GRAFFITI DOMESTICI

Inaugura

Sabato, 11 Settembre, 2021 - 19:00

Presso

CIVICO 23 NO PROFIT ART SPACE
via Parmenide 23 Salerno

A cura di

Associazione Obiettivo Arte

Partecipa

Giancarlo Pavanello

Fino a

Sabato, 25 Settembre, 2021 - 20:30

GRAFFITI DOMESTICI

Comunicato

GRAFFITI DOMESTICI

GIANCARLO PAVANELLO

Esposizione d'arte visiva a cura dell'Associazione Obiettivo Arte

Dal 11 al 25 settembre 2021

Inaugurazione sabato 11 settembre ore 19.00

Presso lo Spazio "Civico 23" - via Parmenide n.23 Salerno

 

La stagione espositiva dello spazio CIVICO 23 di Salerno riprende con una mirabile personale dell'artista Giancarlo Pavanello dal titolo "GRAFFITI DOMESTICI" che si presenta con una serie di opere diverse per genere e tematica incentrate su una ricerca in prevalenza di carattere verbo/visiva. Scritture, disegni, assemblaggi, collage sapientemente articolati e progettati o, sarebbe meglio dire, sperimentati in un linguaggio personalissimo, a tratti ironico, sicuramente autoreferenziale e fortemente propositivo sia dal punto di vista formale che contenutistico. Tale considerazione è inoltre avvalorata da un modus operandi lontano dal tradizionale procedimento di realizzazione di un'opera d'arte, perché improntato alla formatività, ovvero ad un processo in itinere di locuzioni, quasi frammenti di natura topologica, di figure, immagini, segni e disegni. Una "grammatica" visiva ricca di riferimenti che si presta difficilmente ad essere inquadrata in un genere, ma che invita a riflettere sulla possibilità semantiche, allusive, metaforiche offerte da un maturo "studente di belle arti a vita".

Dello stesso artista proponiamo un estratto dal suo libro "Uno studente di belle arti a vita", dado tutto bianco - Edizioni SIMPLE, 2001, pp. 283-285:

I miei primissimi anni settanta procedevano con una serie di testi calligrafici e con molti libri in esemplare unico nelle varie articolazioni, rilegati in modo tradizionale o realizzati come oggetti o sculture: la poesia visualizzata, le ricerche verbo-visive ad ampio raggio e con tecniche diversificate, dal lirismo alle riflessioni progettuali, in uno specifico personale, in un percorso d’autore.

Nel nuovo millennio, dopo la fase terminale delle avanguardie e delle neo-avanguardie, riprendevo con convinzione le mie prime prove pre-giovanili [dell’adolescenza] e giovanili [pagine segniche o figure primitive e a-tecniche], dai disegni grezzi a quelli che definivo “rifiuti psichici” [forme di grafica in piccoli formati, a posteriori riconducibili a un’art brut prima intuita e poi apprezzata sulla scia di Jean Dubuffet]. Così via via sintetizzavo un itinerario con nuove serie di formule partendo dalla consapevolezza della necessità di un ritorno allo studio ad ampio raggio come per ricominciare tutto daccapo, insistendo sulla letteratura [iconoclasta] e sulle arti visive.

Evitando l’art pompier, evitando un ritorno all’ordine analogo a quello fra le due guerre mondiali,  improponibile nell’attuale epoca tumultuosa a livello sociale e in continui cambiamenti tecnologici, preferivo scegliere alcune proposte [in parte ri-proposte] da assemblare, per somiglianza o per contrasto, in un eclettismo delimitato e ritenuto in sintonia con il presente e, chissà, con il futuro: la scrittura, sempre, ma affiancata dalla pittura-pittura [con attenzione alle tecniche tradizionali, per lo più scartando l’informale e le varianti di maniera]. Poi il disegno, quasi con nostalgia per il figurativo accademico dei vecchi tempi, subito [s]corretto dalle deformazioni neo-espressioniste e neo-surrealiste, dalle stilizzazioni nelle traduzioni dalle zone più ombrose della mente: ne derivava una più convinta possibilità fattiva nel campo dell’anti-fumetto, del manga all’italiana, a metà strada con la sua dissoluzione, nella sperimentazione.

Per cui, non mancandomi il senso dell’ironia e dell’umorismo, mi sentivo perfettamente a mio agio nel definirmi “uno studente di belle arti a vita”, alla ricerca di soluzioni plausibili per i primi venti anni del nuovo millennio [anche in questo caso per irrisione sottolineato come “XXI sec. d. C.”], e tuttora, sperando in una certa vitalità duratura.

I miei “graffiti domestici”, quindi, ignoravano i precedenti all’aria aperta [i murales, la street art nei suoi estremi e ambigui tentativi di lancio mercantile, poco trasparenti o decisamente dubbi] per puntare sull’assemblaggio [anche nella forma di “mini-installazioni” pittoriche, in massima parte astratte], sul collage [meditato, intellettuale, poetico o narrativo, un mix di precedenti tavole in varie tecniche e di vario genere, dalla natura morta al paesaggio, dall’anatomia artistica alla citazione], evitando gli arruffamenti gestuali di frammenti di immagini stampate, in massima parte estrapolate da rotocalchi o da libri illustrati, essendo datati e inimitabili i fotomontaggi dell’ex dadaista John Heartfield]. In dimensioni adatte allo studio, allo spazio disponibile in casa, al tavolo da lavoro: all’inizio in A4, poi su fogli maggiori. Infine approdato [in ripresa] a quella che mi sembrava una soluzione ottimale: cartoni vegetali cm 50x70 o 70x50. Date queste coordinate teoriche, progettuali e risolte in vere e proprie realizzazioni in progress, secondo l’estemporaneità della fantasia o a tema, a poco a poco maturavo perfino l’esigenza di propormi sdoppiato [da schizoide].

 

 

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