UNA PATINA IN LATTICE PER LA CARNALITA' COSMICA DELLA VIRTUALITA'

A Milano, presso il Cassina Projects, dal 28 Ottobre al 15 Gennaio è visitabile la mostra Counterpain, avente le fotografie, le videoinstallazioni e gli interventi in site-specific dell’artista Louisa Clement. A lei interessa indagare sia l’ibridazione sia la standardizzazione del corpo umano, sotto la “distopia” d’un mondo dominato dalla tecnologia, che può “saltare” immediatamente dallo sfarzo alla banalità, o viceversa. Ad esempio l’avatar è percepito essenzialmente per la sua clonazione: prima rispetto al carattere personale, poi rispetto agli imput dall’esteriorità. Funziona così il progetto Representative, che l’artista ha dedicato a se stessa. Per robotizzarsi il corpo, ma a valle dell’anima digitalizzata, Louisa Clement adopera la microfotografia, ed il movimento filmico che passa alla scansione in 3D. Alla fine è stata preparata una bambola a grandezza ultra-realistica. L’artista ha anche coinvolto l’Università del Saarland, che da anni studia l’implementazione negli automi, mediante le simulazioni algoritmiche della personalità. Dialetticamente, è un’estetica basata sul Sé contro l’Altro, ma al suo allargamento sempre più “confondente” verso la virtualità della trasfigurazione. Apparentemente, l’impulso carnale sarà “cavalcato” dai desideri digitalizzati. Basterà il funzionalismo sui singoli tasti da “toccare”. L’inconscio ha pensieri “calorosamente” automatici, ma ristretti ad un “mero ingranamento” della realtà; l’automa ha pensieri “freddamente” inconsci, ma allargati ad una “vera trasformazione” della virtualità. Anzi, la tecnologia odierna mette “a nudo” i nostri impulsi o desideri. I mass media “giocano” molto sulla sovrapposizione fra il Sé e l’Altro, mentre ci instillano dei messaggi subliminali, d’aderenza ingenua ai nostri “caratteri”. Ad esempio si può influenzare al pensiero unico, attraverso la comunità virtuale. Messa così, l’ibridazione fra i desideri repressi e l’avatar che li “patina” troverebbe la sua sintesi in un manichino dell’automatismo. Ogni pausa per la titillazione rilassante della pelle sarà virtualmente impedita, da uno stress per il flusso automatico degli algoritmi manipolanti. Nessuno avrebbe il tempo per realizzare i propri desideri, perché quelli già si farebbero “atrofizzare” dalla “freddezza” per l’omologazione d’un consumo. Paradossalmente, lo slogan del < Ti piace vincere facile, eh? > ci toglie qualsiasi gusto per la sorpresa, l’imprevedibilità od il destino. Alla fine si preferirà il passare ad un altro “gioco”, ed evitando la massificazione, mentre si rivendica la propria irripetibilità (anche nel godimento). E’ questa la tematica della serie Gliedermensch, laddove l’artista ci mostra la lucentezza “manipolante” del lattice, sull’abito.

A Tom Hansen, liricamente la bolla pare un’incomprensibile oscurità dell’acqua, mancandole un volto, e non solo nel mulinello d’un fiume. Una sfera ha la perfezione in sé. Per noi sarebbe impossibile inquadrarne le facce. Miliardi d’anni fa, il Big Bang avrebbe permesso al niente incomprensibile di sviluppare in via “fragile” i vari enti. E’ la metafora della bolla. Qualcosa che apparterrebbe pure all’organismo unicellulare, dove pulserà il protoplasma. Là, Tom Hansen percepisce una bolla di saliva, incartata da una pelle appiccicosa. Ma citiamo il piano della fisica. La bolla pare una miniatura del Sole, e con l’aggiunta dell’animo (sotto la brillantezza del fototropismo).

Nella fotografia Body fallacy n°7, Louisa Clement cercherebbe il contorsionismo del corpo. La pelle nuda rivestirebbe il cielo, in una “patina” dell’aria. Immaginiamo che la vita nasca dal sommovimento embrionale. Se si potesse sessualizzare il cielo, allora lo spermatozoo inizierebbe la sua rincorsa da un aquilone! Il tono rosa della pelle sarà utile ad ammorbidire l’incandescenza solare. Il contorsionismo corporeo ci lascia un varco, riconfigurabile ad aquilone. Avvinghiato dall’epidermide spaziale, un qualsivoglia astro scoppierebbe come una bolla di sapone. In un Big Bang fatto di soli amplessi, gli avvallamenti ed i calanchi degli spogli pianeta dovranno essere leccati. Un’incandescenza si percepirebbe, eventualmente, fra le pieghe del corpo. Dunque l’aquilone della luce proverà a “rilanciare”, vitalisticamente, il “freddo” squarcio da un “astro” della sessualità ad un “pianeta” della sentimentalità. Un avatar permette di “cavalcare” la lunaticità, e nel “contorsionismo” del caso.

Nella fotografia Body fallacy n°20, Louisa Clement avrebbe composto un accavallamento addirittura per l’intera corporeità, anziché per le normalità delle sole gambe, specie in riferimento al sex-appeal femminile. C’è l’ingrandimento d’una ginocchiata, che sembrerebbe togliere qualsiasi velleità di cullarsi sul volto, citando di nuovo l’estetica dell’avatar. Non possiamo sapere quanto l’artista voglia protestare contro la tecnologia, che manipola prima l’animo (condizionata dal desiderio), e poi la mente (protesa a stabilizzare la realtà, idealisticamente). Il sex-appeal per l’accavallamento delle gambe s’ibrida col manichino dell’atelier, tramite il quale conta unicamente il fine consumistico dell’acquisto. Si noti come il “tasto” del seno subisca, entro la digitalizzazione della sua carnalità, un’interferenza: dal taglio dell’inquadratura.

Nella fotografia Gliedermensch n°7, Louisa Clement esibisce la schiena d’un manichino. Domina l’oscurità, sino a confondere i contorni della sagoma, che noi possiamo seguire solo in quanto lievemente lucidati. Un braccio stringe la schiena, con tutta la pesantezza senza dolcezza del metallo. L’animalità “calda” della cintura è rimpiazzata dalla vegetazione stagnante del lattice. Anzi, la lucidatura pare a conservare l’oleosità del trattamento plastico. Fra la mano ed il braccio, funzionerebbe la giunzione più d’un orologio che d’un polso. La tecnologia negativamente ci “stritola” attraverso il count-down per gli obblighi sociali: a lavoro, in famiglia o persino con gli hobbies… Il lattice classicamente si percepisce in una sessualizzazione dominata della carnalità. Sembra che l’artista abbia cercato d’esibire l’ammanettare. Il blackout della luce naturale verso il lattice della vitalità “scartata” si diffonde dovunque, per cui noi non crediamo di poter “scassinare” il polso, nella sua combinazione di cifre.

Nella fotografia Gliedermensch n°8, Louisa Clement ci mostrerebbe le difficoltà d’un sincero abbraccio, fra i corpi “plastificati” o comunque confezionati. La pesantezza dell’androide, in arrivo dallo spazio, dunque si percepirebbe meglio. L’automatismo innaturale delle braccia sembra “sfasato”, rispetto alla duttilità che serve nel mondo terrestre, quando si “tocca” la sensibilità d’una persona. A noi piace immaginare il gioco del sasso-carta-forbici, in una completa casualità delle azioni che si potranno prendere. Le braccia taglierebbero la schiena, lungi dal sorreggerla (con affettuosità). Lo scarto del lattice è rivitalizzato solo ai contorni della sagoma, e da una luce metallica. Alla fine, noi tendiamo a percepire gli “inciampi” del manichino citando il film Edward mani di forbice, diretto da Tim Burton, alla distopia compassionevole per esistenzialismo.

Nella fotografia Weapon n°2, pare che Louisa Clement lanci un monito, facendo la cassandra sugli sviluppi della tecnologia. La bomba a cilindro sarebbe a tal punto rivestita da poter resistere ad un eventuale vettore di lancio sullo spazio… Tragicamente, una “finestrella oracolare” si farebbe pigiare consentendo l’immediata esplosione d’un fungo nucleare, nella sua stilizzazione ad etichetta di pericolo. Lo sfondo ha il nero dello spazio. La bomba invece è “velenosamente” verdognola, come un’amanita falloide (citando l’interesse di Louisa Clement per la sessualizzazione). Qualcosa che virtualmente metallizzerebbe la luce del sole, ma per “crocifiggerne” lo spiritualismo. Si noti il dettaglio delle “alette” esterne, dove il bianco non purifica giacché acceca. Purtroppo l’umanità ha già sviluppato armi potenzialmente capaci di distruggere un intero pianeta.

Nella fotografia Gliedermensch n°20, Louisa Clement raffigurerebbe il tentativo d’una semina simbolica. Le mani di due manichini s’avvicinano, quasi a passarsi un testimone (citando l’atletica leggera). Immaginiamo la semina, complice il dettaglio delle dita che s’alzano a “corolla di petali”. Messa così, il passaggio di consegne purtroppo “sfilerebbe via”. Un avatar è sfogliabile da decine e decine di contatti. Ma nessuno potrà sapere la genuinità d’uno status spesso sentimentale, senza conoscere la sua persona dal vivo. L’ingranaggio fra gli automatismi delle due braccia sarà forse da lubrificare. Questo rimedierebbe alla “patina” in lattice d’una carnalità che non si rivitalizza mai sul serio, in quanto elasticizzata sull’insoddisfazione perenne del consumismo.