//Focus on cultural worker// La figura del critico d’arte e la funzione del curatore nella società liquida. Dialogo con Lorenzo Madaro, giovane critico d’arte pugliese alla ri-scoperta degli artisti “irregolari”

Critico d’arte, curatore, giornalista: Lorenzo Madaro è uno dei più giovani ed esperti professionisti che operano nel mondo dell’Arte contemporanea in Italia. Classe 1986, il brillante critico -  originario di Campi Salentina, in provincia di Lecce - è responsabile, dal 2010, del blog su Repubblica on-line, edizione pugliese, dedicato all’Arte contemporanea. Oltre a scrivere per le edizioni nazionali di Repubblica e per Repubblica-Roma, Lorenzo Madaro collabora con diverse riviste di settore, tra le quali Alfabeta2 e Artribune, in cui tiene la rubrica “Futuro Remoto”.

La ricerca del critico e curatore salentino verte in particolar modo sulla riscoperta di artisti “outsider”, “irregolari”: artisti poco valorizzati nell’ambito della Storia dell’Arte pugliese, quali Leandro o Edorardo De Candia, solo per citarne alcuni. Ma l’opera di curatela di Lorenzo Madaro si estende anche ad esponenti di spicco che hanno caratterizzato la Storia dell’Arte Italiana: da Mario Schifano a Oliviero Toscani, da Andy Warhol a Hidetoshi Nagasawa e Kengiro Azuma.

Direttore artistico del progetto europeo “CreArt, Network of cities for artistic creation” per il Comune di Lecce, Lorenzo Madaro si è occupato della curatela di mostre di notevole spessore culturale, tra le quali “Edoardo De Candia. Amo Odio Oro”, “Mario Schifano e la Pop Art italiana”.

Lobodilattice lo ha intervistato per la rubrica “Focus on cultural worker”, cercando di approfondire la figura e la funzione del curatore e del critico d’arte nel sistema dell’Arte contemporanea della postmodernità.

 

Come hai maturato in te la decisione di diventare curatore e critico d’arte, oltre che giornalista, nel corso del tuo processo individuale di formazione culturale?

L’interesse per l’arte c’è sempre stato, a 15-16 anni ho visitato per la prima volta la Biennale di Venezia e a partire dai 12 anni ho sempre rintracciato riviste, cataloghi e altri materiali per potermi formare culturalmente. Internet non era poi così diffuso e vivendo vicino Lecce non c’erano di certo musei o gallerie da frequentare. Detta così, è come se avessi 90 anni. Inizialmente, anche perché quelle erano le predilezioni del mio primo (inconsapevole) “maestro”, Raffaele De Matteis, ero concentrato sul Novecento: De Chirico, Morandi, Picasso, Guttuso, Morandi e altri maestri. Raffaele – che ho frequentato a lungo, forse tutte le domeniche pomeriggio della mia adolescenza – aveva insegnato latino e greco per quarant’anni, ma dipingeva dal 1954. Naturalmente oggi guardo il suo lavoro con affetto e al contempo con una certa distanza, ma gli sono grato poiché nei primi anni mi ha aiutato a formarmi, forse senza volerlo. Poi ho proseguito da me, iniziando a frequentare gli artisti che nel Salento degli anni Sessanta e Settanta avevano tentato di confrontarsi con ricerche sperimentali, concettuali: Corrado Lorenzo, Natalino Tondo, Antonio Massari, Enzo Miglietta e, in particolare, Vittorio Balsebre, che poi è stato uno dei miei migliori amici. Era nato nel 1916 in Piemonte ma dalla fine degli anni Sessanta abitava a Lecce: Vittorio è stato tra gli artisti più generosi che io abbia mai conosciuto. Possiedo tutta la sua biblioteca, donatami da lui e in parte dai suoi figli, che mi hanno donato anche tutti i suoi diari. Sono stati loro i miei primi maestri, d’altronde ho studiato in università a Lecce, dove l’ambito della contemporaneità era sostanzialmente assente.

Non ho mai deciso in senso stretto di fare il critico d’arte, ma ho sempre cercato di fare quel che mi piace fare, pertanto sin da quando andavo al liceo ho scritto su qualche rivista locale, mentre quando studiavo all’università ho avuto l’opportunità di iniziare a scrivere per l’edizione pugliese di Repubblica. Era il 2010 ed è stato – e lo è ancora adesso – una grande opportunità, perché scrivere d’arte per un quotidiano ti consente di agire da mediatore tra il mondo dell’arte e il pubblico, tra il pensiero dell’arte e la realtà. Nel frattempo – ormai da un annetto – ho iniziato a scrivere anche sull’edizione romana di Repubblica e su Robinson, l’inserto culturale nazionale del giornale. Lo scarto tra la dimensione della critica e quella della curatela è avvenuto invece lavorando a stretto contatto con alcuni artisti contemporanei, vicini alla mia generazione.

Il tuo interesse curatoriale verte soprattutto su artisti italiani degli anni ’60 e ’70, trascurati dal sistema dell’arte e dal mercato, artisti che rappresentano per te dei “compagni di strada”. Hai, insomma, una predilezione per l’arte outsider, “irregolare”. Puoi spiegarne la ragione? Ad esempio, per quanto riguarda la Storia dell’Arte contemporanea pugliese e in particolare leccese, hai organizzato e curato mostre su geni dimenticati come Leandro e Edoardo De Candia. Perché ti incuriosisce il loro mondo?

Non so se Ezechiele e Edoardo fossero dei geni, non so fornire una definizione di “genio”. Sono però convinto che entrambi, su fronti diversi, hanno inteso l’arte come un’esperienza estrema, totale e al contempo viva nell’ambito della marginalità (non solo geografica) in cui si erano rifugiati e a cui gli altri (la gente) li avevano destinati o condannati.

Il mio primo articolo, scritto quando avevo sedici anni, l’ho dedicato a Edoardo De Candia. La retrospettiva del 2016 Leandro unico primitivo, promossa dalla soprintendenza, e curata con Antonella Di Marzo, Brizia Minerva e Tina Piccolo – con gli allestimenti di Pietro Copani –, ha finalmente messo alla prova la qualità “totale” dell’opera di Ezechiele, dalla pittura alla scultura, al disegno, alla scrittura, come emerge anche dal volume omonimo che abbiamo pubblicato in quell’occasione. Ezechiele ha concepito un suo mondo in tridimensione, ha inteso la scultura un mezzo per investigare la forma e il mondo, attraverso il riutilizzo di scarti di rifiuti, cemento e altri materiali. E ha vissuto con radicalità la sua esistenza, costruendo il suo Santuario della pazienza, in autonomia, per buona parte della sua esistenza.

Edoardo, a cui la Regione ha dedicato la retrospettiva Edoardo De Candia. Amo Odio Oro, che Brizia Minerva ed io abbiamo curato la scorsa estate – con l’ottimo apporto di Bisgur e Mauro Marino – e grazie alle intuizioni di Luigi De Luca, direttore del Polo biblio-museale della Provincia di Lecce, ha invece vissuto un corpo a corpo contestuale con la pittura e la natura, senza preoccuparsi dei punti di vista benpensanti dei suoi concittadini, elaborando un suo stile, anzitutto di vita. Questo mondo irregolare è un mondo denso di stratificazioni, spesso trascurate o travisate dal mondo della critica e degli studi. Pensiamo che a Lecce nel passato sono state dedicate grandi mostre ad artisti inconsistenti, dilettanti, autori di vedute banali di palazzotti e cavallucci con carrozzelle, tra l’altro con soldi pubblici. Finalmente negli ultimi anni c’è stata un’attenzione verso artisti di un certo peso, che in passato sono stati trascurati.

Perché mi incuriosisce il loro mondo? Perché è un mondo di immersioni, in cui non c’è più un confine che divide l’esperienza esistenziale da quella artistica. E poi nel mio mestiere è necessario e bello impegnarsi per guardare i territori inesplorati: altrimenti che senso avrebbe?

Sulla base di quali criteri operi, nei confronti degli artisti, la tua scelta curatoriale?

Innanzitutto per una questione di gusto e interesse nei confronti della loro ricerca. Impegnarsi senza mezzi termini per un lavoro in cui non si crede penso sia impossibile o almeno io non ci riuscirei. E poi naturalmente ci sono questioni più legate agli aspetti teorici che vanno tutelate e perlustrate. Naturalmente si può anche sbagliare e si può fare un passo indietro rispetto a delle scelte, questo capita soprattutto, come nel mio caso, quando si inizia a lavorare molto presto. È chiaro che certe scelte sostenute a venticinque anni oggi non le ripeterei. Ma fortunatamente la maggior parte, sì.

Ci parli della tua amicizia e del tuo legame professionale con Vittorio Balsebre e Natalino Tondo, artisti pugliesi di cui hai avuto sempre grande considerazione?

Non dimenticherò mai un passaggio di un testo di Enrico Crispolti – Come studiare l’arte contemporanea – in cui egli fa riferimento all’importanza sostanziale della frequentazione degli studi degli artisti. Per me frequentare gli studi di Vittorio e di Natalino è stato fondamentale. Non solo perché lì nascevano le loro opere, ma perché erano anche spazi di riflessione e approfondimento di storie che io non avrei mai potuto conoscere, vista la mia età, e di letture di testi che loro custodivano con cura. Il mio impegno oggi nel sostegno del loro lavoro – un impegno che sarà, spero, sempre più stimolante – è un atto di amicizia e di stima nel loro percorso.

Quali sono stati, finora, i momenti più importanti della tua formazione e del tuo percorso professionale?

Per me sono stati importanti gli incontri con alcune persone, che mi hanno e che continuano a insegnarmi molto. Gli incontri con gli artisti e alcuni storici dell’arte. Impossibile citarli tutti, ma penso a Giuseppe Appella – grazie al quale ho conosciuto tanti artisti che poi ho stimato a lungo, Kengiro Azuma, Alina Kalcinzska Scheiwiller, Guido Strazza, Ninì Santoro, Nicola Carrino –, agli amici già citati in precedenza, da Antonio Massari a Daniele D’Acquisto, che è stato ed è fondamentale riferimento, e ad altri artisti come Fernando De Filippi, Michele Guido e Matteo Fato. Ma ce ne sono tanti altri a cui sono grato per aver condiviso del tempo insieme. In tempi recenti ho incontrato tre artisti che stimo molto e con cui è bello dialogare e confrontarsi: Loredana Longo, Elena El Asmar e Luca Pancrazzi.

Parlare però di step “importanti” mi fa un po’ paura, sono giovanissimo e so bene che c’è tantissima strada da fare, sono ancor prima dell’inizio.

Indubbiamente però sono state intense alcune esperienze, a partire dalla retrospettiva su Anna Maria Massari che ho curato una decina d’anni fa nel monastero di clausura delle Benedettine di Lecce. E poi le personali di altri artisti e alcune collettive recenti grazie alle quali ho avuto modo di relazionarmi con il lavoro di Fausto Melotti, Nagasawa, LeWitt, Tremlett e altri artisti che ho sempre amato profondamente.

Sul fronte della formazione tradizionale, non ho avuto esperienze esaltanti. Almeno non per ora.

 

Quali sono stati i tuoi maestri, i  tuoi punti di riferimento nell’ambito della curatela e della critica d’arte?

Penso di aver già risposto a questa domanda. Però ci tengo ad aggiungere che ci sono i maestri ideali, di cui si leggono pagine scritte e di cui si seguono talk e conferenze. Da Pamuk a Celant, da Francesco Guccini a Enrico Crispolti, da Francesco Poli a Obrist.

 

Qual è la tua opinione riguardo l’attuale sistema dell’arte contemporanea in Italia?

Sistema dell’arte contemporanea vuol dire tutto e vuol dire nulla, è una definizione così aperta che a tratti è evanescente. Penso che sarebbe però importante tornare ad interrogarci sul medium, sul dispositivo opera, sulle funzioni dell’arte. Sarebbe bello porsi delle domande, non dare per scontate per risposte, metterci in discussione. Forse anche fermarci un attimo per capire dove sta andando quello che intendiamo per sistema dell’arte.

 

Come curatore d’arte viaggi molto per l’Italia. Che differenza riscontri, sia a livello organizzativo che artistico, tra le gallerie del Nord Italia e quelle del Meridione?

Investimenti, presenza di collezionisti e realtà museali, ruolo di fondazioni private: sono tutti ambiti che riguardano grandi città. Non farei una differenza tra nord e sud: città come Napoli – grazie anche Lucio Amelio, Lia Rumma, Alfonso Artiaco e ad altri galleristi ha visto nascere progetti straordinari – e Palermo – penso, per la contemporaneità, all’impegno del Riso e della galleria di Francesco Pantaleone – fanno molto. Per la Puglia – che è la regione in cui vivo – spero che il Polo del contemporaneo del Comune di Bari diretto da Massimo Torrigiani e il Polo biblio-museale della Provincia di Lecce diretto da Luigi De Luca faranno grandi cose. E sono sicuro che andrà così. C’è un lavoro di educazione e didattica da compiere, una progettualità stratificata che coinvolga le scuole e le famiglie. C’è davvero molta strada da compiere, ma è un problema generale dell’Italia al dire il vero. Per quanto riguarda le realtà private, le gallerie, non saprei dirti. Non ho mai lavorato con gallerie pugliesi in tempi recentissimi. Mi pare invece che stiano facendo un bel lavoro le realtà no profit, penso in particolare a Planar di Bari, dei bravissimi Antonio Ottomanelli e Anna Vasta, e Lastation di Gagliano del Capo, grazie al lavoro instancabile di Paolo Mele e Luca Coclite.

Il vero guaio sono gli spazi pubblici, penso ai palazzi, ai monasteri e ai conventi riconvertiti a luoghi per la cultura: senza una direzione, una programmazione, una visione, spesso un vero disastro!

 

Cosa consiglieresti agli artisti che iniziano, giovanissimi, il loro percorso? Quale tipo di opera, nel 2018, può colpire positivamente un critico d’arte?

Consiglierei di viaggiare, frequentare altri artisti, vedere opere di altri nomi, musei, mostre. E poi di chiudersi in studio a ragionare prima che a produrre.

Quale tipo di opera? Non saprei dirti. A me interessa la ricerca che è alla base della singola opera.

 

Raccontaci la cosa che più ti ha sorpreso, umanamente, di un artista che hai conosciuto e il messaggio più importante, etico o esistenziale, che hai percepito a contatto con l’universo creativo degli artisti che hai curato o con cui sei venuto in contatto.

Non è un presupposto obbligato, quello dell’aspetto umano. Nella storia dell’arte ci sono stati ottimi artisti, ma magari molto stronzi.

Per quanto mi riguarda, gli artisti che mi hanno più affascinato e sorpreso dal punto di vista umano – anche se per ragioni anagrafiche non li ho potuti conoscere – sono Edoardo De Candia ed Ezechiele Leandro, sono stati gli artisti più radicali ed irregolari che sono nati qui.

 

Com’è cambiata - a tuo avviso - nel tempo, la professione di curatore?

I presupposti sono sempre gli stessi, oggi però ci sono molti più artisti di un tempo e tutto è molto più veloce. Come dice Obrist, “Don't stop don't stop don't stop”. 

 

Non trovi che, nell’era della società liquida, la critica nel mondo dell’arte non sia più veramente tale, visto che stampa e critica sono totalmente asservite al sistema, soprattutto in Italia?
Totalmente asservite? Non credo. Ma c’è troppa diplomazia, che dovremmo sconfiggere e superare, ma parlare di totale asservimento mi pare troppo. Ci sono i paradossi, c’è lo schifo, ma non è una costante a tutti i costi. Poi i vuoti, gli inciampi, il torbido… sono tutti aspetti che appartengono alla realtà e quindi a tutte le professioni, arte compresa. Non ci scandalizziamo per questo, cerchiamo piuttosto di impegnarci per costruire un corridoio di riflessione e di convivenza con gli artisti e con chi opera nel mondo dell’arte con entusiasmo e lucidità intellettuale.

Progetti futuri?

Ozio totale durante il periodo pasquale. Non vedo l’ora.

 

 

Lorenzo Madaro – note biografiche

Lorenzo Madaro (1986) è critico d’arte e curatore. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dal 2010 è critico d’arte dell’edizione pugliese di Repubblica. Scrive anche per l’edizione nazionale di “La Repubblica”, per “La Repubblica - Roma”, Alfabeta2 e altre riviste di settore. Per Artribune cura la rubrica “Futuro remoto Tra le mostre recenti curate, Spazi igroscopici; To Keep At Bay (Galleria Bianconi, Milano, 2017-2018); Mario Schifano e la Pop Art italiana (Castello Carlo V, Lecce, 2017); Edoardo De Candia Amo Odio Oro (Complesso monumentale di San Francesco della Scarpa, Lecce, 2017); Natalino Tondo Spazio N Dimensionale (Galleria Davide Gallo, Milano, 2017); Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (con A. Lacarpia, Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità.