Voracità, consumismo e smarrimento negli scatti di Manuela De Merito

arte contemporanea, gallerie, mostre, eventi

 

Esiste un filo conduttore nel lavoro fotografico e performativo di Manuela De Merito (giovane fotografa di origine siciliana) , un filo talvolta fluorescente, talvolta impercettibile, ma che rende indubbiamente riconoscibile il nastro snodato della sua ricerca.

Quel filo conduttore si chiama  “voracità”.

Si tratta di una voracità divorante, consumante, annichilente.

Una voracità che avidamente consuma l’essenza più autentica, la voce più caustica, la natura primaria che è sottesa  in prima istanza, all’individuo contemporaneo.

Cosicché, fautore e vittima di tale brama, non può che essere il corpo in sé.

 

Un corpo commestibile e parimenti affamato.

Un corpo che tutto ingoia ma che da nulla è appagato.

 

Negli scatti della De Merito, il corpo – in particolar modo quello femminile –, è fatto a volte di una nudità scomposta, altre volte di una qualche forma di pudore.

È un corpo esposto e poi schermato.  Un corpo che si svela, o un corpo adulterato.

È un corpo fragile e al contempo aggressivo.

È un corpo che si rompe in imprendibili dettagli (come nella serie “Mine”) o che si blinda in abiti dalle vivide cromie anni ‘60 (come nella serie “Consuming Time”).

È un corpo che cerca, che ha fame, che smania.

Ma è anche  un corpo-corazza, pronto ad “apparire” a qualunque costo.

È  un corpo avido e prigioniero di se stesso.

È un corpo che si fa emblema dell’odierna società.

 

Consumismo e insaziabilità.

Parvenza e potere.

Il tutto è il niente.

 

Un’indagine sociale, quella portata avanti dalla De Merito, a volte in chiave vintage e con l’adozione di metafore visive paradossali – divertenti e dissacranti –, altre volte in chiave intimistica, con sfuocati dettagli in bianco e nero di un corpo anonimo solo e frantumato, in attesa, forse, di essere assaggiato.

L’inessenzialità ultima di tutto ciò che fa gola e  rende smanioso l’individuo contemporaneo, è visivamente tradotta in una  bulimica coazione a ripetere.

Riempirsi di tutto, per riempirsi di inutilità.

Riempirsi, prima che sia qualcun altro a farlo.

Ingozzarsi di ciò che il sistema ci educa a desiderare.

Una corsa all’eccesso, una corsa al possesso.

La competitività di desideri che profondamente non ci appartengono – ma che costruiscono la nostra fittizia identità –, la fa da padrona.

Ingozzarsi senza quantificare.

Divorare, per non essere divorati, senza neppure spender tempo a masticare.

Inghiottire il boccone intero.

Abbuffarsi di griff, automobili, beni immobili, oggetti sfavillanti …aggrappandosi poi a subdole ed ignobili dipendenze: patologici palliativi che regalano l’illusione di non sprofondare.

Non ancora del tutto… lasciando giusto il tempo per soddisfare un altro desiderio…

Con ironia e disincanto, leggerezza e intimismo, Manuela De Merito racconta la solitudine nascosta dietro questa grottesca corsa al dominio.

Sorrisi rassicuranti, make up impeccabili, denti bianchi, siamo tutti perfetti!

Se compriamo ciò che vogliamo, se riusciamo a divorare ciò che altri hanno solo annusato, allora siamo quasi felici!

 

Il linguaggio iconografico di Manuela De Merito è un linguaggio asciutto, senza inutili orpelli, che coniuga sapientemente gli aspetti visivi e concettuali delle sue composizioni, spaziando dalla fotografia alla performance, dalla video-art all’installazione.

Nella serie “ConsumingTime” la De Merito affronta una tematica già di per sé contraddittoria:  l’utilizzo del tempo in relazione al suo spreco. E lo fa analizzando in chiave simbolica lo stereotipo celebrativo del consumismo in cui oggi viviamo, ispirandosi all’iconografia pubblicitaria anni’60.
Immagini apparentemente rassicuranti, ma che disgelano l’inappagamento di quella insaziabile fame consumistica e borghese.

Come afferma l’autrice stessa:

 “Consuming Time” non è che “, una bulimica celebrazione del nulla”.  Poi, rivolgendosi ad un suo ipotetico fruitore, definisce con queste parole il cuore pulsante di questa serie fotografica:

“La mia è una violenza che s’insinua con raffinatezza nell’immaginario collettivo, chiede solo l’onestà del tuo sentirti coinvolto, non regala indulgenze: lo sei. E’ ammiccante e spietata, è la vita e non puoi far finta di non avere capito.”

 

Le sue metafore visive risultano efficaci, proprio perché immediate.

 In “Comedy of power.”, ad esempio, un giovane uomo dal sorriso aurorale e dall’aria trasognata, sorseggia del caffèlatte, accompagnando la sua colazione  non con una brioche calda, ma con un piccolo sogno a quattroruote, il suo più grande desiderio.

E se il buongiorno si vede dal mattino, è anche vero che il Dio Denaro riesce a farli per poi accoppiarli!

È la volta dei due neosposini di “Dreams that Money can Buy” , felici di poter finalmente condire e condividere una gustosa insalatona di quattrini.

 

Ma la solitudine, lo smarrimento, il disorientamento che soggiace a questo vortice famelico, è più sapientemente narrato dalle indefinite geografie epidermiche di “Mine”.

Frammenti di corpo. Frammenti di carne. Frammenti di pelle.

Poetiche frattaglie che suonano il silenzio.

Che raccontano, in una intimità chiaroscurale,  il disorientamento senza nome, senza luogo, e senza identità, dell’individuo stesso.

Trascendendo quel tutto che dovrebbe saziare l’ambizione al possesso, l’individuo si riscopre  ridotto in brandelli.

Frattaglie di un corpo nutrito di niente. 

Frattaglie di un uomo, di una donna, di qualcuno che salvando le apparenze, ha demolito se stesso.

 

Ma chi è allora, la protagonista degli scatti di “You shot me down?”

Chi è la donna che mostra la propria nudità, carnale e scomposta, nascondendosi il viso?

Chi è colei che gioca col concetto stesso di “pudore”?

Chi è colei che si dimena su un nero tappeto di applausi?

Chi è quell’enigmatica figura che si accartoccia, si spalanca, si concede e si sottrae?

Come spiega l’ artista, “You shot me down” è “metafora dell’impulso  castrato”, è il racconto di una donna “che non soffre, s’offre.”

 

Il corpo femminile resta, quindi, una costante nel lavoro della De Merito.

È un corpo che si offre e che si smarrisce. Un corpo che si da in pasto dimenticando se stesso.

È un corpo che si perde e si strappa.

Il corpo frammentato di  “Mine”, appare agitato in “You shot me down”.

Ma probabilmente si tratta dello stesso corpo.

Un corpo imbrogliato nelle maglie di questa società. Le maglie che costituiscono la trama di “Consuming Time” e che ordiscono interamente il suo  percorso.

E dalla serie “ConsumingTime”  è scaturita anche l’idea di realizzare una performance su tema. Intitolata “Yummy Good” e andata in scena lo scorso 13 Maggio 2011 a Milano presso la Galleria Famiglia Margini, con testo introduttivo scritto da Andrea G, Pinketts,  la performance è stata una  re-interpretazione in chiave contemporanea del ruolo di “pin up”: le due modelle-performer , in abiti eccentrici e trucco ipervistoso, si sono atteggiate a dive rapite dal loro stesso esibizionismo sulle note di “Que sera sera” di Doris Day, per poi destarsi e, in un raptus di assoluta follia, gettarsi con tutta la loro ingordigia e bramosia sul feticcio di un bambino, divorandolo selvaggiamente.

Il corpo non è che il territorio d’azione di irrisolvibili paradossi.

Ma diventa anche feticcio, negli scatti della De Merito. Poiché  “la società è ipocrita, io invece sono leale: amo le contraddizioni…”

 

Attualmente l’artista sta lavorando ad una nuova idea, che si riallaccia a tutte le tematiche sin qui affrontate e approfondite. Si tratta di scatti fotografici in cui il corpo femminile – ancora questo corpo divorante e divorato, nudo e assottigliato –,  verrà trattato come feticcio, a sostegno di altre icone simboliche.

Vedremo, quindi, corpi rotti, in qualche modo mutilati, sovente mancanti della testa, in luogo della quale  volti di Barbie o dei protagonisti di Pacman,  provenienti da una reminiscenza iconografica targata anni ’80, troneggeranno su quella nuda e anonima materia carnale.

Ma in attesa che venga ultimata questa nuova serie di lavori, è possibile visionare le opere di Manuela De Merito, cliccando su:

www.manuelademerito.com

 

Buona visione, e…. Mangiatene tutti!

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