Time dripping
Rubrica a cura di Antonio Maiorino
Sanremo, carnevale, l'arte contemporanea, l'apocalissi e Botticelli, Savonarola e Celentano, torbidi italiani vecchi e nuovi. Ah, era un abstract? Credevo fossero le keywords.
Se esistesse un nobel per la fotografia, Steve McCurry l'avrebbe probabilmente in bella vista sulla mensola. Tecnicamente, una sorta di equivalente è già nel suo palmares artistico, ripetutamente rimpinguito con i World Press Photo Awards. Ma forse, per un fotografo da trincea - invero, pressoché ogni buon fotografo dovrebbe essere da trincea - l'autentico trofeo è la fotografia stessa, il singolo scatto strappato sulla cima unta di sudore del polpastrello, come fosse il crinale di uno sguardo arrischiato.
Vi sarà già giunta all'orecchio la notizia della retrospettiva allestita al Palazzo Reale di Milano fino al prossimo 4 Marzo sulla Transavanguardia: quando si tratta di battage pubblicitario, Achille Bonito Oliva difficilmente stecca. Al punto che, secondo taluni, lo stesso fenomeno in questione sarebbe più propriamente di carattere commerciale, che culturale: ammesso, poi, che oggi sia dato scindere i due fili dall'unico nodo dell'arte contemporanea. Certo, vedere il Profeta della Transavanguardia snocciolare in televisione la stessa solfa sul movimento, prima della pubblicità del detersivo e dopo quella dei surgelati, lascia dubitosi sul dove finisca il mago della critica artistica e dove inizi il mago della comunicazione.
L’urlo del Sud è il titolo di un’opera di Armando De Stefano, da cui prende nome la mostra con 18 nuove tele esposte al Madre di Napoli. Classe 1926, di lui lo scrittore Domenico Rea affermò che colori ed immagini parevano “gridi”. Quella vena espressionista – un nervo scoperto, piuttosto – non è mai venuta meno, ed ancora in occasione dell’esposizione al Madre (19 novembre 2011 – 9 gennaio 2012) il curatore Mario Franco ha avuto modo di definire le figure dei dipinti di De Stefano quali “maschere senza speranza, come ritratte in un pre-inferno, in preda al terrore o ad una solitudine e ad una sofferenza espressa con definitiva convinzione”.
Da un’idea del fotografo Antonio Biasucci e del regista Mario Martone, scaturisce la personale di Salvatore Vitagliano dal titolo Icone, attualmente in mostra al Museo Madre di Napoli, dove resterà fino al 5 dicembre.
Da un’idea, si dice. A buon diritto, indicando i curatori. Ma – se permettete – una volta tanto, è nata prima la gallina che l’uovo, ossia: prima nasce, come una lucida cancrena incantata, la serie dei ritratti di Vitagliano; poi, la culla della madre – pardon: del Madre, ossia le tre salette del mezzanino che accolgono l’opera del pittore originario di Valle Caudina (1950). Ed è una genesi piuttosto remota.
Si è fermata più del previsto al MADRE di Napoli la mostra Still Untitled di Sisley Xhafa, il giovane artista kosovaro-albanese salito alla ribalta internazionale in occasione della 47a biennale di Venezia, allorché s’infiltrò per proporsi come Padiglione albanese clandestino, vestito da calciatore della nazionale albanese, girovagando con una radiocronaca registrata di una partita di calcio e con una bandierina, palleggiando ed invitando la gente a giocare a pallone. Ma non è delle doti calcistiche di Xhafa che intendiamo parlare, né ricognire la smobilitante mostra napoletana. Il nostro viaggio si ferma alla prima stazione, ossia all’opera che al terzo piano del museo lo spettatore incontra nell’intraprendere la propria visita alla mostra del provocatorio artista.
È in corso al MADRE di Napoli la mostra intitolata “Dei” di Gianluigi Colin, l’apprezzato art director e responsabile delle immagini del Corriere della Sera che ha saputo fare della propria vocazione iconica un’autentica ispirazione artistica. Il ciclo che si può apprezzare nella suggestiva cornice napoletana è quello delle “Mitografie”, realizzate tra il 2009 ed il 2011. Come un bricoleur di rivelazioni figurali, Colin seleziona dai quotidiani immagini capaci di veicolare una intuizione, per poi stropicciarle, fotografare l’icona sottoposta a questa sorta di centrifuga informale, stampare il file su carta di giornale ed incollare il tutto su di un letto-palinsesto predisposto con altri lacerti di carte di giornali. Sulla superficie così ottenuta, re-interviene, infine, con nuovo impeto distorsivo.
Nel tempo degli sdoganamenti a gogò, quello dell’Arte Povera non è una folgorazione sulla via di Damasco, ché il movimento ha sempre goduto non solo dell’interesse, ma anche dell’investitura dei critici. Un padrino come Germano Celant, già dal 1967, raccoglieva tempestivamente tanto gli umori quanto la lucidità espressiva di quel pugno di artisti per i quali, come scrive lo stesso storico in occasione di una delle prime mostre del gruppo – Im Spazio: “Tema principale e contenuto dell’arte oggi non è più la costruzione dello spazio bensì l’attività dell’uomo, dell’artista”. Quanto all’attività degli uomini-artisti, credo che questa inedita rete inter-museale, tessuta ancora da Celant, ossia “Arte Povera 2011”, sia un’occasione filologica da non perdere, per guardare con occhi nuovi cose vecchie: un po’ il mestiere del critico d’arte.
Moon Mirror Journey (2011) è il recente film di Rebecca Horn proiettato nell’ambito della 16esima edizione di ArteCinema, il Festival Internazionale di Film sull’Arte Contemporanea (Napoli, 13-16 ottobre). L'occasione è propizia per intraprendere un viaggio nell'opera dell'artista tedesca, dalle tappe piuttosto insolite: Mark Rothko, Michelangelo Buonarroti, manierismo e barocco...