In-Tessuto Onirico

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"In-Tessuto Onirico", Mostra di Arte Contemporanea di Giuliana Iannotti

tenutasi alla Reaspecta Bauhaus, sede dell'Associazione Culturale Reaspecta.

Segue il testo del catalogo scritto da me:

 

“In-Tessuto Onirico”

                            Autoanalisi

 

La mostra si intitola In-tessuto Onirico perché il mio percorso artistico segue poeticamente la strada dell’evoluzione metaforica del filo.

Il filo della mia vita, il filo della mia arte, il filo di una ricerca interiore, il filo del mio percorso come artista.

Ho trovato nelle mie opere uno sfondo metaforico- filosofico della mente, che crea il proprio pensiero come un filo, lo intreccia e lo compone come un tessuto, lo taglia e lo cuce come una stoffa. Filo di quel tessuto che costituisce uno degli elementi indispensabili all’esistenza umana; e filo del pensiero, o di quell’“indefinibile privilegio della specie umana”, che da sempre ha impegnato la filosofia e l’arte nella risoluzione del suo mistero.

La mente crea il proprio pensiero, lo elabora e lo compone in tessuti/testi/trame/disegni filosofici seguendo l’immagine di un materiale grezzo che pian piano, passando fra le dita, si dispone come un filo che va ad intrecciarsi con altri fili, componendo tele e tessuti di testo i quali a loro volta vengono raccolti, avvolti, piegati e spiegati, tagliati, cuciti  e drappeggiati, rappresentati.

La rete è un intreccio di fili, nodi e vuoti spaziali.

Filo e tela sono immagini del pensiero che sgorga da una sorgente originariamente confusa, da un agglomerato caotico di idee e sensazioni, e pian piano si struttura  e si distribuisce con ordine, come la scrittura lineare e composta permette di esprimere in maniera ordinata e sequenziale la ricchezza di idee che si affollano nella mente. Così avviene anche per gli stati d’animo.

L’artista trasferisce quei tessuti filosofici e dell’Anima nelle sue opere d’Arte.

Il filo è il caos che diventa ordine, è il groviglio che trova struttura, è la linea che esce dal labirinto. È la trama, che però diventa nuovamente caos nelle pieghe di un tessuto, così come nei colori e nelle forme, nelle mie opere.

Filare, tessere, come pensare, immaginare e creare, sono tutte esigenze che sgorgano da questa necessità primordiale di imprimere una forma, di dare una direzione, un senso, ma anche di esprimersi, di comunicare, di lasciare il proprio segno.

Seguo il farsi metaforico del filo, del tessuto e dell’intreccio per approdare al contenuto simbolico del vestire e dello spogliare, che evocano l’interno e l’esterno del corpo, l’ambito morale e quello materiale, sofisticazione e virtù, menzogna e verità.

E qui si arriva all’identità, alla maschera che nasconde chi siamo…

Come il tessuto che nascondendo rivela e che svelando si scopre, ma si veste di mistero.

La mia è una ricerca incentrata sulla simbologia e la suggestione nell’Arte, tentando di svelare quello che l'occhio umano non vede.

Coprire per scoprire. Nascondere per rivelare.

 

In - Tessuto Onirico

                   e la mia Poetica...

Il simbolo è il miglior modo di esprimere un contenuto inconscio presagito, ma ancora sconosciuto

(C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo)

 

Nelle mie opere sono presenti astrazione e simbologia: una simbologia inquietante, a volte magica, Onirica, come amo definirla io.

 Amo la sperimentazione e raccontare i luoghi dell'Anima.

Realizzo corpi scenici, materia recitante, in me arte e vita si confondono in un poema ininterrotto.

Voglio mettere in scena un linguaggio in grado di dialogare, frammenti di memoria e di cultura riunendoli nella luce dell’arcano in una magica visione.

Il mio è  percorrere uno spazio connotato di segni che si riflettono l’uno nell’altro, irradiandosi e concentrandosi, creando aggregazioni e disaggregazioni che tutte insieme costituiscono una organicità di visione, cercando di andare al di là delle apparenze sensibili.

Mi piace pensare ai miei lavori come superfici gremite su cui il segno della Natura e quelle dell’essere umano creatore si rimescolano in una sorta di processo incessante, in una dimensione di sintesi universale che, però, va oltre la realtà, così che lo spirito della terra e l’inconscio diventino armonia.

Sia nelle opere pittoriche che nelle opere scultoree, cerco di imprimere la mia sensazione di poter sentire le vene pulsanti della terra, lo scorrere di energie che percorrono lunghi e insondabili territori.

Il mio linguaggio è in continua fase di sperimentazione, è una ricerca esigente e molto attenta alla commistione tra materia e pittura, tra il linguaggio dello spazio e quello dell’opera che andrà ad occuparlo e che ne farà parte, di materiali d’uso quotidiano e la loro traduzione in pittura e scultura.

 Il Filo conduttore della mia poetica è percorrere quella linea d’ombra che demarca la realtà tra illusioni, sogni, fantasie, sensazioni, stati d’animo ed espressioni del proprio io, per poi condurre me stessa  in un tracciato di movimento ininterrotto di cui voglio restituire le mie impressioni. Un affettivo ingorgo tra ragione e immaginazione, accoglie un determinato stato mentale, un momento dell’eidos, del pensiero in movimento e lo modifica consegnandolo ad una situazione trasformata, anzi ad una situazione stilematica che essa contribuisce a trasformare.

La mia è una riflessione segreta dell’io che si specula, il mio controcanto.

Il vero compito, la missione di un artista, o almeno la mia, è quella di lasciare il segno.

L’Arte è un ponte che collega il passato al presente, un arco che unisce spazio e tempo.

Per me l’Arte è un territorio intrigante, perché non segna mai un confine del nostro orizzonte, ma ci aiuta ad andare al di là del reale, del finito, del materiale, a spingerci oltre.

L’Arte dovrebbe portare lo spettatore ad un processo di arricchimento delle percezioni e della capacità di intendere il concetto e  lo spazio estetico.

Non c’è viaggio più reale e infinito di quello che ogni artista consuma all’interno delle proprie opere e di quella solitudine creativa,  che è estasi pura, attimi infiniti, nella libertà di selezionare qualsiasi cosa incontri; la memoria aggiunge al presente quelle stratificazioni strutturali che rivelano la mediazione visiva come confronto serrato con un’archeologia interiore.

Nelle mie opere si avverte l’impulso all’astrazione: gli oggetti perdono identità si scoprono materia, sfaldata, aggrumata, lacerata e occupano lo spazio del dipinto.

La superficie spesso si trasforma in volume.

Attraverso il simbolo ed il segno soggettivamente strutturo la realtà che mi circonda, ma soprattutto la mia realtà, quella interiore, il mio io che vive, costruendo la mia visione e cercando di sublimarla in Arte.

La sostanza materiale unita alla forma rende concreto e visibile il Simbolo, costituendolo come veicolo espressivo e fondamentalmente intuitivo di qualcosa che è indipendente dall’oggetto simboleggiato ed invisibile, rappresentando la totalità.

Anch’io, come Breton, “Credo nell’accordo di due stati apparentemente contraddittori, quali il sogno e la realtà, in una sorta di realtà assoluta, o di surrealtà, se così si può definire”.

Ed è proprio la caratteristica del rivelare nascondendo che accomuna la mia arte al sogno. In particolare l’utilizzo della maschera e del tessuto.

Tutto ciò che è coperto prende un’altra forma un’altra identità, pur rivelando forme a noi già note.

Amo “coprire per scoprire”, “celare, nascondere per rivelare”.

Nascondendo cerco di risvegliare lo sguardo e l’attenzione, ribaltare il senso comune, costringere gli altri nel ricominciare a stupirsi. 

 

Le maschere sono oggetti misteriosi che celano un fascino del tutto particolare nella tensione di potersi rivelare nascondendo, però, il proprio volto.

La maschera è nata in tempi antichissimi e in ogni luogo del mondo, come necessità dell’uomo di rappresentare l’irrappresentabile, di superare la propria umanità per stabilire un contatto con l’Oltre.

La maschera fu lo “Strumento”, l’oggetto magico in grado di far divenire “altro da sé” chi la indossa, una “trasformazione magica” che permette di incarnare il Mito, l’Eroe e il Simbolo

La maschera coprendo il volto esalta il corpo, quindi la comunicazione emotiva attraverso il gesto ed il movimento. La maschera “comanda”, impone al corpo di conformarsi al suo carattere e porta con sé il brivido di essere, ma non nell’identità nota agli altri. Un sé privato, nascosto, più libero di sentirsi e di manifestarsi. È qui che possono emergere aspetti che l’educazione, la cultura e le norme sociali tengono a freno, una voglia di libertà che i nostri volti che dicono a tutti chi siamo non ci possono permettere. È un deresponsabilizzarsi socialmente per responsabilizzarsi interiormente, se si trova il coraggio di accettare la sfida. In questo senso, la maschera può essere catartica, in scena, nel rito, nella festa.

Indossare una maschera è un atto di trasformazione, sempre, ma non per coprire, anzi svelare ciò che il volto nudo non potrebbe esprimere. Quest’accezione implica però una consapevolezza in chi la indossa. Le maschere rituali non s’indossano alla leggera, perché aprono una porta con l’Oltre, e chi varca quella soglia deve essere preparato.

La maschera – persona in latino – è qualcosa che occulta, che nasconde, che inganna o almeno distrae.

In tal modo, però, la maschera che ciascuno indossa, quasi come una seconda pelle, rivela il suo carattere di ombra.

È un’ombra oscura che avvolge il portatore lasciandolo nelle tenebre, mentre lo illude di essere nella luce.

La maschera va strappata se si vuole superare l’ombra, l’occultamento, il conformismo ed entrare nel raggio della luce, pur sapendo che comunque si è circondati dall’ombra. Strappare la maschera significa entrare in una nuova vita: la vita, naturalmente più difficile, di chi cerca, di chi si sforza di comprendere la complessità e l’ambiguità del reale.

L’Arte si libera della sua maschera, l’artista svela se stesso nella sua opera.

La mia poetica ha come sottofondo un’aspirazione ad un assoluto irraggiungibile, ad un mondo di vibrazioni, echi ed energia… è voglia di poesia rivolta all’infinito.

 

 

 

Giuliana Iannotti

 

 

 

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