//Focus on artist// La sintesi alchemica nell’arte citazionista di Vito Centonze

La citazione colta, caratterizzata da influenze optical e street art, costituisce la cifra stilistica della poetica di Vito Centonze.  In particolare, le rappresentazioni dei grandi artisti del Rinascimento, da Michelangelo a Bernini, da Caravaggio a Piero della Francesca o dei protagonisti della Storia dell’arte del Novecento, quali Fontana o Burri, nonché delle scene iconiche dei cult movie italiani, caratterizzano l’opera dell’artista pugliese, declinata attraverso i linguaggi espressivi della pittura e della fotografia. Da diversi anni, Vito Centonze vive e lavora in Germania, a Dortmund, e ad ottobre inaugura, con una collettiva di fotografia, il progetto “Atelier Alchimia Arte”, che ospiterà diversi artisti ogni mese. Per la rubrica “Focus on artist”, Lobodilattice ha intervistato l’artista pugliese per delineare in modo più approfondito la sua ricerca

Sei originario di Altamura, ma vivi a Dortmund, dove insegni e realizzi le tue opere. Com’è avvenuta questa scelta? E, a tuo avviso, quali sono le differenze, per quanto riguarda il sistema dell’arte, tra l’Italia e la Germania?

Dopo aver conseguito con successo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bari, mi sono guardato intorno e, non avendo prospettive di lavorare nel settore arte come artista, grafico, designer e - ancora più utopico -  come professore di materie artistiche, ho cercato come tanti la fortuna altrove. Questo altrove era la Germania che mi offriva, appena arrivato, di realizzare una personale all’Ostwall Museum, un posto come docente di materie artistiche in un liceo (in Germania, senza troppa burocrazia, i direttori delle scuole assumono direttamente i professori in base al titolo di studio e basta!) e un’offerta incredibile di eventi culturali gratuiti! Il sistema dell’arte in Germania, naturalmente, è anche molto differente rispetto a quello Italiano. In Germania, infatti, il lavoro di artista viene preso sul serio, e, quando un artista si trova in difficoltà economiche, lo Stato lo sostiene. Ci sono, inoltre, incentivi per realizzare progetti culturali come esposizioni, residenze d’artista, cataloghi. In Italia, invece, è tutto a carico dell’artista e nessuno ti prende sul serio, dalle istituzioni alle gallerie, fino alla gente comune. Per questo, da anni vivo all’estero.

La tua ricerca pittorica, caratterizzata da influenze optical e street art, è improntata essenzialmente sull’arte citazionista, infatti le tue opere sono contrassegnate da riferimenti ai grandi artisti del Rinascimento, ma anche ad  iconici protagonisti del mondo cinematografico e a scene topiche dei cult movie che hanno fatto la storia del cinema italiano. Come mai hai compiuto questa scelta?

Tutto è nato dalla mia passione per la storia dell’arte che coltivavo fin da bambino, sfogliando un’enciclopedia sull’arte che a casa nessuno aveva mai aperto, a parte me. I miei compagni di giochi e di fantasia erano i personaggi dei quadri di Piero della Francesca, di Giorgio de Chirico, di Andy Warhol e di tanti altri artisti. Poi, crescendo, mi sono appassionato al cinema d’autore, da Fellini a Greenaway, visivamente molto vicini alla pittura che già adoravo. Tutto questo materiale culturale si è dunque sedimentato dentro di me, ed io l’ho riversato nelle mie opere.

Persino la tesi in storia dell’arte che ho scritto in Accademia l’ho intitolata: “Il Citazionismo nell’arte del Novecento – l’arte si morde la coda”, in cui ho analizzato analizza i vari artisti che, nel Novecento, hanno citato opere di altri artisti omaggiandoli. Duchamp citava Dürer, Picasso citava El Greco, Dali citava Vermeer, Ontani citava Reni ecc. ed io citavo tutti!

In particolare, parlando sempre di arte citazionista, ricorre, nelle tue creazioni, la figura storica del signore rinascimentale Federico da Montefeltro, duca di Urbino, ritratto da Piero della Francesca. Un riferimento costante, assimilato anche ad autoritratto. Come nasce questa ispirazione e perché ti senti così vicino a questo personaggio storico?

30 anni fa,  il mio primo dipinto citazionista s’intitolava: “Incontro casuale tra il Duca di Montefeltro e Mondrian nel mio incoscio”, e rappresentava il profilo nero in controluce del Duca sui quadrati rossi, gialli e blu, tipici delle opere astratte di Mondrian: due elementi così diversi e lontani nel tempo e nello stile messi insieme da me sulla tela in modo spontaneo. Da allora, il Duca di Montefeltro è diventato il mio alter ego, che mi accompagna nei miei viaggi, come uno di quei personaggi pirandelliani che prendono vita propria, e decide di inserirsi nelle mie opere, nelle mie foto, nella mia vita.

Riguardo al tuo percorso di formazione, quali sono stati i tuoi maestri ispiratori?

Per quanto riguarda la pittura, sento come miei i maestri Pontormo, Vermeer e Dalì. Ho imparato grazie a loro il disegno, la luce, la fantasia, e soprattutto l’uso dei colori. Per la fotografia mi ha ispirato molto Man Ray, e grazie a lui ho sperimentato in camera oscura le composizioni e l’uso di elementi a sorpresa. Ma il mio maestro vero e proprio, almeno concettualmente, è l’artista che ho sempre ammirato, e che ho conosciuto durante la mia tesi: Lugi Ontani. Da allora, per più di 20 anni, siamo rimasti in contatto. Di Luigi Ontani adoro la sua vasta cultura, la sua pungente ironia, i suoi lavori sia fotografici che le sue sculture in ceramica, che attraverso il suo viso raccontano in modo raffinato la storia dell’arte e non solo. Ontani impersonifica Dante, Pinocchio, Nietzsche, San Sebastiano restando incredibilmente se stesso. Questo mi ha spinto a dipingere o a fotografare dettagli di opere del Caravaggio o di Lucio Fontana, restando fedele a me stesso, lasciando un’impronta personale e contemporanea in ogni mia opera.

Qualche anno fa hai esposto anche a New York: in quale occasione?  Che impressione hai avuto della Grande Mela?

Era il 2018 ed ero stato scelto con altri artisti a rappresentare la giovane arte contemporanea italiana al Pop Up Space di New York per il premio Canova. Ho presentato tre tipi di lavori tecnicamente diversi, ma sempre con delle citazioni. La prima era una tela dipinta con dei puntini in acrilico ed era una versione moderna dell’ “Estasi di Santa Teresa” del Bernini. La seconda era una busta in cotone con il famoso bacio della “Dolce vita”, un omaggio a Fellini e a Roma. La terza era un collage della “Dama con l’ermellino” di Leonardo da Vinci con dietro dei graffiti: un connubio tra la cultura americana e quella italiana. Ho notato che il pubblico della Grande Mela era affamata di novità e di cultura europea. I newyorkesi erano affascinati dalle nostre radici artistiche che partono dal grande Rinascimento italiano per arrivare fino a noi. 

In Germania hai inoltre curato, nel 2017, la mostra “Made in Italy”, al Kunstverein di Unna, dedicata ad artisti italiani stilisticamente e tecnicamente eterogenei tra loro. Hai anche aperto la Galleria Alchimia. Com’è stata quest’esperienza? 

La collettiva al Kunstverein di Unna è stata una stupenda esperienza per me come curatore ed organizzatore. Sono riuscito a coinvolgere uno dei più grandi disegnatori contemporanei come Omar Galliani ed esporre i miei lavori accanto ai suoi mi ha riempito d’orgoglio. Poi, ho messo insieme diversi artisti di varie regioni, caratterizzati da tecniche differenti, per mostrare al pubblico tedesco come sia variegata l’arte contemporanea italiana. Si passava dalla fotografia, alla pittura, fino all’istallazione. Tutti erano meravigliati dalla nostra attenzione sul dettaglio, sulla composizione, mentre in Germania erano abituati ad un’arte più astratta e minimalista.La Galleria Alchimia è nata per promuovere il Made in Italy artistico qui in Germania.Ho iniziato con una mia personale di opere ispirate a Caravaggio, ma realizzate tutte in blu cobalto inserendo simboli come la chiocciola, il web ed altri. Sono seguite altre mostre e collettive, ma era difficile insegnare e gestire una galleria nello stesso momento.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Quello di creare  una rete di collaborazione tra artisti a livello internazionale. Ho reso il mio atelier una vetrina per artisti che ospiterò ogni mese. Ho chiamato il progetto “Atelier Alchimia Arte” e da ottobre sarà inaugurato con una collettiva di fotografia.

Torneresti in Italia?

Subito se mi dessero un posto come docente in un’Accademia di Belle Arti e la gestione di un museo come direttore.

A tuo  avviso, l’arte è rivoluzionaria?

Lo è solo a livello culturale. Ricordo che Rimbaud disse che neanche la poesia può cambiare il mondo e la sua poesia era decisamente rivoluzionaria, ma solo nel mondo della poesia.