// FOCUS ON ARTIST // Dalla scultura alla sperimentazione: la poetica di Ezia Mitolo

L’amore per la scultura e il disegno, la sperimentazione di differenti linguaggi espressivi – dalla fotografia alla poesia, dalla video-installazione alle opere realizzate con le nuove tecniche multimediali – nell’ottica dell’interazione e della partecipazione, l’impegno sociale sull’annosa questione ecologico-politica, relativa al drammatico impatto ambientale dell’Ilva di Taranto, costituiscono gli elementi essenziali dell’universo artistico di Ezia Mitolo. Proveniente da una solida formazione con i maestri Francesco Somaini e Nicola Carrino, l’eclettica artista pugliese legge in modo spontaneo il proprio mondo interiore, e lo fa attraverso un peculiare caleidoscopio di modalità espressive, anche combinate creativamente tra loro. Per la rubrica Focus on Artist, Lobodilattice ha approfondito la poetica di Ezia Mitolo con questa intervista:

Sei nata a Bari ma, fin dall’età di due anni sei vissuta a Taranto, instaurando un rapporto molto profondo con la Città dei due Mari attraverso l’impegno sociale sulle tematiche ambientali, occupandoti in primis del disastroso impatto dell’Ilva sul territorio. Nel tuo percorso artistico hai espresso le drammatiche contraddizioni politico-ecologiche della città con  l’installazione “UbIlva e altre scorie”, i video “Buon Natale da Taranto”, “Sole solo, sali più in alto” e “Sbuffi, trappole e fontane”, quest’ultimo caratterizzato da uno schermo che piange lacrime di cera. L’arte contemporanea, quindi, è anche finalizzata, nella tua opera, alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica e alla lotta  sociale. Dal 2012 hai inoltre aderito al Comitato dei Cittadini e lavoratori liberi e pensanti di Taranto. Ci racconti come si è sviluppato il tuo rapporto con la città?

Quando parlo di Taranto mi succede di umanizzarla come se stessi parlando di una persona fatta di carne e pensiero, e oggi torno anche a commuovermi nel nominarla. Sarà perché siamo state in conflitto negli ultimissimi anni e provo un forte senso di nostalgia dei nostri tempi di pace, dei tempi del sogno, del fervore del fare nella certezza del cambiamento. Taranto è una città meravigliosa ma offesa nel profondo, che resiste, muore e rinasce in un continuo flusso ciclico, palpita di vita offesa e desiderio di riscatto.
E’ la mia città, scrigno potente di tutti i miei ricordi di bambina e adolescente, e di donna matura. I sogni testardi, gli amori, la bellezza lucente degli anni ‘70 nell’inconsapevolezza del male dell’Ilva; Taranto, la città dei due mari, con il mar piccolo a due passi da casa, popolato da enormi granchi e stelle marine, l’odore delle sdraio a strisce, bianche di sale, caricate in macchina; io, bambina, sotto il cerchio di luce di una lampada a “pittare” con mio padre, le cantate stonate di mia madre che riecheggiavano dalla cucina, espandendosi insieme ai profumi nell’atrio del palazzo pieno di sole; e poi le “montagne” del quartiere Salinella, profumate di erba alta e di fiori, dove nostro padre mi portava con i miei fratelli a giocare ogni sabato all’uscita dall’asilo; i pomeriggi trascorsi a giocare in piazzetta sotto casa con mia mamma al balcone che vigilava lavorando a maglia e fumando sigarette. E poi, i primi conflitti esistenziali dell’adolescenza, le amicizie, le lotte in famiglia per le conquista di libertà. Io, che disegnavo infuriata col mondo, arrampicata sui tronchi degli alberi d’ulivo nelle sterminate campagne vicine. Il mio primo “laboratorio” dal quale tornavo a casa felice, tutta nera di ossidi e carboncino e bianca di gesso.

Sono vissuta dentro la mia città come in una placenta, scalpitando di sogni, cibandomi testarda fino ai miei 30 anni, quando ho deciso di trasferirmi a Milano, spinta dall’esigenza di confrontarmi con altre realtà al di fuori dalla Puglia avendo avviato, intanto, anche scambi e contatti con altre città italiane. Nell’ambiente pugliese, in quegli anni, avevo accumulato una discreta esperienza dell’ambiente artistico, invitata ad eventi di spessore. Salutavo Taranto con l’idea di ritornarci entro i 40 anni: fedelissima alla promessa a me stessa, sono tornata esattamente il giorno del mio quarantesimo compleanno, festeggiando divertita in autostrada. Sorrido ancora adesso ricordando la tortina comprata all’autogrill e un accendino come candelina. Dopo i primi 5 anni a Milano, mi ero trasferita a Roma cercando più calore. Mi ricongiungevo alla fine del 2006 con la mia città, ritornavo ricca di preziose e consolidate esperienze e con una spinta prepotente a dare tutto quello che potevo. Le avevo fatto una promessa.
Tornavo in un momento in cui avevo percepito con gioia anche un timido fermento culturale dopo anni di buio, ricordo ancora l’entusiasmo con cui l’avevo sostenuto fermamente, in un intervento in città, durante una serata culturale, in uno dei miei frequenti weekend al sud: a Taranto si respirava proprio aria nuova, aria di cantiere, qualcosa stava cambiando.
Ero consapevole che il grande ed unico “neo” del ritorno sarebbe stata la presenza immutata e ingombrante del siderurgico, sapevo che con quell’aria malata da respirare e quel paesaggio di fiamme e diossina avrei dovuto fare i conti; e mi sentivo addosso, gravare insieme al peso dell’aria, una grande responsabilità.
Erano gli anni in cui iniziavano a risvegliarsi le coscienze: una nuova parte della città, superando ignoranza e indifferenza, finalmente si accorgeva dei danni e delle offese subite nei decenni tra ostruzioni e inganni. La drammatica situazione ambientale, con i malati di tumore e il numero dei morti che cresceva in maniera esponenziale, diventava sempre più frequentemente argomento di discussione e anche di denuncia nelle varie associazioni ambientaliste che si costituivano sempre più numerose; si avviavano timidamente le prime manifestazioni cittadine. Tra il 2007 e il 2011, il seme della consapevolezza finalmente iniziava a diffondersi, consapevolezza che sarebbe diventata rivolta, di lì a poco. Mi muovevo in quella pancia pronta a partorire che non riconoscevo nella sua nuova forma, in movimento dopo decenni di sonno profondo e della quale ne apprezzavo lo slancio e il bisogno di gridare basta. Partecipavo ad incontri e dibattiti, leggevo avida le notizie, avevo necessità di capire, di entrare nel corpo più autentico della città, quello fatto di reale cura e amore del luogo di appartenenza insieme al bisogno di riscatto ed emancipazione. Al mio ritorno a Taranto mi era stata assegnata inizialmente una cattedra a scuola proprio al quartiere Tamburi, il quartiere tarantino più a ridosso della fabbrica dove, nei giorni di vento “a favore”, arrivavano in classe le zaffate di puzza nauseabonda di gas che dava mal di testa; ero vicina al quartiere dipinto di rosa-ossido-di-ferro dall’amministrazione comunale del momento per nascondere le sfumature rossastre dei metalli che si posavano sulle pareti. Convinta dei valori educativi e di sensibilizzazione dei laboratori didattici, e, forte delle esperienze scolastiche romane e milanesi da insegnante (a Roma avevo realizzato un laboratorio didattico sulle emozioni dal titolo “Sento il sentimento” su cui successivamente preparai la mia tesi in Didattica Museale per il Biennio di Specializzazione nell’Accademia delle belle Arti di Macerata), pensai quindi di iniziare ad agire realizzandone diversi sul tema dell’ambiente e inquinamento, e non solo nella scuola ma anche durante manifestazioni cittadine alle quali ero invitata a partecipare. Era un modo a me affine di dare il mio contributo, considerata l’esperienza e la familiarità con l’esercizio creativo e laboratoriale. Cominciai così a girare per le scuole e la città proponendo progetti per ragazzi e adulti dal gusto forte, “Ritratti d’Ilva”, “Re Ciminiera e la sua corte”, “Cucù”. Elaboravo intanto fotografie di denuncia, concentrate sull’autoscatto, che lanciavo sui social con gli occhi pieni di rabbia. Ma tutto questo non bastava, ho iniziato così a denunciare, provocare, rivelare, avvalendomi definitivamente anche dei miei canali più consoni, quelli dell’arte visiva. Era oramai inevitabile lasciarmi coinvolgere in toto dal pesante problema.
 “Ubilva ed altre scorie, ILVAlore dell’orrore” del 2011 è stato il mio primo progetto installativo sul tema ambientale, esposto in occasione di una mostra collettiva nelle marche ispirata al Re Ubu, personaggio patafisico meschino e crudele. Re Ubu era inevitabilmente identificato con la fabbrica della morte, un mostro tentacolare dalle numerose bocche urlanti soffocate dal metallo. La creatura insidiosa e subdola attraversava i muri con i suoi tentacoli appropriandosi di tutti gli spazi (l’installazione si estendeva su quattro pareti di una grande sala della Palazzina Azzurra, la location della mostra).
Nel 2012, il sequestro delle fonti inquinanti da parte della giudice Todisco e l’avvio del processo “Ambiente svenduto”, accesero le speranze di una città esausta dal ricatto occupazionale, esasperata dal dolore delle morti, stanca di dover scegliere tra salute e lavoro; l’avvio di quel processo generava una carica pazzesca e fiducia in una vera rivoluzione.
Nello stesso anno è iniziato il mio percorso di attivismo con i Liberi e Pensanti. Eravamo un gruppetto spontaneo di operai Ilva e cittadini che si riuniva in assemblee pubbliche nelle piazze della città, solo da qualche settimana prima del giorno memorabile del 2 agosto, durante il quale, all’interno di una  grande manifestazione nazionale organizzata dai sindacati per difendere i posti di lavoro messi a rischio dalla magistratura, alcuni rappresentanti del gruppo, a bordo di un tre ruote e un altoparlante con il piccolo corteo dietro a seguire, riuscirono a fendere la folla e guadagnare il palco e le attenzioni del pubblico, per denunciare pubblicamente e ad voce alta tutti i soprusi, le ingiustizie, i diritti violati in difesa anche dell’ambiente e della salute. Quel giorno, per me, è stata come una benedizione, un nuovo battesimo: ero con loro a marciare e gridare in coro “Taranto libera”, e a guadagnare la piazza con gli occhi pieni di rabbia, paura e lacrime di adrenalina; da quel momento in poi non li ho più lasciati. Una bellissima realtà di Taranto che ha favorito, attraverso una lotta sociale assidua e impegnativa, la sensibilizzazione cittadina ai reali problemi ambientali, diffondendo per le strade le verità più nascoste: era la voce vera che arrivava direttamente dall’Ilva. Ciclicamente la città sembra accantonare, rimuovere il problema del disastro ambientale, spesso basta un vuoto di novità per riaddormentarsi sugli allori: loro non lo fanno mai, loro vanno avanti senza sosta nel percorso di denuncia e propositi in un impegno costante e quotidiano. L’”Unomaggiotaranto”, è uno dei suoi figli più riusciti, il grande concerto Libero e Pensante del primo maggio che unisce qualità estrema musicale alla lotta sociale attraverso gli interventi sul palco che si alternano agli artisti, con esponenti di tante “realtà ferite” sia nazionali che internazionali. Un evento, questo, interamente autofinanziato, in cui tutti i musicisti che sposano la causa vengono ad esibirsi gratuitamente. Un grande vibrazione di bellezza. L'esperienza con il Comitato è stata ed è ancora per me motivo di orgoglio civico e profonda esperienza di appartenenza e condivisione.
I miei primi anni nei Liberi e Pensanti sono stati molto intensi: un impegno quotidiano assiduo. Partecipavo attivamente a riunioni ed assemblee pubbliche nelle piazze della città, pianificazione di eventi (pratiche del tutto nuove per me che non avevo mai fatto esperienza di attivismo cittadino), lottavo con tutte le mie forze con un impeto e dedizione che non mi riconoscevo, anche con molto dolore e rabbia per le tante nuove consapevolezze raggiunte. Ho avuto modo di entrare nelle ferite della città, quelle più profonde e, insieme a loro, cercare di guarirle. Ero ormai immersa nell’abbraccio della mia Taranto carica di fiducia nel cambiamento, convinta che oramai la fabbrica chiusa e la città - rinata in una nuova vita, economica, culturale e sociale - fossero imminenti.

Il mio primo progetto video di denuncia ambientale è “Buon natale da Taranto”, è del 2012, ed è nato come progetto fotografico formato da ritratti di cittadini ai quali ponevo sul viso, in post produzione, il sacchetto tipico della farmacia caratterizzato dalla forma che ammiccava alla barba di Babbo Natale, sacchetto a noi purtroppo molto familiare. Decisi in progress di realizzarne un video per rendere il progetto virale: avrebbe girato più velocemente sul web, superando i confini cittadini e regionali; non avevo mai realizzato filmati prima di allora, imparai le prime nozioni di montaggio in quella occasione. Soddisfatta del risultato di diffusione, nel 2013 ne progettai un secondo: “Sole solo, sali più in alto”, in cui un sole dal respiro malato sorge e tramonta sul panorama desolante della fabbrica che sbuffa senza sosta, con la particolarità dell’audio composto dalle voci corali registrate in presa diretta, ordinate in ordine cronologico, di tutte le nostre massicce manifestazioni cittadine: audio che dava voce alla protesta e alla rabbia di tutta la città. Furono entrambi proiettati durante due edizioni di “Unomaggiotaranto” e, oltre alla rete, in diverse città italiane. Arricchita dalle nuove esperienze continuavo, intanto, entusiasta, a spendermi per la città, portando avanti la mia ricerca e partecipando attivamente anche alla vita culturale e attivando diverse collaborazioni con realtà territoriali in cui ho realizzato, oltre a mostre e numerosi workshop, anche tanti progetti interattivi con il pubblico e che proponevo in diverse occasioni in itinere nelle strade, piazze, negli spazi espositivi pubblici e privati. Si intensificavano, inoltre, i laboratori didattici: “Fumi e sogni-le finestre oltre il veleno”, “L’Ilva che non c’è”, “Te la do io la terra” erano alcuni dei tanti organizzati insieme al comitato durante manifestazioni nelle piazze di Taranto, ma anche in tante città italiane in cui oramai eravamo invitati a portare la nostra voce di denuncia e raccontare la nostra realtà. Realtà che, finalmente, iniziava ad attirare l’attenzione dell’intera nazione. Sembrava che qualcosa si stesse muovendo e che si potesse avviare un cambiamento, una rivoluzione.
Ma così poi non è stato. Nel corso del 2015, infatti, ha avuto inizio la serie dei decreti “Salva Ilva” proclamati dallo Stato per salvare l’industria, e non la città. Il sogno, all’improvviso, è stato scaraventato più lontano. Non eravamo liberi dai veleni che avrebbero continuato a sbuffare dalle ciminiere, insieme agli sbuffi della nostra collera e insoddisfazione: ce li avremmo dovuti tenere, sarebbero restati lì dov’erano, a seminare morte. Nel frattempo, gran parte dei cittadini, delusi, rinunciavano alla partecipazione attiva ad eventi e manifestazioni, ricominciavano le trappole dell’abitudine al fallimento, le alzate di spalle e i “tanto, è tutto inutile”. I miei sogni iniziavano ad inquinarsi di incertezza e nuova rabbia. Il forte senso di delusione, frustrazione e impotenza l’ho espresso quell’anno nella realizzazione del doloroso e complesso progetto installativo dal titolo “Mi muovo immobile”, una struttura composta da uno schermo di cera che lentamente si scioglie al calore di dispositivi elettrici, raccogliendosi man mano, una volta liquefatto, in una vaschetta sottostante; schermo sospeso  sul quale era proiettato il video espressamente progettato per essere fruito sulla cera in scivolamento “Sbuffi, trappole e fontane”. Ci muovevamo tenaci ma invano, come restando immobili. La speranza era riposta nella vaschetta sottostante, dove si raccoglieva la cera disciolta: ricreavo testarda, ad ogni nuova esposizione, un altro schermo, bramando rigenerazione. Nel 2016, il Museo Archelogico MArTa ha dedicato un focus sul mio lavoro che partiva dall’analisi di questa opera.
 Da quel momento, la storia delle promesse mai mantenute e del futuro di nebbia si è ripetuta complicandosi ulteriormente: sono cambiati i padroni ed è rimasta la loro spietatezza. E tutto è rimasto com’era. Io no, io ho avuto un capovolgimento interiore doloroso che ha abbracciato tutta la mia vita, dal quale ancora non mi riprendo. Amo e odio, tutto qui. Non raggiungo equilibri.

Com’è, oggi, il tuo rapporto con Taranto?

Taranto resta una città incredibile, meravigliosa e accogliente, di una bellezza “inaspettata” per tutti i viaggiatori che vengono a visitarla e ripartono incantati e sorpresi. E’ una città variopinta, davvero speciale, sia dal punto di vista geografico che da quello urbanistico.
Culla depositaria di storia antichissima, germoglia sempre di fermenti creativi e di buone intenzioni, ma si porta dentro ancora troppe ferite che inevitabilmente generano conflitti e contraddizioni, inevitabili decelerazioni e disagi. Quel disagio che vive quotidianamente chi ha altre esigenze, altre aspettative, chi non si accontenta. Oggi ritengo di avere con essa un rapporto decisamente conflittuale perché so cosa manca, cosa mi manca; la vedo quando corre nel vuoto, quando si chiude in provincialismi, gioisco quando mi riempie le mani e mentre risplende di bellezza e buoni propositi. Taranto dà, Taranto toglie. È una città che, da decenni, decolla e tracolla in un moto perpetuo.
E’ sempre stata luogo di esodi: non ha mai avuto l’università, solo da alcuni anni sono in attivo diverse facoltà, sedi distaccate che dipendono dall’Ateneo di Bari. Per questo motivo, nel tempo, tante validissime intelligenze son dovute emigrare altrove, e, molto spesso, per non fare più ritorno. Questo ha sempre inficiato il ricambio delle menti: la presenza di giovani è il motore propulsivo di un luogo urbano. Una città senza studenti è una città più lenta e pronta a cadere nel circolo vizioso del ristagno culturale. L’ombra incombente del siderurgico negli anni, oltre al danno ambientale, ha anche ostacolato lo sviluppo di un’imprenditoria creativa e culturale. Adesso, da qualche anno, qualcuno sta finalmente tornando, qualcuno resta, qualcuno costruisce, annuso nell’aria nuovi fermenti. E’ cresciuta molto, infatti, in questi tempi recenti. Ultimamente si assiste ad un dinamismo culturale e sociale notevole, a nuovi entusiasmi, e questo mi commuove. La musica, il cinema, l’editoria, la letteratura, l’archeologia, il design, il teatro, nuove imprese e attività in questi ambiti si stanno intensificando; abbiamo il sorprendente Museo Archeologico MarTa completamente rinnovato da anni dalla nuova direzione, e tante diverse nuove piccole realtà promettenti che sbocciano.
 A Taranto, però, non esiste un Museo di arte contemporanea, non sono presenti Pinacoteche e gallerie di arte visiva di ricerca, luoghi di aggregazione per artisti, spazi reali di scambi attivi e condivisione. Esistono spazi ormai storici, alcuni anche nuovi e interessanti ma riservati prevalentemente all’arte moderna e solitamente legati al mercato. Taranto, città antica e zeppa di storia, possiede infinite e sbalorditive potenziali location che potrebbero essere adibite anche a luoghi dell’arte; ma ad oggi, per l’arte visiva, c’è ancora decisamente troppo poco. Si respira, comunque, aria nuova e spero che questa volta qualcosa stia cambiando davvero, per crescere e durare.

 Riguardo alla tua formazione, sei diventata in primis scultrice, studiando all’Accademia di Belle Arti di Bari, come allieva di Francesco Somaini, che consideri il tuo mentore, e Nicola Carrino. In seguito hai studiato disegno alla Fondazione Antonio Ratti di Como con artisti del calibro di Georg Baselitz e Anish Kapoor, tra gli altri. Quali sono state le tappe fondamentali della tua formazione artistica e le figure di riferimento in questo tuo percorso?

In primis, la fortuna di aver incontrato lo scultore milanese Francesco Somaini al mio primo anno di Accademia a Bari. Provenivo dal liceo artistico di Taranto, dove mi ero diplomata, come anticipataria, a 17 anni.  Ero una “matricoletta” piena di entusiasmo nel cominciare un nuovo viaggio: era stata l’ennesima scelta tutta mia, guadagnata con fatica, contro la volontà dei miei genitori.
Somaini arrivò dopo un paio di mesi dall’inizio delle lezioni, e già i collaboratori scolastici mi conoscevano benissimo, perché ero sempre l’ultima ad andare via la sera, tutta sporca fino ai capelli di pastelli, carboncino e pasticci materici vari, salutandoli impaziente di ricominciare il giorno dopo. Ci avevano informato che sarebbe arrivato ad occupare la cattedra (peraltro vacante da anni) uno scultore da Milano; ero anche andata a cercare informazioni su di lui nei volumi in biblioteca, scoprendo, incantata, la sua grande attitudine visionaria. Questo scultore, infatti, realizzava progetti monumentali incredibili. Mi sentivo una formica e l’aspettavo con ansia. E un bel giorno finalmente si affacciò in aula: ricordo che, appena varcata la soglia, volle incontrare singolarmente noi allievi per conoscerci individualmente. La prima domanda che mi rivolse - semplice, diretta e a bruciapelo – fu: “perché hai scelto il corso di scultura?”.
Somaini era una personalità mite e densa: un uomo, prima che un artista, di un’umiltà e modestia sorprendenti. Aveva un profondo senso del lavoro da scultore, oltre che dedizione verso la ricerca, che affrontava con grande serietà. Somaini sarebbe diventato il mio maestro, punto di riferimento essenziale per la mia crescita artistica, e mi avrebbe seguito premurosamente per tutto l’anno accademico e poi a seguire, negli anni successivi, sino alla sua scomparsa nel 2005. Non amava molto parlare, ma, quando lo faceva, le sue parole erano sculture che si attaccavano solide al petto e alla memoria. Io amavo molto la figura: amavo disegnare e modellare il corpo umano:  mi emozionavano profondamente i particolari di muscoli e strutture ossee, di vene e tensioni, di pieghe della pelle. Somaini -  dopo lunghe ed affascinanti disquisizioni sulla scultura contemporanea, con un’attenzione particolare anche allo studio del disegno, all’analisi sul lavoro dello scultore ed ai racconti sulla sua personale storia artistica -  invitò subito tutta la classe a sperimentare, prima attraverso disegni preparatori e poi con la realizzazione di una scultura, il passaggio da una figurazione ordinaria, classica, che caratterizzava i nostri schizzi e disegni, ad una raffigurazione che trascendesse proporzioni e racconti fedeli dei corpi rappresentati. Una figurazione che, trascendendo la fedeltà alla realtà, conservasse l’organicità del corpo ed il suo calore, senza necessariamente raffigurarlo. Naturalmente io - che avevo iniziato ad avvertire il bisogno di staccarmi da un genere di figurazione che, anche se sempre molto espressiva e legata al segno veloce, sentivo comunque ormai troppo realistica e descrittiva, percependola spesso limitante - accolsi con curiosità e fiducia la sua richiesta. Successivamente a quella prima esperienza - non dopo diversi momenti di conflitto tra il nuovo bisogno di trascendere la rappresentazione,  indagando il mio immaginario e l’antico piacere rassicurante che mi dava rappresentare e riconoscere le anatomie attraverso i canoni della figura umana - i miei “corpi” rappresentati cominciarono a cambiare: si sdoppiavano, si avvolgevano su se stessi, si aggrovigliavano trasformandosi in altra cosa. Sono sempre rimasta poi, se ci penso, in una terra di mezzo tra figurazione e astrazione. Somaini ci parlava spesso della ricerca di “stile”, della propria cifra stilistica, di identità, quindi anche di coerenza del lavoro. Modellavo l’argilla con lo stesso furore ed accanimento gestuale con cui eseguivo i disegni. Ricordo i suoi sorrisi timidi e dolci di soddisfazione quando guardava un risultato riuscito e la profonda discrezione nel suggerirmi eventuali correzioni. Somaini mi ha insegnato a studiare la scultura nei minimi dettagli dei piani formali, e anche di superficie. Ancora oggi è così, e così sarà sempre: sento i suoi occhi di fianco ai miei quando studio la forma di un nuovo pezzo. Negli anni a seguire, sono rimasta sempre in contatto con lui, anche in modalità epistolare. Gli inviavo per posta le fotografie delle nuove sculture e disegni contrassegnate con dei codici, e lui mi rispondeva e rispediva tutto con i suoi commenti scritti. Successivamente ci sentivamo al telefono per discuterne. Appena terminata l’accademia, avevo 21 anni, il mio primo viaggio da sola è stato per andare a trovarlo a Milano, per la precisione a Lomazzo, nel suo meraviglioso studio: un capannone immenso e luminoso, ricolmo di sculture in cantiere, attrezzature e materiali di ogni sorta tra cui quelle per lavorare con il getto di sabbia ad aria compressa e circondato da un vasto giardino a perdita d’occhio, allestito con le sue grandi sculture in bronzo, in marmo, in poliuretano espanso. Lo ricordo come un sogno; ricordo perfino gli odori. Somaini mi invitò anche a fare esperienza della tecnica di sabbiatura ad aria compressa, la tecnica che lui stesso utilizzava per lavorare le sue sculture; “sabbiare”, infilata in un enorme scafandro, guidata da lui, è stata un’esperienza indimenticabile, ho ancora il blocco che abbiamo “sabbiato” insieme.  Orgoglioso, Somaini mi raccontava del mito della dea Atena, nata dalla testa di Zeus, paragonando quella storia alla nostra di maestro e allieva.
Nel secondo anno di Accademia ho avuto l’altro incontro per me fondamentale con lo scultore, peraltro tarantino come me ma trapiantato a Roma da anni, Nicola Carrino, altra personalità complessa ed affascinante. Concettualmente e formalmente, la sua ricerca era l’opposto di quella di Somaini: mentre Somaini rappresentava l’organicità estrema, il calore, la visionarietà, Carrino rappresentava la misura, il concetto, la geometria delle forme, l’inorganico. Questo confronto duro e potente per me è stato fondamentale, di grande stimolo per conquistare definitivamente la mia identità stilistica.
Non è stato affatto facile rimettermi in discussione, ma ho sperimentato attenta i nuovi insegnamenti da parte di Carrino. Quest’ultimo assegnò, a noi allievi, un esercizio opposto che non partiva affatto dallo studio del corpo ma da un oggetto inerte che presentasse delle geometrie, scelto a nostro gusto, che avremmo dovuto rielaborare scomponendolo per stilizzarlo in forme minimali/modulari geometriche: il contrario delle proposte di Somaini! Naturalmente io decisi di rielaborare un bicchiere di plastica, non di vetro o altri materiali duri, già sapendo che dopo diversi tentativi drammatici falliti di scomposizioni geometriche che proprio non avrei sentito mie, avrei poi disciolto con il calore per trasformarlo inevitabilmente in corpo sinuoso e organico. Carrino comprese. E, da quel momento, con grande rispetto per la mia scelta, mi accompagnò nella mia ricerca seguendo attento i miei passi e dispensandomi preziosissimi consigli e suggerimenti. Mi raccontò, anni dopo, di avermi voluto mettere alla prova con quell’esercizio e di aver inteso subito, dalla forza del mio impeto creativo organico/gestuale - decisamente poco matematico e razionale - che era proprio quella la mia strada.
Dagli insegnamenti di Carrino, che  era anche un immenso teorico, ho imparato a concettualizzare i miei progetti, a chiedermi i “perché” e ad operare sintesi formali e stilizzazioni sulle forme troppo rigogliose che mi arrivavano a pioggia, direttamente dal petto. Ho imparato insomma a domare e dare disciplina alla mia esuberanza formale. Carrino ci parlava per ore di affascinanti teorie e concetti, ammaliandoci con la sua dialettica pacata e intensa. Dopo l’accademia, così come con Somaini, sono andata spesso a trovarlo nella sua casa a Roma ed anche quando sporadicamente veniva a Taranto ci incontravamo. Inoltre, grande è stata per me l’esperienza di aver esposto insieme a lui, otto anni dopo l’Accademia, ad una grande rassegna di arte contemporanea di artisti pugliesi, “ Arte & Maggio/Arena Puglia”, realizzata a Bari, nel cui ambito ho vinto il primo premio della sezione giovani. Anche altri artisti docenti che gravitavano in Accademia mi hanno lasciato segni, come Adele Plotkin del corso di Psicologia della Forma, Mirella Casamassima per quanto riguarda la Storia dell’Arte, Pantaleo Avellis per le Tecniche del Marmo, Anna D’Elia per la Didattica dell’Arte.
Quando ho terminato l’accademia, il mio primo pensiero è stato il desiderio di avere uno spazio, un laboratorio dove continuare a lavorare sulla mia ricerca e sulle mie sperimentazioni, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti. Trovai un casotto sgarrupato di due metri quadrati a pochi passi da casa, all’ombra di un grande albero: era il mio primo paradiso, ed ero felicissima. La scultura e il disegno erano per me ancora due mondi strettamente legati, i disegni erano ancora prevalentemente progetti di sculture e installazioni, tante mai realizzate per mancanza di mezzi, di esperienza e possibilità: sono progetti che conservo perché ritengo siano ancora uno spunto valido per nuove installazioni. Non mi fermavo mai.
Il disegno è diventato, per la mia ricerca, un linguaggio autonomo a tutti gli effetti, dopo le altre due fondamentali esperienze di formazione in occasione delle due edizioni, una del 1989 e l’altra nel 1994, del “Corso Superiore di Disegno”. Questo evento, realizzato negli spazi della Fondazione Ratti di Como, consisteva in seminari/residenze curati da Somaini e dal pittore comasco Giuliano Collina. In quegli anni ho avuto il privilegio di avere come insegnanti Arnulf Rainer, George Baselitz, Karel Appel, Anish Kapoor. I ricordi di quelle due esperienze sono infiniti: il confronto quotidiano con grandi e affascinanti menti, dalle personalità artistiche così diverse tra loro, avere a disposizione ogni istante i loro insegnamenti, i loro consigli e consensi, suggerimenti, i disappunti o la loro ammirazione, vederli muoversi tra noi allievi in un modo che diventava, giorno dopo giorno, sempre più familiare, confidenziale, d’intesa (con Karel Appel, durante la festa di saluto che si organizzava ad ogni fine corso, ho anche ballato uno scatenatissimo rock and roll!): tutto questo ha rappresentato per me un’esperienza molto istruttiva ed indimenticabile. Rainer e Baselitz mi hanno aiutato a liberarmi dai limiti delle piccole dimensioni: Rainer mi ha permesso di liberare il mio gesto, il segno, l’inconscio, mentre Karel Appel ha tirato fuori l’aspetto emozionale, sensuale, dei miei corpi astratti. Kapoor, inoltre, mi ha portato a riflettere profondamente sulla sintesi delle forme e sull’aspetto spirituale/meditativo del processo di creazione. Potrei scrivere tomi su queste esperienze. In tutte e due le occasioni sono stata premiata.
E poi, noi allievi. Quanti italiani, ma anche tanti stranieri! Tutti desiderosi di conoscerci reciprocamente, sempre impazienti di confrontare le nostre differenti culture, esperienze di vita e ricerca, e nello stesso tempo così “vicini” dentro, così simili. Indimenticabili sono state quelle ore infinite, trascorse a disegnare, tra fervore creativo, scambi di vedute e di battute, tra fatica e briciole di panini addentati con le mani sporche di carboncino. La partecipata condivisione di tutto non era dettata dall’esigenza di competere, gareggiare, ma era brama di conoscere, capire e crescere. Erano, quelle, le prime residenze artistiche organizzate in Italia e si vivevano intensamente, c’era da imparare. Ora penso che nessuno perdesse tempo a pubblicare il selfie con Kapoor, era quello tutto tempo di lavoro corposo e senza distrazioni. Tante sono state le amicizie nate da quelle esperienze, alcune delle quali durano ancora.

Ti esprimi soprattutto attraverso la scultura e il disegno, ma spazi anche attraverso la fotografia, la poesia e altri linguaggi artistici. Quando, infatti, ti sei trasferita da Milano a Roma, nel 2003, hai iniziato a sperimentare progetti interattivi/partecipativi con il pubblico, sculture interattive, nuove tecniche multimediali, dalle opere video alle performance. Come gestisci la creazione artistica attraverso i diversi canali espressivi?

Io non gestisco le creazioni artistiche, sono loro che gestiscono me: mi chiamano al bisogno. Ogni idea, “visione” interiore più profonda, si presenta con il suo linguaggio espressivo preferenziale che sgomita e si fa strada nel cervello, guidando poi le mani che fanno. Le mani, nel mio lavoro le onoro. E’ come un’ansia che preme e spinge per essere catturata in un’immagine, e che può concretizzarsi attraverso un segno grafico, una scultura, un video, una parola, un tutto insieme. Non riesco a scorgere nessuna differenza di intento tra lo scrivere una poesia o realizzare una scultura, un disegno, progettare un’installazione, un video o lavorare su un progetto fotografico. Non riesco a delineare confini. Per quel che mi riguarda non c’è differenza di impegno e lavoro concettuale se non nel risultato estetico finale: il processo creativo è lo stesso. Così come non riesco a separare la mia vita dall’arte, è tutto un tutt’uno. Contamino spesso anche gli stessi linguaggi: è stata una mia predisposizione sin dagli anni ’90; la mia ultima grande installazione “Madre pensiero” presentata a Los Angeles nel marzo 2019 è realizzata infatti con disegni e sculture che quasi si fondono insieme, ho progettato installazioni di fotografia, scultura e disegno, video performance di disegno e scultura, installazioni di scultura e video.
Fondamentale è dare continuità alla propria ricerca mantenendo coerenza e lavorando con disciplina. Lavoro molto anche su questo.
Dal 2003 progetto e realizzo lavori interattivi/partecipativi on going project con il pubblico, interazioni in cui il corpo, il “mezzo” estetico e il contatto-scambio tra le persone sono i principali protagonisti. Sono progetti in cui i fruitori diventano parte integrante dell’opera, facendo esperienza del processo di creazione e condivisione. Uno scambio sensoriale, estetico/emotivo che li conduce, attraverso l’esperienza diretta di corpi che si relazionano e mani che fanno, a misurarsi e dialogare intimamente con se stessi, per giungere poi alla scoperta della “somiglianza” con “l’ altro” nel quale “riconoscersi” in un interessante gioco di specchi che accomuna e avvicina.
Ho da sempre ritenuto che l’esperienza partecipativa del pubblico potesse schiacciare infatti quella “distanza di corpo-emozione”, che caratterizza il sistema complesso e alienante in cui attualmente ci muoviamo, un sistema in cui l’avvento invasivo della tecnologia e il suo utilizzo malato ha sconvolto rapporti e relazioni chiudendoci inevitabilmente in una condizione di autoisolamento e solitudine. Il confronto più diretto e veloce con l’altro, oramai, è soprattutto virtuale. Appartengo alla generazione del telefono della Sip e della Tv con tre canali, ed ho assistito nel tempo a tutti questi cambiamenti, alle repentine nuove trasformazioni che iniziavo a sentire “minacciose” già dai primi anni del 2000, quando ho sentito l’esigenza di voler sperimentare le prime interazioni.
La partecipazione attiva e fiduciosa, soprattutto da parte del fruitore “acerbo” a questo tipo di esperienza, credo abbia anche valore di sensibilizzazione ai più svariati linguaggi comunicativi dell’arte contemporanea, spesso difficili da comprendere senza un’esperienza diretta ed un confronto con l’artista. Quasi sempre, infatti, ho proposto questi progetti in spazi pubblici, liberando il processo creativo da una situazione elitaria nella quale spesso è relegata l’arte visiva, ad una più “popolare”; ed ogni volta è diverso: cambiano i luoghi, le persone, lo spazio, le reazioni. Per questo sono progetti “on going”. L’impulso a realizzare progetti di tale tipologia, oltre ad essere un mio bisogno ciclico personale di espandermi all'esterno superando solitudini, credo che sia legato anche ad una mia curiosità sociologica ed antropologica. Ora, nell’era del Covid, naturalmente non potrò realizzare nessuno dei miei consueti progetti, perché sono tutti categoricamente improntati sulla relazione di corpi e sulla manipolazioni di materiali. Ma ho già pensato a qualcosa, nell’ottica dell’adattamento alle nuove norme: un progetto interattivo che presenterò a Roma nella prossima personale “Vorrei pensare a quadretti”.

Insomma. Il mio lavoro è un “popolo” con le sue esigenze e richieste continue, è un popolo brulicante; ed io provo ad assecondarlo sfidandomi sempre. Amo sfidarmi, amo pentirmi, mi odio quando mi dispero e mi lagno per la fatica e lo stress emotivo, organizzativo, ma poi ricomincio ogni volta carica di entusiasmo, come se niente fosse; dimenticando sempre tutto il resto. Spesso non sopporto questa folla nel cervello, il suo vociare senza sosta, anelo ad isole deserte bramando la dimensione del silenzio e del tempo lento; ma ogni volta poi, mi rimetto in discussione e riparto a razzo.

Sebbene sperimenti diversi linguaggi, la scultura e il disegno restano i miei padre e madre, e spesso tutti i progetti sono riconducibili al volume e al segno. Fare scultura mi tocca emozionalmente nel profondo: il volume, la materia, è contatto diretto, corporeo; osservo, accarezzo, prendo, acchiappo, abbraccio le forme mentre lavoro e mi affatico, me le sento addosso e con loro mi scontro e mi fondo. E’ un rapporto di scambio emotivo e corporale che considero molto potente. La scultura necessita anche di tempo meditativo. Quando si sceglie la scultura non si sceglie l'attimo, la velocità. Si sceglie il tempo lento del lavoro, il tempo complesso delle tre dimensioni che chiedono sottovoce, in una dolce turnazione “sto bene così?”…  “e così?”.
Il segno disegnato, lasciato sulla superficie bidimensionale, è invece il diretto prolungamento del movimento di un pensiero, è la tensione emotiva di quell’attimo che si cristallizza nell’immediato quando ancora è tutto totalmente inconscio. E’ l’inconscio che mi comanda. Tanto che, alle volte, guardo quello che ho fatto e solo dopo capisco i “perché”, spesso anche spaventandomi. Disegno con pastelli e pigmenti perché ho bisogno di avere la velocità e la distanza minima tra il foglio/superficie e la mia mano, di avere le dita sporche, in una continuità col segno disegnato.

Sì, è stato negli “anni romani” che ho sperimentato per la prima volta l’interazione con il pubblico attraverso la scultura. Presentai il mio primo progetto di sculture interattive/partecipative, intitolato “I grifi sibilanti” alla Quadriennale di Roma nel 2003. Il pubblico doveva soffiare all’interno delle bocche di grandi colli e teste in cera e terracotta che fuoriuscivano dal muro, e che emettevano sibilii (ottenuti meccanicamente, non digitali) come aliti di vita; un lavoro, questo, sul trapasso dalla vita alla morte, rivisto al contrario con l’intervento esterno del fruitore. Anche le tecniche multimediali si sono affacciate per la prima volta in quegli anni, come quella della video performance. E’ del 2004 “Cuore fitto di rotaie” e del 2005 “Ombramalombra, il dialogo muto dell’empatia”, un progetto, quest’ultimo, sul rapporto empatico nelle relazioni tra le persone che è diventato un on going project e che porto ancora in giro per l’Italia e l’estero. In questa occasione sperimentavo, per la prima volta, l’uso di un telo elastico di lycra, ripreso da una videocamera in presa diretta, sul quale era proiettato il volto di un volontario del pubblico. Questo interagiva, con gesti ed espressioni,  con un’altra persona che, al di là del telo, entrava in interazione, spingendo sulla stoffa con tutto il corpo.  Era questa una sorta di “visualizzazione” del processo empatico. A Roma, inoltre, a dispetto del nero profondo degli anni precedenti e di qualche timido pigmento colorato che iniziavo a sperimentare, c’è stata, nella mia ricerca, la scoperta del “colore” bianco in scultura, e l’approfondimento dell’uso della cera come parte integrante delle mie installazioni scultoree, ai tempi prevalentemente in terracotta e gesso. A Milano avevo invece realizzato le mie prime grandi installazioni di sculture ed avevo approfondito e inserito nel mio percorso artistico la fotografia, prevalentemente incentrata sull’autoscatto.

Ugo Foscolo afferma che la poesia costituisce lo strumento per raggiungere l’immortalità da parte dell’uomo. Il tuo rapporto con la poesia è molto intenso: oltre ad aver avviato diverse collaborazioni con libri e riviste, hai realizzato “FRANGE.disegni parlati”, un libro di “scrittura poetica” che riveste un ruolo molto importante nell’ambito della tua ricerca. Pubblicato nel 2019 da Edita@ Casa Editrice & Libraria, “FRANGE” è una raccolta di 40 poesie che si connettono idealmente con altrettanti disegni. Cos’è per te la poesia? E perché hai scelto il titolo “Frange”?

Per me la poesia ha sempre avuto valore di canto e urlo interiore, è un modo diverso di esprimere e rivelare dal profondo pensieri ed esiti di riflessioni attraverso l’uso immediato della parola. Da piccola non avevo mai pace (non che adesso ce l’abbia, sia chiaro). Non sopportavo l'idea di annoiarmi, dunque riempivo tutti i momenti di potenziali vuoti con piccoli giochi divertenti, e uno di questi consisteva nello scrivere poesie. Ho iniziato con brevi componimenti in rima, indovinelli e giochi di parole. Tante poesie erano accompagnate da disegni. Quando da bambini e preadolescenti c’era pochissima Tv e niente Tablet,  iPad, cellulari, computer, e invece c’erano molti giochi all’aria aperta e tanti libri da leggere e guardare, mi immergevo tra i volumi per me indimenticabili (li conservo ancora affettuosamente) dei “I quindici”, che le persone della mia generazione ricordano benissimo, una collana enciclopedica di libri, tutti sistematicamente illustrati con disegni realizzati sulla base di svariate tecniche da tante mani diverse: erano volumi suddivisi per argomenti. In realtà questi testi non approfondivano niente a livello scientifico e geografico, e non li utilizzavo mai per le ricerche della scuola, ma trovavo fossero attraenti riguardo i contenuti di letteratura e delle tecniche del “fare”. Inoltre, nei momenti di gioco, questi volumi erano indispensabili e vivevano sulla mia scrivania insieme a fogli, colori, penne, colla, cera pongo e intrugli vari.  Il mio preferito, oltre ovviamente a “Fare e costruire” e “Racconti e fiabe”, era “Poesie e rime”. È tra quelle pagine che ho incontrato, sin da piccolissima, la poesia e i primi poeti. Ricordo quanto apprezzassi Gianni Rodari, di cui oggi ho tutti i libri, e le sue poesie e filastrocche fantasiose e divertenti che facevano riflettere ridendo. Man mano che passavano gli anni e crescevo, la scrittura diventava sempre più intima; a undici anni avevo iniziato anche a scrivere un diario, “esercizio” che non ho mai abbandonato, lo scrivo ancora. Il diario, però, era il racconto quotidiano, l’analisi giornaliera, lo sfogo emotivo di dolore, gioia, ansia e disappunto; la scrittura della poesia era la “cima” di tutto, nasceva quando le emozioni raggiungevano l’apice di intensità, racchiudendo tutti i dettagli in una visione globale di un percorso emotivo profondo, e spingevano nella loro pienezza compiuta per rompere i margini del racconto esteso, diventando sintesi intensa e ritmata di parole: il “succo” di tutto trasformato in canto.

Penso che certi movimenti interiori non possano essere raccontati, espressi se non attraverso la parola poetica, la trasposizione in verso armonico a cui il ritmo dona una sorta di ordine, equilibrio, armonia necessari. Tutto diventa fluido, regalando sollievo e chiarezza. Le parole hanno una bellezza evocativa ineffabile e sublime. Non lo sapevo ancora ma era già così. Da allora non ho mai smesso di comporre poesie, ed ovviamente l’ho sempre fatto per esigenza intima e personale, senza mai immaginare che un giorno sarebbero state raccolte in un libro. La scrittura per me è anche memoria: vivo di appunti: ne prendo in continuazione, li lascio su foglietti, block-notes, diari, persino sui muri quando mi arrivano idee e non so dove scriverle; lascio tracce senza sosta e la mia casa un giorno esploderà.

Il mio libro “Frange” nasce dal titolo di una poesia contenuta nella raccolta, mentre l’aggiunta del sottotitolo, “Disegni parlati”, è nata da una mia esigenza di indicare anche la presenza dei disegni; nell’espressione ideata, “disegni parlati”, c’è infatti l'inscindibilità delle parole con il segno grafico come scrive, nella postfazione contenuta nel volume, la storica dell’arte Cristina Principale: [Segno e parola hanno difatti la stessa funzione, coincidono nelle intenzioni, negli umori e titoli, come fossero un’unica immagine interiore, figlia della stessa intuizione che ha percorso poi crescite diverse.]. La casa editrice è una seria e impegnata realtà di Taranto che svolge questa funzione nel territorio da 20 anni.
Le frange mi affascinano perché sono movimento, fluttuano in prolungamenti, diramazioni, la frangia parte da un corpo fermo che, muovendosi verso l’esterno, si sfalda, si sfilaccia in propaggini protendendosi più lontano, aggrovigliandosi anche, e poi sbrogliandosi; e tendendo verso il fuori, i prolungamenti si allontanano come un desiderio smanioso di spingersi oltre, desiderio di raggiungere una meta possibile. E mentre si muovono, intanto “sono”, sono impulso, emotività, tensione, cambiamento, metamorfosi in infinite forme diverse : lo stesso movimento emotivo che avviene nella nostra psiche, consapevole o inconsapevole che sia; e che avviene in questa raccolta. Progettare ed impaginare un libro è stata una bellissima esperienza, mi affascinava l’idea di raccontare i miei movimenti interiori tradotti in poesie e disegni nell’oggetto volume, un oggetto tridimensionale; per questo, da scultrice, ho lavorato all’interno di esso, facendo interagire i disegni sulle pagine come fossero piccole installazioni site-specific da allestire in uno spazio a più stanze. Ogni pagina doveva avviare un ritmo di composizione in dialogo formale con la pagina seguente e quella precedente, per raggiungere, nella fruizione di tutte le pagine, un movimento di ritmo equilibrato. I disegni in alcune di esse finiscono nel centro come risucchiati, in altre spuntano e fuggono dai margini, oltrepassando i limiti. Per i testi è lo stesso: si intrecciano con le immagini in giochi di collocazioni e misure moventi. Le poesie sono una selezione di componimenti degli ultimi sette anni e produrre per ognuna un disegno è stato un esercizio immediato, dal momento che per me ogni poesia ha una sua “faccia”: sapevo benissimo da quale “visione” interiore fosse nata, non ho fatto altro che tradurre in immagine grafica da fondere con il testo. E, ritrovarmi “Frange” tra le mani, una volta stampato, è stato come ricevere in braccio dopo un parto il proprio figlio, una gioia incredibile, sembravo una bambina: l’editore ancora ricorda quel momento, ovviamente ridendo con me; e quel giorno, insieme alla gioia, ho provato un senso pazzesco e inatteso di nudità, ero nuda davanti a tutti quelli che l’avrebbero sfogliato.

Luciana Cataldo, scrivendo del tuo lavoro, ha citato  il testo di Eckhart Tolle : “nessuna danza sul bordo dell’esistenza consente la salvezza. La vera via è un percorso iniziatico che precipita a ritroso, tasta l’umida oscurità dell’ignoto interiore,  sgretola i fiumi del ‘corpo di dolore’, riportando la vita in superficie ad un fluido intersecarsi di emozioni”. Sei d’accordo con queste considerazioni?

Certamente, non è un caso che la storica dell’arte Luciana Cataldo abbia scelto questa citazione per scrivere del mio lavoro nell’introduzione del libro Frange.
La mia ricerca è tutta un’immersione, anche spesso molto dolorosa: prima di comunicare, esprimere contenuti all’esterno, sento prepotente la necessità di entrare in relazione intima e profonda con me stessa, misurandomi con i punti di forza ma anche, e soprattutto, con la mia fragilità, le mie ombre; e posso dialogare con le mie ombre solo immergendomi nell’oscurità, osservandole da vicino…ci facciamo certi discorsi laggiù! Dopotutto, un’esperienza senza crisi, che non passi attraverso uno sforzo di ricerca, è priva di qualsiasi carattere creativo: se non vediamo il problema, non cerchiamo soluzioni nuove.
In una costante tensione interna, immersa nel centro di me stessa, “vedo”, riemergo, e rivelo, racconto/riporto fuori. Attraverso l’espressività delle forme create, invitando a nuove consapevolezze, cerco di rendere visibili i nostri complicati processi psichici: è questo da sempre il cuore della mia ricerca. E’ come se “materializzassi” i sentimenti e i loro processi di metamorfosi rendendoli tangibili, fatti di “materia”, tanto da poterli toccare, smascherare, riconoscere, riequilibrare per azzardare nuove metamorfosi e resurrezioni. Processi e meccanismi che sono comuni a tutti.
Tutta la mia poetica è legata, quindi, al nostro complesso dinamismo psichico, agli intimi passaggi, alle nutrizioni, metabolizzazioni e trasformazioni di dentro, alla memoria archetipica, all’inconscio collettivo: dinamiche emotive consce ed inconsce della nostra vita interiore. Il nostro pensiero, determinato da questi meccanismi, si evolve in un dinamismo continuo di cui, il più delle volte, non siamo consapevoli, non comprendiamo i passaggi, restando a vagare nel disordine emozionale e sottovalutandone tutte le conseguenze. E’ un universo mobile che mi ha sempre affascinato, perché è solo lì che può avvenire ogni cambiamento individuale e poi inevitabilmente collettivo. E’ da lì che parte tutto. Siamo in perenne mutamento, evoluzione interiore, armonia e conflitto, moriamo e rinasciamo ogni istante.
Imprescindibile dalla psiche, è il corpo, magnifica e affascinante architettura, sistema complesso di relazioni e connessioni, che si muove nel mondo custodendo e spargendo il pensiero attraverso le sue azioni. Formalmente, soprattutto con la scultura e il disegno, spezzetto, amputo, deformo, seziono e trasformo il corpo e i suoi dettagli per afferrarne gli aspetti misteriosi e nascosti, cercando nuove trasformazioni e nessi tra le parti; quando lavoro sulla modellazione di una forma ho bisogno di farlo con materiali molto malleabili, duttili come l’argilla e la cera in scultura; per assemblare uso materiali più resistenti alla forza da tagliare, segare, grattare con la raspa. Ho bisogno di modificare e ritrasformare innumerevoli volte durante il processo di creazione, di togliere e aggiungere. Quando disegno è lo stesso, preferisco utilizzare pastelli e varie tecniche “morbide” che mi permettono di ottenere chiaroscuri ed effetti tridimensionali. Tutto il mio lavoro si sviluppa in “frammenti” che hanno un movimento di tensione verso l’esterno, che vanno sempre incontro a qualcosa. Ho sempre bisogno di mettere in relazione, di creare collegamenti: in scultura, prolungamenti articolati dislocandosi da corpi nodali centrali si allungano, protendendosi nello spazio circostante; i disegni sono sempre interrotti sui margini, fortemente presenti ma sfuggenti, cercano la continuità altrove, così come accade tra le pagine del libro Frange. Nulla si blocca nell’attimo della fine, piuttosto viene “fermato” durante la sua metamorfosi.

Durante il lockdown di marzo 2020 hai partecipato alla call del progetto Covid 19 C.O.C.A. Story, in cui racconti la tua quarantena con un testo scritto ed un autoritratto. Inoltre, sempre in quel periodo, hai realizzato il progetto “Corona senza lode”, che comprende le creazioni artistiche realizzate durante il lockdown. Ci parli di questa tua iniziativa?

”Corona senza lode” è una raccolta che racchiude tutto il mio lavoro svolto durante la quarantena: un insieme di progetti che comprende diverse poesie, disegni e sculture, fotografie, alcuni video e un progetto  fotografico interattivo con il pubblico. Nel marzo scorso, appena entrati in lockdown, pieni di sgomento, ho creato una cartella vuota sul computer con questo titolo, arrivato in un lampo. Sapevo che l’avrei riempita.
A prescindere dal profondo dolore e preoccupazione strettamente legati al virus, alla salute pubblica e a quella dei miei cari, immaginavo che la mia vita non avrebbe avuto modifiche eclatanti: trascorro molto tempo in casa e nello studio, perché amo il mio lavoro. Una volta interrotto il chiasso di voci, dei rumori frenetici nelle strade, delle corse concitate di passanti, tutto era momentaneamente sospeso, e attraversando questa nuova dimensione del silenzio e del tempo fermo, ho ritrovato una grande concentrazione (io che già dalle elementari ero la disperazione della maestra per la mia testa sempre tra le nuvole): era dolcezza della quiete e gusto del compimento. Come in un blackout improvviso, l’interruzione del caos del tran tran quotidiano a favore del silenzio ammaliante e conciliante, aveva generato una calma che si espandeva lenta, apriva le braccia e accoglieva. Così, rallentando lo sguardo sul mondo che all’improvviso si era fatto piccolo, spopolato e zitto, ho avuto modo di ritrovarmi introiettata dentro me stessa, in un fluido morbido e continuo senza scomode interruzioni, in un quotidiano diverso e stimolante. Da questo nuovo sentire è nata la raccolta “Corona senza lode”. Ho progettato e realizzato tre sculture, la prima, scomponibile, dal titolo “Monumento ai caduti e a chi si salverà”, composta da quattro elementi metaforici; il pubblico spostandoli può modificarne la composizione e le relazioni tra le parti ribaltandone il significato. La seconda, sempre interattiva, dal titolo “Gira e rigira”, è un cubo a parete che può ruotare manualmente con l’intervento esterno; con il movimento di rotazione, dal suo interno si affacciano e fuoriescono parti di una scultura semimobile; ad ogni giro il cubo assume una posizione diversa, unica; infine, una barriera di cotone lavorato all’uncinetto ne impedisce la caduta, frenando lo slancio libero, ma allo stesso tempo proteggendone le parti. L’ultima scultura che ho realizzato è “Sulle punte”, un delicato e quasi sognante tentativo di riaffaccio ad una nuova rinascita, in una dimensione di sospensione: la scultura è infatti poggiata sulle punte di un drappo sotto il quale non ci sono piedi, sostegni stabili. “Ricami del silenzio” è un progetto fotografico, una serie di scatti realizzati ritraendo sia ombre e luci proiettate sui muri che oggetti della mia casa nelle più svariate e insolite ore del giorno e della notte: giochi di luci ed ombre che non avevo mai notato prima, nella consuetudine degli orari di veglia e sonno. Ho inoltre realizzato una raccolta di circa 50 piccoli disegni, intitolata “Appunti di un pesce fuor d’acqua sempre più solo”. E’ questo un progetto che porto avanti dal 2000 in cui ciclicamente, dopo ogni tot numero di anni, ripropongo piccoli disegni realizzati su carte personali di appunti, inquadrati nel tempo presente dopo aver modificato parte del titolo. Ho realizzato, inoltre, diversi video nei quali interpreto le mie poesie mentre sono seminascosta in diversi angoli della casa, fondendomi quasi con essa, con l’audio di sottofondo registrato in presa diretta dalle notizie che passavano in tv e dai suoni nuovi e surreali della città. Infine, ho realizzato un progetto fotografico interattivo - questa volta, mio malgrado, destinato alla rete - dal titolo “Le ombre perfette sono quelle che possiamo scegliere”, in cui interagisco con le ombre degli oggetti a me più familiari in quei giorni di isolamento. Il pubblico era invitato ad interagire, in una modalità a distanza, realizzando un autoscatto e seguendo le mie indicazioni; dalla raccolta di tutte le immagini, avrei poi ricomposto un lavoro unico, collettivo. Per completare il mio archivio digitale ho anche fotografato ad alta risoluzione tutti i disegni realizzati dalla fine degli anni ’80 al 2000, un lavoraccio. E, mentre lavoravo al computer, ho digitalizzato le famigerate audio cassette dei ricordi di quando ero bambina, adolescente e adulta, tra cui anche quelle registrate durante le due residenze alla Fondazione Ratti delle lezioni dal vivo dei docenti,  che comprendevano le mie considerazioni e gli scherzi con i compagni di corso. Un patrimonio di ricordi, questo, che custodisco gelosamente.
Poi ho scritto diverse poesie, non sono mancate neanche quelle: mi arrivavano di notte, quando faticavo ad addormentarmi; per non interrompere i flussi e per mia pigrizia personale, ho iniziato a scriverle direttamente sul mio comodino: funzionalissimo!
E, come ogni volta, guardandomi indietro dopo un enorme fatica, mi chiedo “Ma come ho fatto??? Ero io??”, come sto facendo adesso, rileggendo quello che ho raccontato.
Ma ho già ricominciato a buttarmi a capofitto in altri progetti.

Cosa pensi del ruolo che l’arte contemporanea dovrebbe ricoprire nell’era del Coronavirus?

A quanto pare, il problema coronavirus non sarà risolto presto come invece si pensava durante l’estate e sarà destinato a protrarsi in un tempo ancora indefinito di incertezze, sospensione, confusione e continui cambi di programma. Noi siamo animali sociali, casse di risonanza di relazioni e condivisioni; il contatto tra corpi, l’interazione con l’altro sono vitali per la nostra salute emotiva. Costretti invece al cosiddetto “distanziamento sociale”, che inevitabilmente si traduce in distanza fisica, distanza interpersonale, paura del contatto, paura dell’altro e quindi chiusura relazionale, sprofondiamo in un inevitabile distacco dal mondo e in variegate solitudini. A mio parere però questo virus, in maniera fulminea, sta solo aggravando un processo di isolamento che era iniziato già molto prima con la rivoluzione tecnologica esplosa negli anni 2000, che nel tempo, ci ha lasciato smarriti e frastornati. E sempre più soli.
 La quantità infinita di mezzi di informazione e condivisione virtuali certamente ci hanno reso la vita più facile; ormai indispensabili come piccole protesi, cellulari, computer ci permettono di raggiungere in tempo reale qualsiasi notizia e informazione, di condividere idee e di comunicare con il resto del mondo anche dall’altra parte del pianeta, ed abbiamo visto quanto la tecnologia sia stata fondamentale durante il primo lockdown; ma, con il passare del tempo, ne abbiamo decisamente abusato e siamo rimasti catturati in un caos che oggi stordisce. Io credo che oramai non siamo più in grado di gestire in modo costruttivo le interminabili stimolazioni continue che interrompono continuamente l’attenzione su tutto quello che andrebbe invece approfondito, che avrebbe bisogno di tempo di assimilazione, che avrebbe necessità di essere accarezzato con le mani. La velocità di immissione dell’informazione e la sua rapida fruizione non può che generare superficialità; e superficialità è allontanamento dal profondo. La rete è diventata un susseguirsi sovrabbondante di flash, di frammenti veloci che ipnotizzano chiudendoci sempre più frequentemente in un mondo di “non finito”, disorientamento, omologazione e solitudine; la smania generale della condivisone virtuale giornaliera sui social per esempio mi agghiaccia; e la dice lunga.
L’arte contemporanea è l’arte del nostro tempo, quindi credo che, in questo tempo-virus, dovrebbe certamente continuare ad avere il ruolo di “cura”, regalando con generosità e anche provocazione, nuove visioni, spingendo a guardare avanti, oltre; ma a maggior ragione adesso, l’arte dovrebbe approfondire il compito di riportare, restituire al mondo l’immagine di un’umanità vigorosa capace di empatia, in comunicazione intima e profonda con se stessa. L’arte dovrebbe ridare fiducia all’uomo ed al suo modo di relazionarsi con il mondo fuori, ed ancor più di prima farsi strumento di riflessione per accrescere consapevolezze; ricordare che siamo fatti di carne ed emozione, ricondurre il corpo ad elemento portante di relazioni nel contatto reale tra le persone e la natura che ci circonda, anche schiaffeggiando, e graffiando. Ci sono certe “azioni” intime che non possono scomparire del tutto e che vanno recuperate e rinforzate attraverso una rieducazione a quelle “pratiche” che ci rendono umani. Ed è proprio da questo momento storico che bisognerebbe ripartire, viene offerto in un piatto d’argento. Io spero nella nausea degli schermi, dopo tutto questo vociare nel vuoto di una stanza. Con la mia ricerca, lavoro da sempre sulle tematiche del corpo e della mente e continuerò tenace con più convinzione di prima. Spero che l’arte contemporanea, in questo tempo anomalo, prenda per mano questo processo, indichi una via possibile.

Qual è la tua opinione sul sistema dell’arte e sulla condizione dell’artista nella postmodernità?

Tutto molto bello e poetico, viscerale potente e passionale il nostro lavoro; chi ci guarda da fuori pensa “Però! Che bella la vita degli artisti!”. Invece non è proprio così. Come per tante categorie per le quali non è mai riconosciuta una professione nella totalità e complessità del suo impegno, anche il lavoro dell’artista non è solo esprimere, creare, progettare e realizzare. C’è un lato a mio avviso molto meno poetico: quello legato alla promozione del proprio lavoro. Dopo aver completato ogni progetto, ogni opera, dobbiamo farli conoscere al mondo e mantenere sempre vivo l’interesse del pubblico. Un vero e proprio lavoro “parallelo”, necessario e indispensabile.
Oltre ai compiti, che siamo chiamati a svolgere, relativi all’ aggiornamento del portfolio, della biografia e curriculum, fotografie delle opere e cura dell’archivio fisico e digitale, step anche gratificanti in corso d’opera, ci sono quelli che hanno a che fare specificamente con la rete: newsletter, mail, aggiornamento dei social, pagine, profili, aggiornamento del sito web, e chi più ne ha più ne metta. Compiti spesso faticosi e complessi che richiedono la stessa attenzione del momento di creazione e produzione, la stessa disciplina, metodo e tempo, soprattutto tempo. E non è affatto facile, immediato e gustoso per tutti conciliare l’aspetto visionario, puro, del processo di ideazione e realizzazione con quello prettamente pratico e sistematico legato a queste attività (che oggi richiedono quasi capacità manageriali/aziendali, è un vero e proprio marketing se si vuole stare al passo con i tempi). Prima erano solo i giornali, le riviste, i cataloghi, ora le possibilità di divulgazione si sono centuplicate, c’è anche la rete; ma la rete è estremamente esigente, pretende attenzioni in un ritmo incessante perché tutto cambia e si rinnova alla velocità della luce. Da un lato, questa ricchezza di opportunità è certamente un enorme vantaggio, dall’altro no, perché il processo di divulgazione si è talmente sfaccettato e articolato che le notizie e contenuti si sono moltiplicati in un affollamento che si sussegue ad una rapidità supersonica. La promozione dell’operato di un artista oggi a mio avviso è come una sorta di “burocrazia dell’arte”, burocrazia alla quale neanche il nostro sistema è sfuggito; ed è vitale farne parte e operare al suo interno in modo mirato, ne va la sopravvivenza, pena l'estromissione dallo stesso sistema che l’ha generata: “ho fatto questo e poi questo ma nessuno lo sa”. Il problema è che noi artisti siamo lasciati soli, senza supporto alcuno. In altri paesi non è così. Se non si hanno disponibilità economiche per assumere qualcuno che ci si dedichi settimanalmente, o se non si possiede una propensione, attitudine specifica nel saper gestire velocemente in autonomia la diffusione delle proprie idee nel sistema, sfruttando al meglio questa risorsa, la promozione diventa debole e inefficace. E non si tratta di quantità ma di qualità dell’informazione divulgativa. Perché a postare/pubblicare a martello cose con poco senso siamo bravi tutti. Personalmente, lo considero un lavoro molto fastidioso e impegnativo che sottrae tanto tempo ed energia alla realizzazione di progetti che molto spesso sono complessi e richiedono sistematicità, continuità, concentrazione, tempo; tempo che serve per riflettere, creare, operare con le mani, girare tra la gente, raggiungere posti, non per stare ore davanti allo schermo a fare click- click. Io in questa astrusa e odiosa “burocrazia” mi impegno, ma devo ammettere, con un grande sforzo di volontà, come accade per tanti altri artisti. Certo, Il nostro operare oggi è diverso, è cambiato insieme ai movimenti del mondo, ma qui si tratta oramai di fare molto di più di quello che ci compete. Siamo lasciati soli da questo sistema sempre meno affascinante, non esistiamo se abbiamo esigenze, siamo inneggiati se portiamo clamore, “multilike” e denaro.

A tuo avviso l’arte è rivoluzionaria?

Un mio caro amico pochi giorni fa, scherzando, mi ha dato della “vip” perché continuavo sempre a rinviare la “serata birrozza”, dal momento che lavoravo senza sosta da settimane su una nuova installazione di sculture. Ho risposto ridendo che, certo, ero proprio una “vip”. Stesso acronimo ma dal diverso significato: vittima iperattiva perseverante. Lui allora ha risposto: “sai come la penso, gli artisti sono una grande risorsa dell’umanità, la vostra è una missione; spesso fate tanti sacrifici, anche economici, ma se non fosse per voi saremmo ancora dei primati”. Ho risposto?

Cecilia Pavone

 

Sito web: www.eziamitolo.it

Legenda didascalie foto:

1)    Francesco Somaini ed Ezia Mitolo nello studio dello scultore a Lomazzo (MI) 1987
2)    Ezia Mitolo al corso superiore di disegno – Fondazione Ratti 1987
3)    Ritratti d'Ilva -  Laboratorio Didattico sull'ambiente, Taranto 2008 - Ezia Mitolo
4)    Ubilva ed altre scorie, ILVAlore dell'orrore, installazione 2012
5)    “TransumAnsia” On going project dal 2012 - Ezia Mitolo
6)    “Buon Natale da Taranto” progetto video di denuncia ambientale 2012 - Ezia Mitolo
7)    On going project dal 2005 “Ombramalombra.Il dialogo muto dell'empatia” - progetto interattivo-partecipativo con il pubblico - Ezia Mitolo
8)    “Mi muovo immobile” installazione, particolare dello scioglimento della cera con il video “Sbuffi, trappole e fontane” - 2015  Ezia Mitolo
9)    “FRANGE.Disegni parlati” -  Ed. Edita Casa Editrice & Libraria, 2018-19 in due edizioni (particolare) - Ezia Mitolo
10)    “Psicotrittico-la costrizione, la fuga, il moto” -  Installazione (particolare) 2019 Ezia Mitolo
11)     “Rosso fiero” -  2020 - Ezia Mitolo
12)     “Sulle punte” -  2020 -  Ezia Mitolo
13)     “Appunti di un pesce fuor d'acqua sempre più solo” - 2020 - Ezia Mitolo
14)     “Monumento ai caduti e a chi si salverà” - scultura scomponibile interattiva 2020 - Ezia Mitolo -

DATI BIOGRAFICI - EZIA MITOLO

Scultrice di formazione, è stata allieva dei maestri Francesco Somaini e Nicola Carrino all’Accademia delle Belle Arti di Bari, ottenendo sin dagli inizi della sua carriera numerosi riconoscimenti: selezionata per il Corso Superiore di Disegno nel 1989, e successivamente nel 1994, è a colloquio con la grande scuola alla Fondazione Antonio Ratti di Como dove studia con Arnulf Rainer, George Baselitz, Karel Appel e Anish Kapoor, premiata  in entrambe le edizioni. Questo anche al concorso Una pinacoteca a Casamicciola Terme. Nel 1998 invitata alla rassegna d’arte contemporanea Art&Maggio Arena Puglia, ottiene il Primo Premio Sezione Giovani e realizza la sua prima personale a Milano, dove si trasferisce a vivere. Negli anni partecipa a mostre in gallerie private anche all’estero, come ad Alberta in Canada, e a numerosi eventi in istituzioni e musei, tra gli altri presso la Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia in occasione della 46^ Biennale d'Arte e poi nel Palazzo Reale di Napoli per la XIV Quadriennale di Roma. Dal 2003 sposta il suo studio a Roma, approfondendo la ricerca artistica e sperimentando nuove tecniche multimediali, spaziando dalle installazioni scultoree al disegno, dalla fotografia al video, alla videoperformance, fino a progetti d’interazione con il pubblico. Così avvia la collaborazione con la rivista Drome Magazine e prende parte a diversi eventi multimediali come Download.fr/it a Roma e a Parigi. Aderisce ai progetti degli artisti Pablo Echaurren & Alexander Jakhnagiev e successivamente di Casaluce-Geiger esponendo all’Atelier Augarten, Galerie Belvedere di Vienna e anni dopo, a Praga.
Contemporaneamente si dedica a Laboratori Didattici sperimentali nell’ambito scolastico, e in rassegne e festival, sui temi del corpo e dell’identità.
Nel 2007 si specializza all’Accademia delle Belle Arti di Macerata e sceglie di tornare in Puglia, a Taranto, contribuendo con la sua attività d’artista alla sensibilizzazione sociale riguardo ai problemi ambientali della città. Qui nel 2009 progetta per gli scrittori Niccolò Ammaniti, Marco Mancassola e il fumettista Gipi installazioni scenografiche nel Teatro Bellarmino per la rassegna letteraria Penne a Sonagli.
Tra il 2011 e il 2014 è presente a Edimburgo per l’Edinburgh Art Festival e le due collettive M&P + Apulian Aliens. Foreign Bodies e Italia Moderna – New Culture In The Flat promosse dall’Istituto Italiano di Cultura.
Negli stessi anni attiva le collaborazioni con la Festa del Cinema del Reale di Specchia e con diverse gallerie della rete pugliese, continuando a realizzare importanti esposizioni. Nel 2015 e 2016 è presente in fiere d’arte a Bologna e Torino ed espone presso il Museo Archeologico MArTa che le dedica un focus sul suo lavoro. Nel 2016 inoltre entra a far parte dell’Archivio Italiano dell’Autoritratto Fotografico Musinf di Senigallia. Oltre ad altre numerose partecipazioni, nel 2017 allestisce due personali e torna ad Edimburgo per Italia Moderna - Reload 017. Nel 2018 firma un’opera in permanenza al MAAM-Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz a Roma, ed espone presso la Biblioteca Vallicelliana e nelle Scuderie Aldobrandini e Mura del Valadier di Frascati.
Nel dicembre del 2018 pubblica il suo primo libro di poesie e disegni FRANGE.disegni parlati in edizione limitata con interventi d’autore. Nel 2019, è pubblicata la seconda edizione, ed è inoltre ospitata a Los Angeles, Santa Monica nell’Arena 1 Gallery per la collettiva Between Two Seas, Italian Contemporary Artist from Apulia, un progetto del MAAAC, Museo Archeologico Medievale di Cisternino. Nel 2020 è invitata a Roma a partecipare a “Vita d’artista” un mese di incontri e opening call sul tema: “E’ ancora possibile vivere d’arte oggi? “nella galleria Incinque Open Art Monti.
Rientrata in Puglia attualmente lavora nel suo studio-archivio di Taranto.
Ha pubblicato disegni, fotografie e contributi, tra gli altri, per il Collage de ‘Pataphysique, le edizioni Pulcinoelefante e in altre riviste e libri: Il cadavere squisito beve vino novello, omaggio a Edoardo Sanguineti, a cura di Tania Lorandi, Ediland Edizioni, 2010; Dal museum theatre al digital storytelling. Nuove forme della comunicazione museale fra teatro, multimedialità e narrazione, a cura di Lucia Cataldo, ed. Franco Angeli, 2011; UT - Rivista bimestrale d'arte e fatti culturali, Ediland Edizioni, 2012; Il corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea, a cura di Giorgio Bonomi, Rubbettino Editore, 2016. Sue poesie sono contenute nelle quattro antologiche Amori liquidi, LeAli, Le due facce della luna  e Viola di Edita Casa Editrice & Libraria.