Urs Lüthi / Art is the better life | Giovanni Scucces

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E’ leggermente cambiato il motto apparso per la prima volta in occasione della sua personale al Padiglione svizzero della Biennale di Venezia del 2001. Art For a Better Life diventa Art Is the Better Life, una sottile differenza che rafforza ancor più il ruolo dell’arte nella vita di ognuno di noi, da semplice mezzo muta fino a divenire essenza, sostanza.

E proprio a ciò si rifà il titolo della mostra Urs Lüthi/Art is the better life”, ospitata alla Fondazione Brodbeck di Catania fino al 26 febbraio, un compendio del lavoro svolto dall’artista svizzero nel corso dell’ultimo decennio.

Sfruttando a suo favore le potenzialità offerte dai diversi mezzi espressivi (fotografia, pittura, scultura, performance, video e installazione), indaga le forze e le pulsioni che stanno alla base dell’esistenza, le ambivalenze dell’Ego, una ricerca artistica volta al miglioramento della vita stessa.

In mostra la celebre scultura iperrealistica Low Action Games II” esposta proprio in occasione della Biennale veneziana del 2001, risultato di due fotografie (Low Action Games) in cui nella prima foto, si vede Lüthi sdraiato in spiaggia con una pallina nella mano alzata; stessa immagine ripresa nella seconda, ma con la pallina caduta a terra. In una posa dal sapore classicheggiante, la scultura lo ritrae in posizione semidistesa, in tenuta sportiva, con un completo nero, scarpe da ginnastica e occhiali da sole, e gioca con una pallina di gomma. Punto focale dell’opera è la fugacità di alcuni gesti o di certi momenti, come quell’attimo che intercorre da quando viene lasciata cadere la pallina fino al suo impatto al suolo, del quale l’artista ne ha voluto fissare l’istante. E risale alla rassegna veneziana anche l’opera “Happiness” tratta dalla serie “Therapies” in cui delle scritte sovrapposte di diversa grandezza e colore si stagliano su un fondo geometrico multicolore creando un effetto psichedelico. Al centro dell’opera si trova un cerchio bianco, un punto dove concentrarsi per cinque minuti al giorno in modo da trovare serenità e avviarsi alla ricerca della felicità e di una vita migliore.

Di tutt’altra natura sono le quattro sculture in bronzo della serie “Spazio umano” in cui, attraverso braccia e gambe supplementari, cerca di riprendere i movimenti del corpo contraddicendo l’immobilità della materia e divertendosi a trasformare un qualcosa di statico in espressione del movimento, operando, in questo modo, una destrutturazione dell’immagine.

Riprende invece temi etnici, religiosi e culturali la serie scultorea in bronzo dei cinque “Prototypes”, in cui, come accade in tutte le sue sculture, si autoritrae impersonando alcune divinità delle principali religioni di ciascun continente.

Dalla consistenza e solidità del bronzo si passa alla leggerezza e trasparenza del vetro nella nuova serie di sculture “Ex voto”. Una sequenza di tubi e di piccole ampolle di vetro connessi tra di loro, terminano con la testa dell’artista, divenuta oramai un vero e proprio logo. Sin dal primo istante, si ha una percezione di estrema delicatezza e fragilità. La scultura diventa quasi impalpabile, sembra perdere consistenza e confondersi con l’ambiente circostante. Induce un profondo senso di cagionevolezza e di precarietà della vita e qua, più che altrove, sembra immediato il rimando alla sua esperienza personale.

Non potevano mancare, inoltre, alcuni esemplari della serie fotografica “Trademarks”, una rielaborazione in digitale degli ambigui autoritratti degli anni Settanta in cui, travestito da diva o da androgino, prova a mostrare le diverse identità che coesistono in un individuo. Ingranditi, incorniciati e circoscritti da vernice rossa fluorescente, gli autoritratti, connotati da un forte chiaroscuro, acquisiscono un tono quasi mistico.

Le sue opere ruotano attorno al concetto di doppio, alle contrapposizioni universali della vita. L’autorappresentazione non vuole essere una celebrazione di se stesso ma un invito all’autocoscienza.

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