Viva l'Italia!: La marcia di Radetzky

 

Viva l'Italia!: La marcia di Radetzky

di Dario Lodi

 

Al nome di Joseph Radetzky (1766-1868) sono legate, per noi italiani, le Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848). La guarnigione austriaca fu cacciata dalla città (scarso esempio d’insurrezione popolare riuscita) dopo un’aspra battaglia strada per strada (circa 400 furono i morti milanesi, più 600 feriti; 181 i morti austriaci, più 245 feriti e 180 prigionieri). Radetzky arrivò a impiegare 20.000 soldati (ne aveva circa 8000 all’inizio). Per quanto ai primi giorni di agosto dello stesso anno riprendesse la capitale lombarda, nell’ambito della Prima guerra d’indipendenza, va detto che la sconfitta dell’esercito austriaco, che non s’aspettava l’insurrezione guidata da Carlo Cattaneo e Gabrio Casati, aprì un solco fra vecchio mondo italiano sprofondato nella conservazione e quello nuovo, impegnato nell’intrapresa moderna.

Le Cinque Giornate milanesi fecero intendere che era possibile attaccare la restaurazione post-napoleonica, si accodarono alle varie insurrezioni europee ma fecero più scalpore perché i milanesi andarono a sfidare, e a battere, l’impero austriaco, ben più temuto e agguerrito delle altre reggenze europee. Comunque, in generale ne vennero alcune concessioni liberali, ma non per Milano. Ripresa da Radetzky, la città, e la Lombardia, subirono la promulgazione di regole ferree. Il feldmaresciallo firmò centinaia di condanne a morte (per lo più commutate in dura galera), prendendosela specialmente con gli agitatori mazziniani, per noi martiri, per gli austriaci banditi. La seconda considerazione nasce da gesti improvvisati, velleitari ma sanguinosi o potenzialmente tali, del tutto nemici del senso dell’ordine austriaco. Il possibile caos sociale – ed ecco rispuntare, fra i molti esempi, quello straordinario delle Cinque Giornate (straordinario per l’importanza della città) - fomentato dalla borghesia con il solito appoggio sulla plebe, francamente trattata come carne da macello. Girava, allora, la considerazione per cui la razza bruna (contadini e plebe di provenienza contadina), fosse inferiore a quella bianca, rappresentata dai cittadini borghesi (occorre precisare che la parola “razza” non andrebbe mai pronunciata perché, per quanto riguarda l’uomo, assurda).   

Radetzky non era certo favorevole al comportamento dei possidenti. Infatti fece diminuire la tassa personale, il dazio sul sale e (provvisoriamente) quello sulla farina. Aumentò invece, e in maniera notevole, le tasse sugli immobili, secondo la precedente logica di Maria Teresa D’Austria (aveva introdotto il catasto in Lombardia). Le agitazioni contro il regime austriaco, repressivo per la certezza di essere nel giusto, da un punto di vista governativo, non furono tanto popolari, quanto borghesi e piccolo-borghesi come conseguenza. Si ripeteva, insomma, il modello della Rivoluzione Francese, con la variante italiana che gli insorti andavano contro una potenza nemica, padrona, per trattati internazionali, di una terra che storicamente non gli era mai appartenuta.

A parte gli idealismi alla Gioberti, e poco altro per quanto riguarda il clero, la Chiesa non fece nulla a favore delle insurrezioni, anzi si ritirò in se stessa e cercò difesa da parte di francesi e austriaci, da parte cioè delle forze dominanti, come era suo costume ormai dalla Controriforma. Dimenticò la dignità dell’individuo e mise da parte la carità cristiana. La religione, vecchio cemento (per quanto logoro) delle società precedenti, divenne una forma senza sostanza, un corpo vuoto e andò a lenire le pene dei più deboli con un pietismo inerte, con un fatalismo datato e altrettante raccomandazioni di rassegnazione. Era il mondo che voleva Radetzky?  

Il famoso feldmaresciallo austriaco era, in fondo, un semplice esecutore di ordini, un servitore della pax austriaca (meglio si direbbe asburgica) che più tardi Stefan Zweig, nel suo “Mondo di ieri” descriverà con toni entusiasmanti. Impensabile per lui, per Radetzky, come per tanti altri, pensare a un’Europa senza l’avvedutezza del governo viennese (ben considerato anche dal nostro Cattaneo, che auspicava addirittura una società europea amministrata dall’Austria). Si era visto il disordine portato da Napoleone, che Radezky aveva combattuto con non grande fortuna ed erano risultate faticose le iniziative per ripristinare lo status quo (la situazione per così dire classica, con monarchia e papato in sella).

Radetzky chiese e ottenne che il proprio funerale fosse celebrato nel Duomo di Milano (città che amava). In pratica, la chiesa rendeva onore a un aguzzino, forse suo malgrado, in pompa magna, trascurando del tutto le nuove energie scaturite dalla rivoluzione industriale e da quella francese. La borghesia voleva la sua parte: sulle sue spalle si reggeva ormai l’intero sistema. D’altro canto, la chiesa preferiva di gran lunga un Asburgo a un Savoia. Il primo era un fervente cristiano (di facciata) mentre il secondo disprezzava la chiesa, la considerava un freno alla monarchia, ne vedeva intrusioni passive, capaci di assorbire inutilmente energie.

D’altro canto, i Savoia provenivano da una terra assai vicina alla Francia, dove da tempo immemore il re contava più del papa, a differenza di quanto stabilito dal Sacro Romano Impero, di cui la stessa Francia faceva formalmente parte, dove invece era psicologicamente il contrario. Certo è che con la morte di Radetzky le cose, per noi, cambiarono del tutto. Due anni dopo, i piemontesi entravano a Porta Pia ed eleggevano Roma capitale d’Italia, dando così senso compiuto e consistenza al Regno d’Italia sorto nove anni prima.

Radetzky fu un a sorta di testimone del passaggio da una realtà malata di secolarismo tradizionale a una novità avente ambizione laica e liberale. L’Italia si accodava alle nazioni europee emerse, grazie all’idealismo di Mazzini, ma ancor più ai Mille di Garibaldi e alle mene politiche di Cavour. Infine, indirettamente, grazie ai prussiani che costrinsero i francesi a fare a meno del presidio a difesa di Roma.