Una recinzione libraria. Con annotazioni a latere sulla capacità affabulatoria delle arti visive | Emanuele Beluffi

michel houllebecq, mostre, eventi, artisti, cultura contemporanea

 

UNA RECINZIONE LIBRARIA. CON ANNOTAZIONI A LATERE SULLA CAPACITA’ AFFABULATORIA DELLE ARTI VISIVE.

di Emanuele Beluffi

 

 

Qual è il senso dell'ultimo romanzo di Michel Houellebecq, La carta e il territorio? Qual è il senso di tutta la produzione di Michel Houellebcq, a partire da Estensione del dominio della lotta, passando per Le particelle elementari fino ad arrivare alla sua ultima fatica letteraria? Che cosa, in maniera così potente, viene ribadito dalla lettura e dalla rilettura di queste pagine? Ma soprattutto: qual è il senso di una recINZione che inizia berciando a proposito dell'"ultimo romanzo di", come al te delle cinque?

A proposito di pasti a metà giornata, non ho mai avuto compagni di merende come il povero Pacciani (Pietro Pacciani venne arrestato e condannato all’ergastolo nel 1994 in quanto giudicato colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio d'essere il famigerato "mostro di Firenze") e dunque non potrei dirvi che cosa si provi, non solo ad attentare alla serenità delle coppiette in camporella, ma anche ad assassinare Michel Houellebecq. Ecco, vi ho rovinato la sorpresa rivelandovi il finale del film.

Ma non è la trama, che intendo raccontarvi. E del resto, il romanzo non finisce affatto con la morte di Houellebecq. La cosa vi dovrebbe interessare, dal momento che La carta e il territorio denota una discreta conoscenza del mondo dell'arte, eccezion fatta per un paio di strafalcioni -ma forse li possiamo considerare “licenze poetiche” dell’autore. E del resto il protagonista della storia è un artista. Ma, a prescindere da questi elementi narrativi che in fin del conto sono contingenti, ciò che resta nelle nostre mani al momento di chiudere il libro è: nulla. E ancora una volta richiamiamo in causa il povero Wittgenstein ("Di ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere"), citato da Houellebecq stesso, il quale dunque mi sgrava da qualsivoglia dubbio sulla liceità di codesta citazione.

Ogni attività umana è inutile: peritura, transeunte. Evidentemente con buona pace del Foscolo, non resterà nulla di ciò che abbiamo fatto e di ciò che siamo stati. Tutte le rappresentazioni delle persone che abbiamo conosciuto, amato e odiato, tutte le rappresentazioni dei nostri errori e delle nostre eventuali conquiste, tutto il nostro umanissimo commercio è predestinato a un annientamento generalizzato, coperto da una vegetazione che cresce, avanza e si stratifica in un processo di soffocamento senza requie. Tutto scompare. Ciò che resta è il trionfo della morte. Non a caso Houellebecq, che sa qualcosa di arte contemporanea (lui stesso, nella finzione del romanzo, scrive il testo critico per la mostra del protagonista), afferma senza mezzi termini che il valore commerciale della sofferenza e della morte ha ormai surclassato quello del piacere e del sesso: ecco perchè Damien Hirst ha scalzato Jeff Koons dal podio delle blue chips dell’arte mondiale.

 

 

E Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell'arte è il titolo dell’incompiuta di Jed Martin, l’artista parigino protagonista del romanzo. Il quale, dopo il successo conseguito con la riproduzione fotografica di mappe topografiche, conosce il proprio exploit commerciale affidandosi alla pittura, con la creazione seriale dei “mestieri”: Aimée, escort; Ferdinad Desroches, macellaio equino; Michel Houellebecq, scrittore; L’architetto Jean-Pierre Martin lascia la direzione della sua azienda; Bill Gates e Steve Jobs parlano del futuro dell’informatica. Questi i titoli dei quadri che renderanno Jed Martin un artista milionario. Figlio di una madre suicida e di un padre, l’architetto Jean-Pierre Martin assorbito da commissioni professionali assai redditizie ma lontane da ciò che vorrebbe realmente fare (le sue sperimentazioni “funzionaliste” resteranno per tutta la vita progetti su carta), Jed Martin giungerà a sessant’anni senza aver mai aderito realmente all’esistenza.

Una solitudine sempre cercata ma forse mai veramente voluta, inframmezzata dall’infelice relazione con la giovane Olga, PR strafiga delle Guide Michelin conosciuta in occasione della sua prima mostra personale, poi persa, poi ritrovata, poi persa definitivamente.

Ma questa è solo una microstoria frapposta ad altre. Perchè La carta e il territorio è anche la storia di un artista che abbandona la fotografia per tornare alla pittura: un détournement creativo occasionato dalla constatazione che i soggetti abbondano, proliferano, debordano in quantità ridondante e che non vale la pena di considerare un radiatore un soggetto pittorico valido. Forse degno di una fotografia, non di una pittura.

 

Finchè mi sono limitato a rappresentare degli oggetti, la fotografia mi si addiceva perfettamente. Ma quando ho deciso di prendere per soggetto degli esseri umani ho sentito che dovevo rimettermi a dipingere; non potrei dirle esattamente perchè. Al contrario, non riesco più a trovre alcun interesse per le nature morte; dall’invenzione della fotografia, ritengo che non abbiano più alcun senso”

 

Così Jed Martin in un colloquio con Michel Houellebecq, in occasione della preparazione del testo critico della mostra.

Forse perchè ha a che fare con il concetto biblico di creazione, dipingere persone è più “coinvolgente” che immortalare oggetti in uno scatto fotografico. E la “creazione” di Damien Hirst, nel quadro intitolato Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell'arte, a Jed Martin non riesce proprio. Fino a convincerlo, in un gesto estremo, a distruggere la tela: raffigurare l’incarnazione del valore commerciale della morte è impresa improba. Eppure Jed Martin, tetragono alla vita (contro la vita, per citare un’opera giovanile di Houellebecq1), ha con ciò stesso sempre avuto a che fare con la morte: gli anni di volontario esilio spesi ad operare in solitudine, il suicidio della madre, il cancro del padre, la morte, in un certo senso, di Olga, ritrovata e poi persa del tutto, perchè la fine di ogni storia è una morte; a seguire la solitudine agiata della maturità, in un borgo rurale della Francia, dove Jed Martin impone l’azzeramento dei propri contatti con gli esseri umani “autoctoni”, fino alla sua morte, di cancro, come il padre anni prima. E in mezzo l’omicidio di Michel Houellebecq.

La carta e il territorio è anche una storia di solitudini: Jed, Olga, il padre di Jed mai risposatosi dopo il suicidio della moglie e, ancora, Michel Houellebecq, che decide di uccidere se stesso nella finzione narrativa ad opera di un collezionista – d’insetti rari, oltre che di opere d’arte – dalla mente malata. Perchè l’autore del romazo gioca a suicidarsi facendosi ammazzare da un comprimario? D’accordo col suo gallerista, Jed Martin regala a Houellebcq, firmatario del testo critico della mostra, un ritratto realizzato per l’occasione: Michel Houellebecq, scrittore, appunto, parte integrante della serie dei “mestieri” e vera e propria summa del nuovo corso dell’artista. Ciò che colpisce, della morte di Houellebecq, è l’efferatezza del delitto: lo scrittore, nella finzione letteraria, si fa smembrare in mille pezzi e si fa mozzare la testa, forse per divertissement, forse per odio di sè. Forse perchè la biografia di Jed Martin è una biografia alternativa a quella di Michel Houellebecq. Forse perchè un senso in generale non v’è. Perchè non ha senso che un olio su tela valga dodici milioni di euro:

 

[...] era incontestabilmente una buona tela, l’impressione di vita che dava lo scrittore era stupefacente, sarebbe stato stupido a fare il modesto. Ma che valesse dodici milioni di euro era un’altra faccenda, su cui aveva sempre rifiutato di pronunciarsi, lasciandosi sfuggire solo una volta, a un giornalista particolarmente insistente: “Non bisogna cercare un senso in ciò che non ne ha nessuno”, ritrovando così senza esserne pienamente consapevole la conclusione del Tractatus di Wittgenstein: Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere2

 

La trama di La carta e il territorio fa pensare per certi versi a un altro capolavoro, Il male oscuro, difficile e controversa opera letteraria del “nostro” Giuseppe Berto, vero e proprio outing creativo/terapeutico in forma autobiografico/romanzata balzato agli onori della cronaca culturale nel lontano 1964 per il suo inedito e paralizzante stile di scrittura (Giuseppe Berto fu anche l’autore di Oh, Serafina!, struggente storia di amore, follia ed ecologia da cui l’indimenticato Alberto Lattuada trasse il film omonimo nel 1976, con una splendida Dalila Di Lazzaro)

Anche qui la fine NON è nota e al contempo contenuta in nuce fin dalle prime pagine del romanzo, preconizzata come un cupo presagio e risuonante come un basso continuo. Ma soprattutto piace pensare che anche in questa occasione lo scrittore si mette totalmente a nudo, adottando la letteratura come un grimaldello per aprire se stesso.

Già, la letteratura. E l’arte visiva. Che, come la letteratura, deve essere fedele al presente, ma anticipando il futuro con lo sguardo al passato (perchè, non mi stancherò mai di dirlo, siamo nani cresciuti sulle spalle dei giganti). E nello stesso non può e non deve essere aliena da quelle autoascrizioni in forma personale che stanno a indicare come l’artista metta tutto se stesso in ciò che fa: un quadro, una fotografia, un video, una performance e un’opera letteraria devono sempre contenere al proprio interno un bocconcino di narcisismo, altrimenti l’autore/autrice sarebbe un ragioniere.

Dipingere – e forse lo stesso vale per il mestiere dello scrivere – può essere una sofferenza. Che, come in certi contesti accade - si pensi all’analitica junghiana e all’alchimia -, prende la forma di un lavoro su se stessi, un vero e processo terapueutico. Getto qui i semi delle recondite armonie fra pittura e alchimia, che forse cresceranno in altra occasione, e oriento lo sguardo sui limiti dell’affabilità delle arti visive rispetto alla scrittura, come viene mostrato nel romanzo di Houellebecq durante il colloquio con Jed Martin:


Ma il problema delle arti figurative, mi sembra”, proseguì con esitazione, “è l’abbondanza dei soggetti. Per esempio, potrei benissimo considerare quel radiatore come un soggetto pittorico valido”. Houellebecq si voltò bruscamente lanciando al radiatore uno sguardo sospettoso, come se quell’elemento stesse per scoppiare di gioia all’idea di essere ritratto; non si verificò nulla di simile. “Non so se lei potrebbe fare qualcosa, sul piano letterario, con il radiatore”, insistette Jed. “Ma sì, c’è Robbe-Grillet, avrebbe semplicemente descritto il radiatore...Ma, non so, non lo trovo così interessante”3

 

Houellebecq, invece, improvvisa fin da subito una possibile trama, di un possibile romanzo, partendo da considerazioni generali sull’acquisto di quel tipo di radiatori e successivamente accennado a potenziali intrecci narrativi vicini al genere thriller.

Ma quello del limite “affabulatorio” dell’arte visiva rispetto alle lettere è solo un limite di tipo individuale, proprio dell’autore – la morte dell’autore!

In fin del conto, nella realtà vera abbiamo un Miltos Manetas che dipinge cavi e prese scart e modernariato informatico, con notevole successo di pubblico e di critica. E in un certo senso, l’artista greco le fa proprio “parlare”, queste nature morte!

Ma, nell’immaginario romanzesco, Jed Martin urta proprio contro le nature morte e decide di convertire il codice espressivo fin lì utilizzato, la fotografia, nella pittura:


Per esempio, quel paesaggio”, proseguì Jed. “So bene che ci sono stati dei bellissimi acquerelli impressionisti nell’Ottocento; però, se dovessi rappresentare quel paesaggio oggi, scatterei semplicemente una foto. Se invece c’è un essere umano nello scenario, anche solo un contadino in lontananza intento a riparare i suoi recinti, allora sarei tentato di ricorrere alla pittura”4

 

Da qui, da questo détournement creativo come si diceva all’inizio, il ritorno alla pittura con la serie dei “mestieri”, fra i quali il quadro Michel Houellebecq, scrittore che sarà la causa della morte atroce e violentissima dell’autore di La carta e il territorio.

Il senso del romanzo è dunque polisemico nella sua nullità: microstorie rispetto alle quali sopravvengono più sensi che concorrono tutti nel mostrare che un senso non v’è.

Questo è l’esito cui approda, nel corso degli anni, il lavoro artistico di Jed Martin: nel corso della piena maturità e fino al suo ultimo giorno di vita egli abbandonerà anche la pittura e tornerà alla fotografia integrandola con l’opera video. Consacrerà dieci anni della propria vita unicamente alla ripresa di vegetali, per poi tornare alla raffigurazione di oggetti industriali. E a partire da quel momento firmerà il proprio testamento artistico, con una serie di lavori in cui le immagini scompariranno,

 

[...]in cui gli oggetti industriali sembrano affondare, sommersi progressivamente dalla proliferazione degli strati vegetali. Talvolta danno l’impressione di dibattersi, di tentare di tornare alla superficie; poi sono travolti da un’onda di erba o di foglie, ripiombano in seno al magma vegetale, nello stesso momento in cui la loro superficie si disgrega. 5

 

Rappresentazione dell’annientamento cui Jed Martin non risprmierà nemmeno gli esseri umani:

 

[...]E anche il senso di desolazione che ci pervade man mano che le rappresentazioni degli esseri umani che avevano accompagnato Jed Martin nel corso della sua vita terrena si disgregano per effetto delle intemperie, e vanno in pezzi, quasi a diventare negli ultimi video il simbolo dell’annientamento generalizzato della specie umana. Esse sprofondano, sembrano dibattersi un attimo prima di venire soffocate dagli strati sovrapposti di piante. Poi tutto si placa, non ci sono altro che erbe agitate dal vento. Il trionfo della vegetazione è totale.6

 

In fin del conto, La carta e il territorio è anche una storia di abbandoni. Forse l’epitome stessa del concetto di abbandono. Ma è anche l’esemplificazione del potenziale affabulatorio dell’arte visiva rispetto alla scrittura, che in certo senso subisce lo scacco con la morte dell’autore.

Questa naturalmente non è che un’interpretazione, che vuol vedere nella morte letteraria di Michel Houellebecq il controcanto alla conquista di Jed Martin, il quale grazie all’arte mostrerà l’indicibile.

Come per il Tao e l’alchimia: Chi sa, non parla. Chi parla, non sa.

E tutto, dialetticamente, torna all’inizio.

 

 

 

 

NOTE

 

  1. Michel Houellebecq, H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, Bompiani, 2001

  2. Michel Houellebecq, La carta e il territorio, Bompiani, 2010, p. 332

  3. Ibid, p. 116-117

  4. Ibid, p. 119

  5. Ibid, p. 357

  6. Ibid, p. 360

Commenti

adoro Houellebecq, così denso

adoro Houellebecq, così denso e così vuoto... un vuoto che divora!
questo non l'ho ancora letto: provvederò presto :)

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