vista creativo e che produce un’immensità di spazzatura artistica senza nemmeno riuscire ad organizzarne la relativa raccolta differenziata; mangiapane a tradimento cresciuti nei devastanti anni ’80 (perché caratterizzati da un pesante vuoto morale ed intellettuale oltre che di una reale mancanza del “senso storico”) che non hanno nessuna voglia di lavorare e si contentano di riproporre sempre le stesse cose, producendo altra fuffa da s-vendere come Arte, grotteschi personaggi perfettamente inquadrati nello stesso sistema che apparentemente contestano. Gesti negativi fini a se stessi, pessime immagini senza significato alcuno, niente di costruttivo ma solo foto-copie sbiadite di idee altrui fatte passare per grandi novità.

Ma tutto questo non è che la punta di un iceberg di dimensioni colossali, una montagna di ghiaccio fatta di opere che umiliano il concetto stesso di “ironia” perché compiute da persone che con essa non hanno nulla a che fare se non per motivi di opportunismo e di falso impegno sociale. E tutto questo ha anche veramente stancato, e sta portando l’Arte in un vicolo cieco sempre più buio perché non illuminato dalla sincerità e dalla verità sulle quali dovrebbe invece fondarsi. Fino a prova contraria, Arte è necessità e verità, espressione di valori che sono al di sopra della contingenza, supremo strumento creativo a disposizione dell’essere umano affinché riesca ad elevarsi dal pantano della mediocrità quotidiana superando ogni volta i propri limiti e rinnovando con continuità i propri linguaggi senza perdere del tempo prezioso in rivisitazioni post, neo, new e nouveau di qualche ricerca precedente. Il resto sono noiose speculazioni che nulla aggiungono al “già detto”, trasmettendo agli ignoranti una sorta di falsa ebbrezza e ai più preparati ed esigenti una sensazione di smarrimento e di malessere, misto ad insofferenza e tristezza.

Volutamente non nomino né riporto visivamente le opere di questi “sovversivi del Kaiser” per non far loro pubblicità gratuita ed immeritata, preferisco riportare le opere di artisti che hanno fatto la Storia piuttosto che copiarla, e questo non è bieco passatismo né moralismo spiccio. Piuttosto aprite gli occhi, i grandi geni dell’Arte hanno veramente rischiato la vita col loro lavoro, l’unica cosa che possono rischiare i nostri “eroi” contemporanei invece è di non vendere un quadro, e magari potrebbero capire che impegnandosi di più si può fare anche meglio.

Amor vincit omnia

 

p.s.: naturalmente lo sanno anche i muri che il termine utilizzato per definire Hitler era Führer (ne "Il Grande Dittatore" il "Fui"), ma non esiste un modo di dire con quella parola. Quella più adeguata per l'argomento è quella utilizzata.

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco - n. 09 - “Sovversivi “del Kaiser”, ovvero, i finti trasgressivi dell’arte contemporanea"]

 

IMMAGINI:

AV, ovvero, le regole del gioco. Sporco | Alessandro Trabucco

 

AV, OVVERO, LE REGOLE DEL GIOCO. SPORCO


di Alessandro Trabucco

 

 

 

dedicato ai trolls

 

Ho rimandato la stesura e la pubblicazione di questo breve testo di qualche mese rispetto ad alcuni eventi che mi hanno coinvolto personalmente (ma io parlo sempre di cose che mi coinvolgono personalmente) per un motivo molto semplice: prendere tempo, darmi la possibilità di riflettere a freddo, e con la dovuta calma e ponderatezza, su una tematica che mi sta particolarmente a cuore, molto delicata ma molto pericolosa, perché riflesso di una malsana tendenza ormai radicata da anni e probabilmente inestirpabile. Certamente non dirò nulla di nuovo, non illustrerò qualcosa di inedito e di estraneo al malcostume comunicativo contemporaneo, ma porrò delle problematiche di particolare interesse riguardanti il noto fenomeno dello “sciacallaggio” del web, di quegli anonimi esseri invisibili che infestano i blog con i loro codardi interventi. Anonimi o pesudonimi fa lo stesso, la “sostanza” non cambia.

Di fronte alla denuncia ferma e risoluta di questo fenomeno cancerogeno che infesta il normale rapporto dialogico civile, questi personaggi hanno il falso coraggio di invocare una fantomatica democrazia per mezzo della quale poter essere liberi di esprimere le proprie idee (per lo più misere e cupe riflessioni) anche in modo anonimo, compiendo attacchi personali, senza offrire l’opportunità di dare un REALE volto e un REALE nome all’autore di questi veri e propri gesti di vigliaccheria pura.

Democrazia? Ma stiamo scherzando? In una vera democrazia un contenzioso si realizza in una pubblica piazza “reale”, faccia a faccia, ad armi pari e con le stesse modalità di replica; gli Anonimi Vigliacchi del web invece agiscono come dei “cecchini”, nascosti e pronti a sparare sia a casaccio sia mirando determinati obiettivi, passando le loro tristi giornate a riportare per iscritto le loro frustrazioni e i loro fallimenti.

Una situazione già lungamente studiata e contestata, ma desolatamente inestirpabile perché normale estensione mediatica di una più grave e diffusa perdita di identità e personalità.

Il problema sta nel cedere alle provocazioni e nell’accettare le false regole di un gioco sporco e degradante la presunta intelligenza di chi lo alimenta. Il commentatore anonimo è il primo a non stimare il proprio pensiero, perché non è in grado di difenderlo dandogli un’identità vera, un nome reale (il pensiero scritto invece sì che è reale). Come può quindi pretendere che questa stima gliela diano altri?

L’obiettivo dei vari Luca Rossi di turno (magari avere un pochino più di fantasia nella scelta del nome...) è quello di creare un falso scompiglio, e hanno pure la pretesa di vantarsi di “dire le cose come stanno”, di esporre le proprie idee liberamente e senza censura. Meglio sarebbe se chi ha qualcosa da dire lo faccia alla luce del sole, scegliendo modalità e caratteristiche comunicative degne, ed evitando di abbassare inesorabilmente il livello del confronto a situazioni da “peggiore bar di Caracas”.

Certo non si discute sulle scelte editoriali dei portali e dei blog che permettono il proliferare di queste manifestazioni di meschinità vera e propria, è giusto non porre limitazioni e censure, il problema sta piuttosto nella quasi totale mancanza di autostima e dignità da parte degli stessi autori di questo generale degrado morale.

Ma questo fenomeno è comunque e sorprendentemente anche in controtendenza rispetto alla ramificazione della personalità attraverso i social network, per mezzo dei quali è possibile dire proprio tutto di sé, anche le cose più inopportune e imbarazzanti, in quel caso dando un nome e un volto alle proprie dichiarazioni, anche le più strampalate e idiote. Pare che esistano quindi queste due opposte direzioni, quella dell’anonimato più squallido e quella dell’eccesso di ultraprotagonismo, entrambi segnali di una insicurezza di fondo parecchio accentuata.

Oggi, Luigi Pirandello non intitolerebbe più il suo “Uno, nessuno e centomila” allo stesso modo, scriverebbe un più cupo “Nessuno, qualcuno o anche un milione” individuando nel qualunquismo delle opinioni e dei comportamenti generali la mancanza di un’identità definita e completa.

Amor Vincit Omnia

 

 

 

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco - n. 08 - “

AV, ovvero, le regole del gioco. Sporco" - pubblicato su lobodilattice il 15/11/2010]

Il “ditone”, ovvero, l’inconsistente pesantezza del nulla | Alessandro Trabucco

 

 

 

 

 

Il “ditone”, ovvero, l’inconsistente pesantezza del nulla
di Alessandro Trabucco

 

 

Flash Art ed Exibart uniti in favore del DITO di Cattelan in Piazza Affari a Milano. Un’alleanza inquietante per l’ennesima opera spocchiosa ed opportunista del maurizione nazionale.

Giampaolo Abbondio ha commentato in modo puntuale la notizia su questa sorta di “joint venture” dell’arte contemporanea: “brutta cosa la piaggeria...specie quando colpisce la critica”.

Innanzitutto diciamo le cose come stanno: il ditone di Cattelan è un saluto fascista, mozzato “ad arte” per simulare un gesto dal significato universale. “Il dito di Maurizio Cattelan, in marmo di Carrara, si integra perfettamente nell'architettura della Piazza e degli edifici attorno” recita Giancarlo Politi dall’alto della sua competenza ormai pluridecennale. Se lo dice lui gli dovremmo naturalmente credere ma, personalmente, continuo a preferire questo nobile materiale così com’è stato plasmato dal Buonarroti, dal Bernini o dal Canova ecc... in effetti continuo a preferirlo un po’ retrò e anche un po’ più denso di contenuti. Anche perché loro, i veri geni, lo sapevano scolpire veramente e non avevano bisogno di macchinari tecnologici che traducessero al loro posto un’idea (tra l’altro idiota come quella di Cattelan).

Cervelli superiori per capolavori eccelsi. Invece il simbolo della contemporaneità è, per Politi, il DITO di Cattelan. Probabilmente ha ragione, ma una contemporaneità degradata e mortificata dalla battuta da bar, dal gesto provocatorio fine a se stesso, dalla trovata “tanto per...”, dal falso perbenismo e dallo snobismo di un’espressività che si vorrebbe artistica e che invece si rivela sterile e... inutile.

 

(Foto Zeno Zotti. - Courtesy, Maurizio Cattelan Archive)

 

Perché diciamolo, il DITO di Cattelan non reca giovamento all’arte, non è vero che il mondo ci invidia una scemenza del genere e, soprattutto, non funziona se “decontestualizzata” dal luogo in cui è esposta in questi giorni, Piazza Affari a Milano, affari di cui Cattelan, Politi e quelli come loro se ne intendono sicuramente. Ecco perché i due giornali la vogliono mantenere lì, perché sanno che altrimenti non avrebbe più alcun senso compiuto, se non quello di un ingombrante oggetto in più, aggiunto su di un Pianeta ormai già sovraccarico di inutile fuffa.

Proviamo ad immaginare quest’opera tra 500 anni in chissà quale scantinato di qualche museo dimenticato dal mondo. Che effetto farebbe? Lo stesso suscitato dal David di Michelangelo? Con la stessa potenza di mezzo millennio fa? Oppure potrebbe essere visto come il simbolo di una civiltà ormai allo stremo delle sue forze creative ed ammaliata da idee degne di una seduta mattutina sul proprio water? “Defecatio mattutina est superior medicina” recitavano i nostri avi. Liberarsi del superfluo e dello scarto è la miglior cura per star bene e vivere la giornata al meglio.

Ma evidentemente questo è il meglio che l’arte italiana riesce a proporre nel 2010 al mondo intero, un blocco di marmo ben scolpito nella forma, ma anche privo di un minimo di umanità.

Una “mano monca” ecco cos’è il DITO di Cattelan, l’ennesima sterile provocazione di un artista di regime che gode di un consenso universale, consenso di cui si fa beffe in modo sfacciato e anche poco chiaro.

Allora preferisco gli schiaffoni ai passeggeri del treno nel film Amici Miei, almeno una sana risata riescono ancora a farmela fare, schiaffi molto più significativi ed intelligenti...

Amor Vincit Omnia

 

(Foto Zeno Zotti. - Courtesy, Maurizio Cattelan Archive)

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco
n. 07 - “Il “ditone”, ovvero, l’inconsistente pesantezza del nulla" - pubblicato su lobodilattice il 06/10/2010]

 

IMMAGINI:

Maurizio Cattelan - L.O.V.E. 2010 - Mano, marmo bianco “P” di Carrara. - Basamento, Travertino chiaro Romano - Mano, 470 cm x 220 cm x 72 cm
Basamento, 470 cm x 470 cm x 630 cm - Altezza totale dell'installazione 1100 cm. - Foto Zeno Zotti - Courtesy, Maurizio Cattelan Archive.


 

 

 

 

Prendere o lasciare? Ovvero, i rischi e i vantaggi di una scelta radicale. Di Alessandro Trabucco (L.I.M.6)

 

 

 

 

PRENDERE O LASCIARE? OVVERO, RISCHI E VANTAGGI DI UNA SCELTA RADICALE
 di Alessandro Trabucco
 

Solo pochi giorni fa, in una serena e rallentata mattina agostana, ho saputo che un bravo artista e caro amico (il cui lavoro ho sempre molto stimato) si è ritirato a lavorare in campagna a fare ortoterapia (di cui sino a quel momento ne ignoravo l’esistenza) e apicoltura. All’iniziale stupore è subentrato un sentimento di comprensione e di ammirazione per un gesto chiaro ed inequivocabile nei confronti di un mondo sempre più falso e malfrequentato che dà il via libera agli opportunisti e caccia le persone di valore. Il problema sollevato da una scelta così radicale è particolarmente delicato e potrebbe essere male interpretato o completamente travisato.
Questo artista, di cui forse farò il nome in seguito (e anche lui stesso mi ha pregato di nominarlo senza problemi) ha (aveva?) un curriculum interessante ed in crescita, con qualche catalogo ed un monografico edito in occasione di una mostra pubblica, e comunque è (era) in un momento di piena maturazione della propria poetica, è (era) ad una svolta decisiva, e l’impegno nella ricerca di spazi disposti a promuovere il suo lavoro è (era) instancabile, da parte di entrambi.
Poi, il fulmine a ciel sereno, ma con qualche nuvoletta qua e là. Perché a dir la verità le avvisaglie c’erano già da qualche tempo, la delusione nei confronti di certe situazioni negative e la convinzione di avere invece un prodotto artistico di qualità ed in continua evoluzione (a differenza della tanta aria fritta che si vede in giro e che gode paradossalmente di una sorte migliore) creavano nel suo animo forti contrasti emotivi e parecchie amarezze. A queste condizioni diventa quindi quasi un dovere morale evitare un ambiente malsano e rivolgere le proprie energie (creative, emotive, intellettuali ed umane) altrove.
La problematica di “lavorare a vuoto” in questo mondo dell’arte, frustrato ed avvelenato dall’incapacità e dal pressapochismo di taluni personaggi, è concreta, si tocca con mano, la si vive sulla propria pelle.

Naturalmente non mancano persone serie e professionali, dalle preziose qualità da incoraggiare e valorizzare quando si ha la fortuna di incontrarle sul proprio percorso professionale.

Qualche esperienza di “tanto lavoro per nulla” è capitata anche a me e vorrei riportarne solo un esempio: uno pseudo gallerista di una piccola cittadina sopra Novara (anche io a scegliere meglio no eh?) e affiliato ad una galleria più potente di Milano, ha annullato una mostra, in programma da almeno due anni e continuamente rimandata, con un preavviso minimo.
Una volta decisa la data e compiuti almeno due viaggi insieme all’artista del quale avrei dovuto curare questa personale, all’improvviso l’annullamento dell’evento. Quando? Un mese esatto prima di inaugurare, cioè mentre io stavo terminando e consegnando il testo e l’artista già concluso e fatti fotografare i lavori. Le scuse (perché tali si rivelarono in seguito) erano non meno precisati problemi familiari. Naturalmente il giorno dell’inaugurazione della nostra mostra si inaugurò invece regolarmente quella di un artista della potente galleria milanese. E la serietà? Il carattere? Le palle di dire “guardate ragazzi, purtroppo per ordini superiori che non posso contrastare la mostra non si fa più, è annullata”?. Il danno (per il sottoscritto ma soprattutto per l’artista che aveva dedicato mesi e mesi di lavoro per questa mostra progettata apposta per lo spazio) sarebbe stato il medesimo ma almeno la spiegazione avrebbe preso un “taglio” più professionale (tirandola proprio con le pinze...).
È questa mancanza di professionalità che rovina l’ambiente, che alimenta i malumori, che fa passare la voglia di lavorare, sono questi buffoni che dovrebbero essere i primi a sentire l’esigenza di cambiare mestiere e di dedicarsi a qualcosa d’altro, che so, tipo la proverbiale ippica o la coltivazione delle barbabietole. O magari qualcosa di utile alla società, perché questi individui, invece, comportandosi in questo modo non sono nemmeno socialmente utili, ma solo dei distruttori.
Detto questo, ma potrei fare ancora qualche esempio che non illustrerò solo per decenza, torniamo alla scelta di Andrej Mussa (ecco che ho detto il suo nome).

Andrej Mussa

 

 

Probabilmente, conoscendolo ormai da 12 anni, ed avendo condiviso con lui moltissime esperienze, deludenti ma anche parecchio soddisfacenti (tra cui anche una rivista free press fondata da lui stesso alla fine degli anni ’90 e durata 2 anni per 5 numeri pubblicati) non smetterà di creare, ma lo farà senza più quell’ansia da prestazione che il mondo d’oggi obbliga di adottare per poter “emergere” (da cosa poi, ancora non si sa, visto che l’espressione artistica pura non deve dimostrare nulla a nessuno). Il suo sarà una sorta di autismo creativo che, non ho dubbi, porterà dei risultati straordinari, che Mussa si godrà per se stesso nei suoi spazi ariosi e sereni dell’agriturismo dove lavorerà, alla faccia del cosiddetto “mondo dell’arte”, che dovremmo però rinominare, perché la parola “mondo” non gli si addice affatto, piuttosto sembra più adatto “orticello dell’arte”. Ma guarda che paradosso Andrej! Ci sta proprio bene un nomignolo che fa parte ora del tuo vero mondo, quello della campagna, dove ora tu te ne stai tranquillo a contatto con il ritmo salubre della natura. Tiè! Ben ti sta! Buona fortuna amico, come tuo personalissimo saluto all’orticello dell’arte che hai frequentato per tanti anni riporto qui di seguito quel tuo sms che mi hai mandato qualche giorno fa, che perfettamente illustra il tuo/nostro umore di fronte alla pochezza di certi personaggi che lo frequentano: “Ci stiamo dannando a proporre mostre originali e di qualità senza che vengano percepite ed apprezzate. Purtroppo viviamo in un’epoca nella quale la qualità conta poco o niente, se non sei un artista o curatore politicizzato! Stiamo solo perdendo tempo Ale, ed alla fine non stiamo bene con noi stessi. Sto raccogliendo molte più soddisfazioni qui nel silenzio della natura piuttosto che nei rumorosi vernissage, e lo consiglio a tutti gli artisti! “.
Spero e ti auguro che tu stia dicendo la verità caro Andrej e che tu stia veramente bene... Ciao.
Amor Vincit Omnia

 

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco
n. 06 - “Prendere o lasciare? Ovvero, i rischi e i vantaggi di una scelta radicale" - pubblicato su lobodilattice il 30/07/2010]


 

 

Curatori del nulla, ovvero, le (tante) false identità del curatore. Di Alessandro Trabucco (L.I.M.5)

 

 

 

 

 

CURATORI DEL NULLA, OVVERO LE (TANTE) FALSE IDENTITA' DEL CURATORE

di Alessandro Trabucco

 

La figura del critico d’arte, e oggi del curatore, sta assumendo invece dei contorni sempre più distorti, tanto da non essere più compresa dalla maggior parte dei personaggi che frequentano il mondo dell’arte. Tengo a precisare che non sto per sputare nel piatto in cui mangio e nemmeno in quello degli altri miei colleghi, cerco solo di fare un’analisi della situazione, basata su esperienze dirette, sulla mia propria pelle (d’altronde nessun medico ha mai ordinato a     chicchessia di fare l’artista o il curatore/critico, sono libere ed incondizionate scelte di vita, che comportano i più o meno normali rischi di qualsiasi mestiere, da accettare, affrontare e superare senza batter ciglio... detto proprio tra parentesi...).

La personalità del vero “curatore militante” (per “vero” intendo “non nominale”, non “di facciata” come certi assistenti e portaborse di altri curatori più conosciuti – ed anch’essi a volte prestanome o “figure decorative” di qualche grande fondazione – per mezzo dei quali godono di una non giustificata notorietà da “curatori del nulla”, perché basata sul nulla, perché in curriculum non hanno alcuna mostra veramente curata) pare essere relegata un po’ nelle retrovie del cosiddetto Sistema dell’Arte, a fare il “lavoro sporco” (tipo quello del portinaio che lava le cantine e fa i sacchi neri alle 6 del mattino), dedicato alla ricerca affannosa di artisti sconosciuti da tirare fuori dal fango, da proporre all’attenzione del pubblico, un pubblico che dovrebbe stare più attento alle bufale mediatiche.
In verità la questione principale è molto semplice: l’apparente aspetto culturale di certe mastodontiche operazioni artistiche pone l’osservatore su di un piano di inferiorità, lo terrorizza, gli impone un sentimento di soggezione. È la prima regola d’oro da adottare per evitare, “ad arte”, critiche feroci, ammantandosi di un magico alone di mistero. Ma mistero de che?
A volte è consigliabile non accettare passivamente tutto ciò che ci viene propinato, soprattutto di fronte all’altisonante, all’assordante, al caos, alla confusione, fattori in grado di ottundere le capacità cognitive a favore di uno stordimento capace di annullare completamente il senso critico.
Sarebbe meglio porsi in una posizione di uguaglianza, soltanto per il piacere di poter esercitare il proprio diritto alla libera riflessione, non condizionata dalle apparenze e dalle mode dominanti.
 
L’evento dell’estate, il tormentone 2010, è sicuramente a Milano, la mostra di Paul McCarthy a Palazzo Citterio e promossa dalla Fondazione Trussardi. Un eventone costruito intelligentemente e a tavolino, la prima personale in Italia dell’artista americano, un enorme dispendio di economie e di energie. Ma ne avevamo veramente bisogno? Confesso che sono andato più di una volta a vedere la mostra, forse la prima l’avevo vista male, troppo di fretta, forse quel giorno non ci stavo con la testa, ero poco ricettivo, poco sensibile...
Ci torno di nuovo, e ci torno ancora, nulla da fare, indifferenza totale, anzi no, irritazione e sensazione di perdere del tempo prezioso. Ma il sentimento che rimane nel tempo è, in effetti, indifferenza, nel senso che una volta uscito non è che mi sia sentito meglio o peggio di prima, non è che le mirabolanti opere del buon Paul, con il suo ketchup, i suoi video allucinati e il suo George W. Bush che sodomizza un maialino, mi abbiano fatto riflettere poi così tanto sugli aspetti più truci e animaleschi dell’uomo, sui problemi sociali e sugli effetti devastanti di una politica mondiale disastrosa e criminale, anzi, totalmente uguale, forse solo un pochino disgustato. Disgustare era lo scopo da perseguire? Obiettivo raggiunto? Forse, e per vie indirette.
Sono ormai lontani ricordi le emozioni provate di fronte ad un Malevic al Castello di Rivoli, o le lacrime agli occhi dopo aver visto Tracey Emin al CAC di Malaga, o l’incanto durato ore nella Chiesetta di San Gallo a Venezia ad osservare i personaggi di Bill Viola attraversare le cascate d’acqua. Sono veramente lontani...
Una cosa è certa, il potentissimo e giovanissimo direttore artistico della Fondazione Trussardi (che tra l’altro stimo molto, avendo anche apprezzato il suo intervento scorrevole e limpido nel ciclo di conferenze sull’arte contemporanea tenute anche da Celant, Vettese e Christov-Bakargiev al PAC nel gennaio/febbraio del 2009) forse (sottolineo forse) non sa cosa vuol dire fare veramente il curatore, cucinarsi il piatto da soli piuttosto che sedersi ad una tavola già imbandita da altri. Si lavora sul sicuro, sul già affermato, sul già rodato/lodato, sui grandi nomi internazionali, senza minimamente occuparsi della linfa vitale della giovane arte emergente. Il suo sembra essere un grande talento sprecato, manovrato, dedicato esclusivamente a “pacchetti sicurezza”.
È solo un esempio tra gli altri quello che sto prendendo in esame, forse il più eclatante e rappresentativo di un sistema artistico volutamente suddiviso in “SERIE”, come i vari campionati di calcio. Quando Massimiliano Gioni (ma ripeto, è solo un esempio) scoverà e ci proporrà una sua giovane e sconosciuta scoperta, forse capiremo che questa “gavetta al contrario” ha dato dei frutti importanti, sarà servita a qualcosa, non solo a riempire ulteriormente le tasche di artisti internazionali già affermati, ai quali però vengono anche elargiti fondi immensi (privati, sia ben inteso, del cui uso il proprietario stesso può farne naturalmente ciò che vuole), facendo piovere su un bagnato talmente umido da risultare un pantano dai contorni poco chiari, e dimenticando che invece l’arte italiana all’estero vale meno di zero, perché i primi nemici degli italiani e dell’arte italiana sono gli italiani stessi, incapaci a promuoversi e a difendere il proprio lavoro, incapaci a credere nella propria potenza creativa e capacissimi, viceversa, ad affossarsi da soli nella mediocrità di una esterofilia unica al mondo nella sua imbarazzante intensità.
E chissà, magari Gioni e i suoi cloni si renderebbero anche conto che sporcarsi le mani, a volte, è pure divertente, direi appagante, perché mette in gioco delle energie nuove e fresche, senza nulla togliere all’importanza del lavoro già fatto, che è però farina di un sacco già più volte utilizzato ma dal quale, magari, un pezzo di pane non troppo rappreso lo si può ancora tirare fuori.
Amor Vincit Omnia
 
In ricordo di Maurizio Sciaccaluga, curatore vero, a tre anni esatti dalla sua improvvisa e prematura scomparsa. Esempio non sempre condiviso, ma pur sempre rispettato per il suo costante ed instancabile impegno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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NOTE:

 

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nell'immagine, frame da video installazione, Bill Viola

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco
n. 05 - “Curatori del nulla, ovvero, le (tante) false identità del curatore" - pubblicato su lobodilattice il 28/06/2010]

 

 

Critici “senza calli”, ovvero, ci sono anche altri mestieri, ma c’è sempre posto per tutti. Di Alessandro Trabucco(L.I.M.4)

 

Critici “senza calli”, ovvero, ci sono anche altri mestieri, ma c’è sempre posto per tutti.

di Alessandro Trabucco

 

 

In effetti e’ proprio così. All’epoca degli studi in Accademia li chiamavo critici "senza calli”. Ero furioso contro lo strapotere di certa critica d’arte responsabile, a mio avviso, di un appiattimento della ricerca a favore di giochini di potere da “Prima Repubblica”. Ma cosa intendevo dire con questa espressione? In poche parole che il critico d’arte solitamente (e aggiungo “giustamente”, visto che non è il suo mestiere) non sa cosa significhi trovarsi di fronte ad un foglio o ad una tela vuoti, non ha mai inciso una lastra, non ha mai scavato una xilografia, non ha mai provato la “tensione della creazione”. Però ha studiato molto, certo, e il “critico medio” lo deve di solito far pesare quanto più gli è possibile. L'atteggiamento conseguente è una sorta di arroganza più o meno palesata in ogni discussione, sia con altri critici colleghi sia con gli artisti e, in questa epoca di mediocrità e fannulloneria, proprio costoro hanno potuto rovesciare la situazione: non sono più i critici ad andare a trovare gli artisti nei loro studi, al contrario, gli artisti si devono scegliere il loro critico (e/o curatore) per poterlo rincorrere ed incontrare magari in occasioni mondane. Roba da ridere.
Comunque, la critica degli anni passati ha avuto in mano le sorti degli artisti, il potere di scegliere questo o l’altro artista da invitare alle manifestazioni importanti, la possibilità di decidere a chi assegnare i premi di biennali, triennali, quadriennali, “poliennali” et similia. Chissà se esiste ancora qualche critico che faccia il proprio lavoro per vera passione inseguendo l'ideale dell'Arte e non della convenienza economica? Lo svelerò tra poco...
Già la parola stessa "critico d'arte" (ma ho già avuto occasione più volte di affermarlo) mi ha sempre fatto rabbrividire, ma ormai l’ho accettata...
Ho sempre pensato che fosse arrivato il momento di cambiare le cose, che fosse necessaria una svolta decisiva, che la critica d'arte dovesse essere soppiantata e rimpiazzata da una nuova disciplina di "ricerca artistica" destinata non più al "mercatino delle pulci" e ai soliti giochi di potere.
La grossa difficoltà è rappresentata proprio dalla formazione unicamente ed univocamente culturale e politica della maggior parte di questi “funzionari”, che non è certamente cosa negativa se impiegata a favore della vera Arte. C'è chi sostiene che i critici siano degli artisti mancati, a me non interessa verificarlo né dimostrarlo, il sottoscritto ha infatti esercitato l’arte e non è passato poi dall’altra parte della barricata senza un motivo ben preciso, anzi, ha effettivamente valicato questo confine con la consapevolezza di dover sostenere degli “ideali primari” e prendere posizione.
E l'artista deve riacquistare una propria autonomia teorica oltre che una dignità creativa senza filtri o imposizioni. La maggior parte degli artisti purtroppo accetta una situazione di compromesso, facendo in modo che qualcun'altro parli per loro, senza controllo né ritegno, servendo la critica per delle cause quasi estranee alla loro indipendenza creativa. La critica è un servizio all’artista e alla cultura e non il contrario.
Sicuramente l'opera d’arte parla da sola e non ha bisogno di essere tradotta verbalmente dall'artista stesso, ma questo luogo comune ha permesso il proliferare di critici d'arte senza scrupoli pronti a "vendere" le proprie teorie senza un effettivo confronto con l’artista, perché la parola non e' il medium specifico dell’artista. E' il letterato a farne uso. Ma il letterato fa della composizione di parole la propria opera d'arte, mentre l'artista usa le parole come "tramite verbale". Il critico dovrebbe porsi a metà, e lì dovrebbe stare, senza diventare un esponente predominante e prevaricante. E' necessario non abbandonare ad altre menti il proprio mondo interiore se queste menti non sono in grado di svelare ciò che si ha in testa e nel proprio cuore. Se un tramite tra il pubblico e l'artista deve esistere, ciò non dovrebbe comportare un sottodimensionamento dell’importanza dell'artista come invece avviene oggi, né l’artista deve per forza creare, se le sue creazioni non sono “necessarie” all’Arte. Ci sono anche tanti altri mestieri, per entrambi.
La critica d'arte non e' mai stata capace di anticipare i tempi come l'Arte e i veri artisti hanno sempre saputo fare. Nel momento in cui la critica ha promosso le avanguardie dagli anni '50 agli anni '80 (a differenza delle vere avanguardie storiche promosse dagli artisti stessi) ha in realtà contribuito alla formazione di "retroguardie" in grado di rielaborare gesti già compiuti, in una gigantesca variazione sul tema di durata cinquantennale. Tuttora, “giovani” artisti, “cloni del terzo tipo”, protetti (per non usare un’altra parola meno “tecnica” ma più efficace) da fondazioni dai nomi altisonanti, sono responsabili di esposizioni/minestroni vergognose e poco edificanti per l’Arte stessa. E non poteva che essere altrimenti, dato l'inquinamento creativo portato da gente non creativa. La vera creatività della critica si è spesso espressa in saggi noiosissimi e poco utili per la comprensione delle opere che avevano la pretesa di voler spiegare.
Ma è sempre maggiore il numero di colleghi che sta lavorando con trasparenza, dedizione ed onestà, nei confronti innanzitutto del proprio mestiere e di conseguenza nei confronti dell’Arte, ma sono anche quelli che fanno più fatica a continuare a lavorare in questo modo, attaccati nella loro parte più debole, quella della fantomatica gratuità delle prestazioni culturali, costretti ad arrancare, ad elemosinare qualche euro in più per questo mestiere faticoso (se svolto coscienziosamente) ed alle prese con le poche briciole rimaste dalle grandi abbuffate delle stars della critica/spettacolo figli di un’epoca sempre più falsa perché sempre più adulterata.
Amor Vincit Omnia

 

 

 

 

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco
n. 04 - “Critici “senza calli”, ovvero, ci sono anche altri mestieri, ma c’è sempre posto per tutti." - pubblicato su lobodilattice il 03/05/2010]


 

 

Epigoni e Rigurgiti. Di Alessandro Trabucco - (less is more - n.03)

 

 

 

 

EPIGONI E RIGURGITI

di Alessandro Trabucco

 

 

 

Nell’Arte si sa, la ripetizione è sconveniente oltre che mortificante per l’artista stesso, a meno che non sia, come avviene nella musica, una “cover”, ma in quel caso la forza dell’arrangiamento e dell’interpretazione potrebbero creare una nuovo “oggetto artistico” degno di essere paragonato all’originale. Penso alla sublime interpretazione del capolavoro “Summertime” eseguita da Janis Joplin, nel 1969, in un suo concerto a Stoccolma.

Il grande Leonard Bernstein, per definire la musica contemporanea (distinguendola dalla musica cosiddetta “classica”, termine più corretto solo per la musica del periodo di Haydn e Mozart), usava un termine preciso, musica “esatta”. L’esattezza intesa da questa definizione è costituita dalle indicazioni, da seguire correttamente, segnate dal compositore nella partitura, a differenza della musica “leggera”, o “pop”, che può essere rielaborata, interpretata liberamente, ri-arrangiata. La musica “esatta” no.

Lo stesso Bernestein portava ad esempio le canzoni dei Beatles, gruppo che amava profondamente. Ciò che si può fare con le loro canzoni, senza alterare troppo l’impianto musicale e la riconoscibilità del pezzo, non è possibile farlo con un poema sinfonico, o con un’opera lirica, o con una sonata per pianoforte. Ma un riarrangiamento è comunque una cover, un’esecuzione riadattata del brano originale, una copia che può avere il suo significato al momento, potrebbe anche entrare nella storia della musica come grande interpretazione (vedi, appunto, Summertime cantata dalla Joplin) senza nulla aggiungere di inedito alla musica stessa.

Nell’arte contemporanea purtroppo sembra di assistere alla proliferazione di “cover” piuttosto che di opere originali. Non è la novità che interessa, il concetto di “arte nuova” non penso sia valido per definire l’evoluzione espressiva delle arti visive. Per esempio: “nuova” rispetto a cosa? Rispetto a quella precedente? Ma anche quella precedente lo era nel momento della propria manifestazione e lo rimane, perché una volta appurato il suo valore sfugge alla cronologia per entrare nella dimensione a-temporale dell’arte. Quindi? Rispetto a cosa utilizziamo il termine “nuova”? Rispetto alle ricerche a lei contemporanee, non solo in campo artistico, ma anche scientifico, sociale/sociologico, filosofico, massmediologico ecc... ecc...? Non penso.

Il compito dell’opera d’Arte è quello di riuscire a dire il non detto e a far vedere il non visto. Il resto è esercizio di stile, non aggiunge nulla alle espressioni già consolidate nel tempo, anche se possiede comunque la propria dignità espressiva, proprio come Summertime di Janis Joplin, gran capolavoro, di livello altissimo.

Ma vi è ancora una precisazione da fare: la cover si presenta come tale, senza mascherarsi da opera originale. La sua è una dichiarazione inevitabilmente aperta ed onesta della propria origine di “copia” e quindi di re-interpretazione di un’opera originale. La sua trasparenza è palese e non potrebbe fare altrimenti per non incorrere nell’accusa di plagio. Nelle arti visive questo plagio è più sottile, nascosto, mascherato, subdolo, quasi irriconoscibile. L’idea si può plagiare anche senza incorrere nella successiva accusa di tale atto. Per la musica invece la questione è molto più diretta. La musica effettivamente è “matematica”, è una sequenza di informazioni scritte che possono essere verificate, un’opera d’arte visiva che non sia autentica (a meno che non sia un ricalco di un’immagine preesistente) è difficile da scovare.

L’Arte dovrebbe essere allergica agli epigoni e ai rigurgiti. Soprattutto, trovo innaturale associare all’arte il prefisso new anteposto ad una corrente precedente. A dirla con Paul Klee “L'arte non riproduce ciò che è visibile. Rende visibile” viene da chiedersi quanto stia avvenendo, in questa direzione, in un momento storico come il nostro, che dovrebbe essere pieno di stimoli e di proposte.

Il compito dell’artista è quello di emanciparsi dalle ombre del passato introducendosi nei meandri della propria immaginazione e risolvendo un impasse che non rende giustizia alle potenzialità creative dell’essere umano. Il passo da fare dovrebbe essere sempre “oltre” e non “attraverso”, una ricerca che si estende in profondità e in altezza senza troppo rivolgersi indietro, se non per comprendere le conquiste già avvenute ed “archiviate”.

Non sono le tematiche, non sono le tecniche, non sono i media a fare la differenza, sono quei contenuti inediti (nel senso di “mai detti e mai visti prima”) a dover stimolare la ricerca e a spingere l’artista verso lidi inesplorati, alla conquista di un’effettiva autonomia espressiva scevra da contaminazioni e da imitazioni.

Qualche tempo fa, agli esordi della mia esperienza critico/curatoriale, rifiutavo questa definizione preferendo quella (da me stesso coniata ma forse nemmeno tanto originale) di ricercatore artistico.

Come tale mi scagliavo furiosamente contro una critica d’arte faziosa e dalle vedute limitate ad una specializzazione controproducente ed autolesionista (non tanto per se stessa, perché abbiamo visto come certa critica militante nella sua limitatezza ha trovato in realtà la sua fortuna, quanto per l’Arte).

All’epoca cercavo di difendere l’autonomia dell’artista nei confronti dello strapotere dei “critici showmen” che, pur svolgendo un lavoro di “proposta”, rischiavano di diventare i protagonisti assoluti della scena dell’Arte.

All’epoca, era il 1999, scrissi un articolo per una delle prime free press autofinanziate, che purtroppo durò solo 2 anni e 5 numeri, il cui titolo era: “Alla ricerca della poesia” (che probabilmente riproporrò in questa sede, in uno dei prossimi numeri, riattualizzato con le esperienze maturate sul campo in questi dieci anni). Il mio primo “testo ufficiale” si conclude con questa affermazione (perdonate se cito me stesso): «Occorre, nella mediocrità attuale, riconoscere all’artista vero la capacità di andare oltre la trovata ad effetto, raggiungendo mete alla sola sua portata. Avere “l’idea” non significa aver creato qualcosa d’importante, bisogna valutarne la portata, la necessità, quasi a decretarne l’assoluto bisogno per l’uomo, come una presenza vitale, necessaria. Non più l'Arte come "prodotto da vendere", ma come necessità assoluta. Stiamo assistendo a fenomeni inquietanti di "commercializzazione dell'Arte". E' giusto che l'Arte sia "per tutti", ma questo non dovrebbe significare uno svilimento del suo valore come sembra stia accadendo. Attualmente sembra sia in atto un livellamento globale, un appiattimento espressivo rivolto esclusivamente all’”effetto shock”, quasi a voler ricordare e ribadire continuamente la violenza che caratterizza la nostra contemporaneità.

E’ vero che l’Arte deve rispecchiare l’epoca in cui nasce, ma questo non dovrebbe significare solamente la sua “duplicazione” letterale (specialmente dei fatti di cronaca). Da sempre l’Arte crea un mondo parallelo, quasi un rifugio, immune dalle tristezze quotidiane».

A distanza di dieci anni, per fortuna, posso ri-sottoscrivere queste mie idealistiche, quanto commoventi (per me, naturalmente), affermazioni.

 

 

 

 

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco
n. 03 - “Epigoni e Rigurgiti" - pubblicato su lobodilattice il 08/02/2010]

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didascalia immagine:

Martin Creed Work No. 503, 2006, 35mm fiilm transferred to DVD

 


 

 

 

 

 

ARTE IN SALDO OVVERO, GLI OH BEI! OH BEI! DELL'ARTE CONTEMPORANEA, di Alessandro Trabucco (Less is More - n.02)

 

 

ARTE IN SALDO OVVERO, GLI OH BEI! OH BEI! DELL'ARTE CONTEMPORANEA

di Alessandro Trabucco

 

 

 

L'impazzare delle mostre natalizie è proprio un segno del nostro tempo, scaduto.

Minuscoli, piccoli e medi formati, a prezzi accessibili a tutti, è il trend del momento, la nuova formula delle mostre natalizie che, apparse già da qualche anno, ora stanno impazzando e monopolizzando soprattutto un certo tipo di arte e di mercato. Mostre-mercato senza ovviamente un progetto e, apparentemente, senza una precisa selezione degli artisti coinvolti, in quanto metodologie estranee allo scopo commerciale dell’operazione, ed è comprensibile.
Piuttosto che perdere tempo chiedendosi il perché di tali operazioni, abbastanza chiaro e dichiarato nella formula stessa dell’esposizione, bisognerebbe capire come mai certi artisti entrano in alcune gallerie solo in queste occasioni per poi ri-uscire dalla porta principale senza ricevere più nessuna interessante proposta da sviluppare. Sembra che il loro lavoro risulti buono solo in quel preciso contesto restando invece non convincente in situazioni più dense di significato, quali una personale o una collettiva su un progetto curatoriale.
L’artista si trova quindi a dover scegliere se partecipare o meno, avendo a disposizioni ben due accattivanti e convincenti tentazioni, la prima quella di poter esporre in una galleria nella quale probabilmente non potrebbe, come già accennato, in altre occasioni più significative (e mostra da mettere rigorosamente in curriculum, anche se ha un titolo improbabile o addirittura ridicolo) e poi, ancora più importante, la possibilità concreta di vendita del proprio lavoro, avendo acquirenti incoraggiati dalla situazione festaiola e dai prezzi ribassati. Il problema è proprio nei prezzi ribassati, questa sorta di non identificata “democratizzazione” dell’arte. Si è passati dai “falsi d’autore”, alle riproduzioni in serie dei vari “Kandinsky”, “Monet”, “Klimt”, “Modigliani” e “Warhol” (d’altronde siamo o non siamo nell’epoca della riproducibilità tecnica…?) che campeggiano trionfalmente negli ambulatori dei medici, come nelle sale d’attesa degli ospedali, oppure nei bar.
Ora, possiamo avere la nostra bella “opera originale”, senza dover ricorrere ai surrogati sopra citati.
Anche se ci fosse un capolavoro, sarebbe impossibile distinguerlo. E' vero che queste iniziative non si propongono di offrire dei "capolavori" agli acquirenti bensì, ahimé e purtroppo, dei semplici "regali di Natale", ma il contesto e' in grado di svilire quasi completamente ogni pretesa di gusto, presentando esclusivamente i lavori “minori” di un artista o gli avanzi di magazzino invenduti, spesso, ma non sempre, di seconda o terza scelta, come nel periodo dei saldi.

 

Ricordo un tentativo ancor più drammatico tentato molti anni fa, quando ancora c’erano le lire: “Il supermarket dell’arte” (idea spagnola se non ricordo male) organizzato come un vero e proprio discount con tanto di carrelli e lista delle opere con i relativi vantaggiosissimi prezzi. Tutto era disposto in modo ordinato, ogni "artista" aveva il suo "spazio espositivo" con tanto di cesti con le opere accatastate, incelofanate e "prezzate" come in un vero e proprio supermercato. Anche in quella occasione risultava difficilissimo capire il criterio con il quale erano stati imposti i prezzi ai vari lavori. Si andava da un minimo di 149.000 lire (ma mi pare ci fossero lavori alla modica cifra di 49.000 lire) ad un massimo di 399.000 lire (i commercianti, si sa, adorano il numero 9, questa tecnica, tutt’ora ben utilizzata, di aggirare le cifre tonde).
È il prezzo il vero tasto dolente, faceva bene Yves Klein quando vendeva quadri tutti uguali ma con prezzi diversi, perchè ciascuno di essi conteneva una differente tensione creativa ed esecutiva.
La crisi, questo spauracchio che ha seminato ansia, eccessiva prudenza e che ha frenato gli entusiasmi economici e creativi, dicono stia finendo, senza tra l’altro aver mai provato, senza ombra di dubbio, che realmente ci fosse. Un terrorismo psicologico per fare un po’ di piazza pulita? Un modo per uniformarla ancora di più invece di selezionarla, la qualità, perché è tipico dei momenti di crisi trovare i compromessi ideali per restare a galla e non prendere le decisioni giuste, ponderate, coraggiose e responsabili.
L’Arte, invece di avvantaggiarsene, ne esce ancora più svilita perché accomodante, senza contestare, e perdendo continuamente l’occasione di educare al gusto, alla qualità, alla ricerca, imponendo la propria legge e non quella del mercato.
Ma le mostre natalizie per l’amante dell’arte sono un’occasione così ghiotta di dimostrare che la si ama e che la si acquista con occhio “esperto”, da essere ormai indispensabili, e non sarà certo un articoletto leggero e “natalizio” come questo a far riflettere più di tanto…
Ma non penso sia colpa dei galleristi e nemmeno degli artisti che accettano di cedere a questi compromessi, manca una certa fiducia e il coraggio, e le gallerie sono costrette a ricorrere ad “estremi rimedi” in grado di sopperire alle difficoltà di vendita nelle varie fiere o nella loro stessa sede espositiva e favorendo un degrado culturale abbastanza preoccupante. Grazie Warhol, come sempre hai ragione tu, “l’arte è (“solo” nda) un prodotto da vendere”.

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco
n. 02 - “Arte in saldo, ovvero, gli oh bej! oh bej! dell’arte contemporanea"
- pubblicato su lobodilattice il 28/12/2009]