Viva l’Italia!: L’irruenza di Vittorio Emanuele II

Viva l’Italia!: L’irruenza di Vittorio Emanuele II

di Dario Lodi

 

Il padre di Vittorio Emanuele II, Carlo Alberto, era molto religioso. Il figlio (1820-1878) lo sarà a intermittenza. Piuttosto, il primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II appunto, era molto superstizioso. Vedeva il papato come un’istituzione nemica che gli sbarrava la via sull’ampliamento dei possedimenti savoiardi. Lo storico Denis Mac Smith (forse il più documentato) evidenzia nei suoi scritti la volontà di espansione della Casa Savoia, in verità poco preoccupata dei problemi di altre parti della penisola italiana. A indurla ad affrontarli e a risolverli, ci penserà soprattutto Garibaldi e la Francia (si veda la Seconda guerra d’indipendenza, quasi tutta sulle spalle dei francesi, al costo della cessione della Savoia e di Nizza). Mazzini sarà invece un nemico dell’idea di un’Italia monarchica, per il suo ben noto e acceso repubblicanesimo.

All’epoca, c’erano tre idee principali sulla Penisola: quella di chi voleva un accorpamento regionale sotto le insegne papali, quella repubblicana, in un concerto di repubbliche europee aventi un’amministrazione di tipo austriaco (Carlo Cattaneo) e quella monarchica grazie alla passionale irruenza con cui Carlo Alberto, padre di Vittorio Emanuele, s’era buttato, con sfortuna, nella Prima guerra d’indipendenza del 1848, sugli austriaci.

Il papa, Pio IX, per l’annessione di Romagna, Marche e Toscana, scomunicò Vittorio Emanuele (la leverà però quando il re sarà sul letto di morte), il quale se ne lagnò con Cavour affermando che la chiesa era arrivata a tanto per colpa della politica del suo primo ministro. Tuttavia proseguì nell’impresa sino a prendere Roma nel 1870, dopo aver tentato di arrivarci pacificamente, lanciando i suoi bersaglieri nella presa di Porta Pia.

Il re galantuomo fu in balia di eventi più grandi di lui. Non aveva cultura, gli piacevano solo la caccia, i cavalli e le donne. Ma aveva una specie di sesto senso, un istinto magari rozzo ma non dozzinale: sapeva acchiappare le occasioni ed era bravo a manovrare i propri uomini. Si lamentava di Cavour (ai più intimi diceva che quell’uomo furbissimo, ma troppo bizantino, avrebbe portato alla rovina il Piemonte) e con Garibaldi aveva un rapporto bilaterale. Vittorio Emanuele in realtà non si fidava di nessuno, ma di tutti se ne valeva la pena. Non capiva Mazzini (e qui non era certamente solo). Era un vero Savoia, una casata di uomini prudenti e ardimentosi d'un tratto, quando comprendevano che ci avrebbero guadagnato qualcosa. L’eccezione era stata Carlo Alberto, scriteriato, generoso, passionale.

Il re galantuomo fu soprattutto passionale, sanguigno. E all’occorrenza brutale. Si vedano i moti di Genova (5-11 aprile 1849) dove non esitò a scatenare l’esercito sulla popolazione inerme: si ebbero centinaia di morti, fra cui donne e bambini. I mestatori si erano presentati come repubblicani pronti a tutto, salvo cedere ai primi assalti piemontesi (cosa peraltro inevitabile), trascinando nella tragedia gente comune, come sempre capita nelle sollevazioni. Per i morti, Vittorio Emanuele ebbe solo parole di disprezzo.

 

La caccia lo condannò a morte. Nella sua tenuta laziale, contrasse la malaria e in poco tempo morì. Volle il conforto religioso che gli fu somministrato da Monsignor D’Anzino. Da buon superstizioso temeva di finire all’inferno, causa la famosa scomunica. Il suo ritorno in seno alla chiesa, l’importanza data ai sacramenti, dimostrano quanto Vittorio Emanuele e la società nella quale viveva fosse ancora radicata la figura papale e ciò che essa significava in termini morali e psicologici. Il laicismo di Cavour, con il quale il re era d’accordo obtorto collo (il suo primo ministro si era dimostrato più abile di quanto avesse supposto, in generale e in particolare con il potere ecclesiastico: Cavour aveva proposto la chiusura dei conventi per così dire inerti e aveva preso possesso, per il Piemonte, dei loro beni immobili), era una politica in linea con l’Europa moderna, Austria esclusa. Il Continente in quegli anni era spaccato in due: di qua le nazioni giovani e attive, Francia, Germania, Inghilterra; di là l’impero asburgico, conservatore, tradizionale, anche se non oscurantista, come testimonia Stefan Zweig, scrittore austriaco, nel suo notevole Il mondo di ieri, a patto che non si facesse disordine. Vienna non teneva conto dei fermenti culturali che giungevano dalla nuova mentalità produttiva e non concepiva, di conseguenza, il prometeismo in atto. Per Vienna c’era dio, l’imperatore (il dio in terra), l’aristocrazia, la chiesa e la plebe sottomessa, libera di pensare e di agire entro determinati binari, dai quali le nazioni giovani tendevano a uscire.

Vittorio Emanuele si barcamenò fra le varie tensioni ed ebbe la fortuna di avere Cavour, il quale per quanto fosse un conservatore, sapeva guardare lontano e accettare gli inviti a cambiamenti, purché ordinati e vantaggiosi. Il re seguiva l’onda senza perdere di vista i risultati. Sacrificò la propria patria (la Savoia) e lasciò che francesi, tedeschi e inglesi (questi ultimi in minima parte e sottobanco) combattessero per la causa italiana. Gli alleati erano certi che un’Italia unita sarebbe stata utile nella lotta all’impero austro-ungarico, una realtà di circa 50 milioni di abitanti.

Il re mantenne la numerazione savoiarda. Fu il primo re d’Italia eppure continuò a chiamarsi Vittorio Emanuele II. La creazione moderna della Penisola forniva un quadro assai composito, pieno di diversità da regione a regione, da città a città, per differenti vicende storiche, La vecchia prevalenza del latifondo, con la chiesa fra i massimi possessori di terreni, consegnava una civiltà arretrata, culturalmente alquanto carente (salvo minime eccezioni). La scuola dell’obbligo fu concepita per dare strumenti elementari atti ad assecondare le nuove esigenze del mercato borghese. Il laicismo cavourriano, approvato come abbiamo visto da Vittorio Emanuele, consentì uno svecchiamento del sistema. Dapprima coi fucili (la terribile lotta al brigantaggio) poi con l’ampliarsi delle città per la nascita delle fabbriche, dell’industria moderna, della finanza imprenditoriale, del rischio sconosciuto alla conservazione.