Viva l'Italia!: un fulmine di nome Garibaldi

Inaugura

Mercoledì, 23 Maggio, 2018 - 13:00

Fino a

Venerdì, 22 Giugno, 2018 - 13:00

Viva l'Italia!: un fulmine di nome Garibaldi

Comunicato

Vival'Italia! 

Un fulmine di nome Garibaldi

di Dario Lodi

 

Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo, e della confusione che sovente vi succede, s'inoltra, e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga coll'impostura in cui è maestro, che il defunto compì, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico: in conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare, in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d'un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell'Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada.

 

La frase sopra riportata appartiene al testamento di Garibaldi. L’eroe era deista (credeva che con la ragione si potesse giungere all’idea di un essere trascendentale, ma non credeva nella rivelazione e quindi nei dogmi religiosi), e lo era in modo spontaneo. La sua laicità lo portava a un concetto di libertà generale, nel rispetto di ogni individuo. Era quindi nemico di ogni forma di costrizione. Garibaldi possedeva un senso di giustizia eccezionale per i tempi e aveva in gran conto la personalità dell’uomo. Lo dimostrerà ampiamente nelle sue avventure brasiliane e uruguaiane, nel corso delle quali deciderà di liberare gli schiavi catturati. Che facesse commercio degli stessi è dunque una pessima leggenda.

Le molte cose positive e negative, secondo le angolature di visuale, su di lui sono dovute all’apparente semplicismo con cui Garibaldi agiva: tutto impeto e poca ragione. Può esserci qualcosa di vero in tutto questo, ma poi bisogna tener conto di un istinto felice che ha tratto l’eroe da non pochi impicci. I diversi tentativi di prendere Roma, protetta dai francesi, non gli costarono la vita per miracolo. L’impresa dei Mille fu possibile per non pochi aiuti esterni (persino dagli inglesi) e per il disfacimento già in atto da tempo nelle terre borboniche. Gli eserciti raccogliticci dei Borboni quasi nulla poterono contro un’orda rossa di giovani e meno giovani uniti da una grande volontà di rinnovamento della società umana. Pochissime le concessioni, fra cui la missione orribile (parole di Nino Bixio) di Bronte in Sicilia, dove, per evitare sommosse pericolosissime, furono messi al muro cinque contadini fra i più facinorosi contro la proprietà (sedici i possidenti morti ammazzati).

La coerenza di Garibaldi è dimostrata anche dall’aiuto prestato ai francesi nella guerra di questi contro i prussiani (1870-71, nascita della Germania). L’unica vittoria francese fu in realtà impresa garibaldina (Digione). Nello stesso anno, 1871, Garibaldi fu tra i promotori della difesa degli animali. Divenne vegetariano e disse: Proteggere gli animali contro la crudeltà degli uomini, dar loro da mangiare se hanno fame, da bere se hanno sete, correre in loro aiuto se estenuati da fatica o malattia, questa è la più bella virtù del forte verso il debole. Estese così, il concetto di vita, accarezzando idee teistiche, care a certo Illuminismo.

Garibaldi s’infiammò, in un primo tempo, di fronte alla dottrina mazziniana che poi trovò assai dispersiva e inutilmente pericolosa (fu buon veggente). Le considerò vaghe, utopiche, pur rispettandole Preferì perseguire risultati possibili, oggettivi. Visse sempre all’ombra di propositi repubblicani e malvolentieri si sottomise alla prudenza di Cavour. Il suo temperamento lo guidava verso grandi imprese al fondo delle quali brillava la visione di una catarsi che avrebbe dato all’umanità l’orgoglio e la fierezza di essere tale.

Convenzionalmente l’Italia nasce nell’89 a.C., quando Roma dà la cittadinanza romana ai popoli italici  (sottomessi alla Città Eterna). Il nome Italia è forse greco (terra dei vitelli), lo dobbiamo alla Magna Grecia. I privilegi romani fanno sì che si avverta, negli anni seguenti, l’unità italiana, intesa come luogo di civiltà primaria (punto dì incontro e di diffusione della cultura romana e greca). Dante ne sarà un cantore per eccellenza, mentre la gravitas ereditata dai romani si farà sentire nel Rinascimento, nel Circolo Neoplatonico fiorentino. Ne parlerà a fondo Francesco Guicciardini, sempre nel Rinascimento (Storia d’Italia). Seguirà una lunga decadenza, causata dal fallimento ecumenico della chiesa romana.

La novità protestante (Lutero, Calvino) porterà una certa affermazione della laicità, rafforzata e sigillata dalla rivoluzione industriale di metà ‘700. Il crollo romano determinerà un vuoto, presto colmato, almeno da un punto di vista materiale, dall’intraprendenza laica, matrigna del Razionalismo, dell’Illuminismo e del Pragmatismo. Ne sortirà una corsa al primato nazionalistico: in Italia ancora ecumenico (Del primato morale e civile degli italiani, di Vincenzo Gioberti, apparso verso metà dell’800) nel resto d’Europa proprio nazionalistico, particolare: un fenomeno che è a capo della nascita delle nazioni moderne.

Mazzini, in certo qual modo, guardava più avanti (da qui la sua utopia) mentre Garibaldi badava al sodo e aveva come principio l’allontanamento dello straniero dalle terre italiane: per questo, alla fin fine, accettò di battersi per il Regno d’Italia. La sua buona fede, la sua determinazione grezza, quasi istintiva, non si fermarono, idealmente, a una realizzazione parziale, bensì andarono a investire una certezza di necessaria, buona umanità, raggiungibile attraverso l’esempio italiano. Una sorta di revival della romanità su basi più solide. Garibaldi era convinto della superiorità italiana (romana) per ragioni storiche ed era certo che questa superiorità, per il bene del genere umano, dovesse essere riproposta.  La sua posizione, difesa sempre a spada tratta, lo rese celebre in tutto il mondo, al punto che negli Stati Uniti fu chiamato perché prendesse il comando dell’esercito del nord nella Guerra Civile. Non si fece, con rammarico da parte americana (radicale era la posizione di Garibaldi nei confronti della schiavitù: doveva essere eliminata all’istante). Il rammarico andava a dimostrare quanto Garibaldi sapesse accendere ovunque coscienze e fantasie. Giustamente.