L'ONIRISMO AFFETTIVO CHE ACCOMPAGNA LA SOLITUDINE DELLA QUOTIDIANITA'

Dal 19 Novembre al 3 Dicembre, a Treviso, presso la Casa dei Carraresi, era stata allestita la mostra d’arte contemporanea dal titolo Maschere urbane, coi dipinti di Alessandra Carloni. Esteticamente, pare che a lei interessi un onirismo affettivo, capace d’accompagnare la solitudine della quotidianità. Possiamo immaginare che il surrealismo allenti un po’ l’imprigionamento dei sentimenti, contro la “maschera” d’un nostro ruolo, nella società. Il soggetto rappresentato da Alessandra Carloni avrebbe un cuore di latta, sino a far “guizzare” il desiderio di vivere in modo più collegiale. L’involucro protegge; anzi è assai comodo evitare gli Altri per il timore di ricevere qualche critica. Chi si limita a svolgere il proprio… “compitino”, al fine di mantenere lo status quo della società, virtualmente accetterà una solitudine generale. Ironicamente, Alessandra Carloni avrebbe “scoperchiato” un “vaso di Pandora” per le mistificazioni degli affetti personali. C’è il rischio che l’impiegato in ufficio diventi un robot, sotto il peso delle direttive “anonime”, in quanto solo da applicare. Dunque si rivendicherà la necessità d’una pausa, e coi pensieri che “ronzerebbero” in testa fra le “sorsate” della sentimentalità.

I palazzi urbani non sono nemmeno intimi, rispetto al focolare familiare. Il surrealismo vi lascia una “patina” di vivacità, in specie consentendo lo scavalcamento dei tetti. Simbolicamente, non è facile spiccare il volo in funzione del sentirsi realizzati, in vita, senza che prima si riceva una mano dagli Altri. I vari ostacoli della quotidianità si superano con l’ingegno, o potendo gestire tranquillamente un attimo di pausa. Nei quadri di Alessandra Carloni, noi percepiamo una dialettica: fra gli “zampilli” delle maschere e la “fumosità” dei tetti. Sotto il comune insieme dell’inconscio, la “testa” che liberamente si divertirà pur sempre dovrà iniziare un “cammino” di realizzazione completa. Il cuore “robotizzato” dell’impiegato che s’impegna è funzionale agli incastri malsani d’una società prettamente economica. Ergo bisognerà rivendicare le ore libere, per dedicarsi ad “accarezzare” il sogno di “volare” lontano da qualsivoglia “ostacolo”. La corazza s’alleggerisce sia ironicamente sia malinconicamente, tramite il “disturbo bipolare” del giullare (che s’illude di poter sfruttare la propria sciatteria in presenza degli Altri). Gli istinti bestiali finiscono paradossalmente per dominare da soli la mente, che in principio aveva voluto liberarli. La pittrice raffigura lo zoomorfismo dell’uomo-squalo o dell’uomo-gallo, mentre la mitologia può anche ammodernarsi, dal futurismo del Pac-Man. C’è l’estetica della metafisica, da De Chirico. Ma le prospettive emergono più distorte che fredde, in quanto poste “sotto le redini” d’una gigantografia antropizzante. Pare che la mitologia abbia esagerato, nel suo percorso fra le rovine della storia. Il rischio, più o meno malcelato, è che l’uomo domini il mondo in modo caotico (dal dettaglio delle nuvole), andando verso il paradosso d’un mascheramento culturale. La tecnologia funziona meglio se nemmeno serve che la giustifichiamo, perché altrimenti la sottoporremmo alle critiche altrui. Alessandra Carloni insiste a raffigurare il dettaglio dei cavi, fra i palazzi. Quelli ostacolano il passaggio addirittura d’un uomo a King Kong. Né è chiaro quanto il surrealismo ingenuo, attraverso la liberazione “divertita” dei propri impulsi, sopperisca da solo all’eventuale perdita del “laccio” con le mansioni quotidiane. A Treviso, la mostra di Alessandra Carloni è stata curata da Roberta Bani, per conto del Progetto “Un quadro di te”.

Citiamo la tavola parolibera di Govoni dal titolo Il palombaro. Questo diventa un burattino per il teatro muto dei pesci. Un’immersione frena ed appesantisce la spontaneità dell’articolazione. Ma il palombaro per Govoni è soprattutto uno spauracchio pneumatico. Esteticamente la nostra vita nel futurismo sempre di più sarà frenetica. In poesia, l’ermetismo conduce le parole ad “assorbirsi” l’una sull’altra, con articolazioni di senso quasi “a sgommare”, grazie al calligramma. Govoni cita l’attinia, e dove le sirene lasciarono i capelli serpeggianti. Quanto ogni profondità (p.s. anche dell’ermetismo) favorirà il disordine, esteticamente?

Nel quadro dal titolo Queen mask, ad olio ed acrilico su tela, Alessandra Carloni ci raffigura la testa d’una donna che è stata incoronata. Ma appare una storpiatura: per il volatile mostruoso alla visita oculistica, o forse all’immersione sottomarina (tramite il rigato balneare al biancoblu, sul muso). Le penne rimpiazzano i capelli, mentre l’oro si scioglierebbe come neve al sole… La punta più grossa è quella del naso, a carota per via del tono arancione. Noi ci ricorderemo il pupazzo di neve. Chi si lascia “abbindolare” dalle sirene dell’oro, sempre teme lo “spauracchio” d’una povertà improvvisa.

Nel quadro dal titolo Machine soul, ad olio ed acrilico su tela, percepiamo una dialettica simbolistica. L’uomo di latta è in posizione di dominio, attraverso un’altana. Ma egli non sembra in grado di reggere le “redini” del suo lavoro da spaventapasseri. Se lo affermiamo, è perché ci ricordiamo il Paese di Oz. L’uomo di latta ha un corpo tanto meccanico quanto organico, mentre deve governare una casa talmente intima (mediante il focolare) da animare persino un campo di grano, tramutando in trebbiatrice. C’è un contraltare simbolistico, per via della tecnologia che, una volta antropomorfizzata, rischia di rivendicare la propria sensibilità, oltre l’originario limite della programmazione. Anzi, l’immaginazione d’uno stantuffo complessivo regalerebbe una carezza quasi “solare”, complice la tonalità gialla. La pittrice gioca sulla storpiatura del titolo: soul e soil. Il tradizionale artificio dello spaventapasseri sarà ormai da “buttare”, in quanto appena naturalistico, rispetto alla freddezza d’una meccanica interamente digitalizzata? Oppure, il dipinto preserverà almeno l’anima umana dalle “redini” d’una robotizzazione “selvaggia”? Si percepisce il tono giallastro dell’itterizia, che pare a mascherare quello dorato dell’agricoltura intensiva, e forse per un monito subliminale.

Nel quadro dal titolo Viandante di città, ad acrilico su tela, fra gli agglomerati “pesantemente” cari a Sironi si sposterebbe un King Kong calato nella contemporaneità dei cavi digitali. La testa del drago apparirebbe confezionata, smussandosi la pericolosità dell’elettrizzazione. Nella società governata da Internet, diventa più difficile provare a nascondersi. Ma tutto è attorcigliato, tramite un semplice click. La testa del drago ha le sue piramidi di contatto, chissà se nel tentativo d’allinearsi a qualcosa, oltre il cielo cittadino. I toni del quadro si percepiscono freddamente sgargianti, come per i fili dell’elettricista (che non deve subire la pericolosa attrazione per la scossa). In mezzo al quadro, emerge la disconnessione del rigato biancoblu alla marinara. E’ abbastanza normale che si sogni l’evasione dalla “grigia” città.

Nel quadro dal titolo La Torre Velasca, ad olio su tela, si raffigura un cavaliere forse più ammencito dalla stanchezza che “ardente” in quanto errante. L’omaggio alla città di Milano è dato da una citazione che non sempre mette tutti d’accordo, complice il paradosso estetico del brutalismo architettonico. Il cavaliere ha il profilo d’un drago, e sembra afflitto dalla sua lancia. Questa non sarebbe in grado di suggerire la giusta direzione da prendere, sulla “banderuola” in alto. Le travature oblique della torre dovrebbero sorreggere in aggiunta la “misteriosa” missione del cavaliere. L’intera città è immersa in una luminosità arancione, che, se “sputata” dal drago, non gli avrebbe permesso alcun assedio. Immaginiamo che la torre nasconda le fondamenta di latta, anziché di calcestruzzo. L’atmosfera arancione sarebbe quasi “epidermica”, e volta ad accarezzare le travature oblique, sino a farle “zampillare” con l’onirismo.

Consideriamo esteticamente il quadro dal titolo Anima nobile, Torino (ad olio su tela). Per il suo omaggio, la pittrice ha scelto la Piazza Vittorio Veneto. I palazzi riescono a “sopportare” tanto il “graffio” per il tram che sfreccia, in basso, quanto il “calpestamento” per il mostro che erra, in alto. Forse la città di Torino è talmente nobile (attraverso il liberalismo aristocratico dei Savoia) da aver “civilizzato” persino le nostre paure, a livello inconscio? La calca del tram agli orari di punta rimanda ad una frenesia lavorativa. Se associamo a Milano la città “da bere”, forse per Torino varrà quella “da sorseggiare”, in tutto il relax anche culturale del caffè coi cioccolatini. Così la Mole Antonelliana, raffigurata nel dipinto, sarà in grado d’intercettare i desideri troppo “aggressivi” del mostro. Questo avrà il muso edulcorato come un “gianduiotto” (con l’annessa triangolazione).

Consideriamo anche il quadro dal titolo Un giglio fra i tetti, Firenze (ad olio su tela). La pittrice ha omaggiato precisamente il Battistero di San Giovanni. Qualcosa che la gigantografia di Dante Alighieri non sarà in grado di cavalcare… L’intellettuale dovrà posare sempre concentrato sull’introspezione! Il copricapo di Dante è “lanciato” dai gigli, e quindi attraverso la purezza dell’astrazione. Egli in vita dovette anche subire “l’onta” psicologica dell’esilio, dalla natia Firenze. Forse, soltanto la poesia riuscirà a consolare, sotto la spinta della pedagogia, allenando a capire che la dimensione spirituale, mentre viviamo, ha più valore. Il battistero ci ricorda l’ammissione del peccato originale, e la preparazione al “riscatto” dopo la morte. Rimangono i toni freddamente sgargianti, i quali non “fioriscono” unicamente a caso come dai lazzi carnevaleschi.