Status (l'Anima Rapita)

arte contemporanea, gallerie, mostre, eventi

 

STATUS  (l’Anima Rapita)

Installazione dimensioni ambiente—impiego di svariati materiali

Aiuto allestimento: Roberto Iannotti, Giuliano Morano

 

L’opera è stata realizzata per

Dalla Terra al Cielo: dal Primordiale all’Infinito

V edizione del ciclo “Arte in Piazza”

I edizione del ciclo “Arte nel Chiostro”

a cura di Lucrezia Rubini

Chiostro dell’ex Convento di San Michele

Guidonia Montecelio

Con il patrocinio del Comune di Guidonia Montecelio– Assessorato alla Cultura

e del Consiglio Regionale del Lazio

 

Opera selezionata per:

 FLOGISTO - Arti in eruzione.

Evento inaugurale

Palazzo dei Congressi di Roccamonfina (CE)

Museo MAGMA

 inaugurazione 24 luglio 2010

 

 

Il ruolo della memoria e dell’immaginazione nell’uomo, in ogni sua azione è frutto di una dialettica tra istinto e conoscenza.

“Qualcosa di noi è esterno, perché noi stessi nello specchio siamo esterni a noi. Ciò suscita la primordiale sensazione che l’anima sia stata rapita…” (Ernst Aeppli).

Lo specchio nell’opera d’arte è un elemento che si pone tra la stabilità della mimesi e l’incessante divenire. Il gioco è guardare e riflettersi, guardare l’opera e se stessi, far parte dell’installazione. La vostra immagine riflessa concretizza il sogno futurista di entrare  a far parte dell’opera.

In passato si pensava che gli specchi trattenessero l’anima o l’energia vitale di colui che vi si rifletteva, i demoni non si riflettono nello specchio. Lo specchio è anche attributo delle virtù che presiedono alla conoscenza di se stessi, della veritas e della prudentia.

Il filo rappresenta il primo legame artificiale. Nell’Odissea il filo è il simbolo del destino umano. Nell’Iliade si avvicina il filo al labirinto, insieme metafisico-rituale che contiene l’idea di difficoltà, di pericolo di morte. L’idea del labirinto è ripresa dalla “scatola” di specchi, il labirinto della nostra esistenza terrena dal quale l’uomo cerca di elevarsi, di staccarsi, di andare oltre.

Il legame rappresentato dal filo è l’immagine diretta degli “attaccamenti” temporali, della condizione umana legata alla coscienza del tempo, e alla maledizione della morte.

La fune attraversa lo spazio della stanza, uno spazio che rappresenta il territorio dell’incerto, dell’indefinito, della contingenza e della possibilità di quell’istante, continuum spaziale tra la creazione estetica e la realtà.

Dal filo di Arianna alla tela di Aracne, dalla corda di Ananke alle abilità tessili di Atena…

“Seguire il filo ci consente di non perderci nel labirinto dei pensieri come nel labirinto della vita.” (Il filo del pensiero, Francesca Rigotti)

I fili si intrecciano in un’unica tela formando un tessuto. E la stoffa avvolge, copre, riscalda e protegge, veste, ma traveste anche. E soprattutto rivela nascondendo. E ciò che si nasconde si rende prezioso.

La sagoma umana ricoperta dal tessuto è il simbolo dell’allontanamento dal mondo esteriore, velare qualcosa significa occultare la realtà, rendere misterioso ciò che si nasconde e quindi la vita umana.

La  teoria delle facoltà dell’anima nel Rinascimento faceva dell’immaginazione la veste dell’anima, come se con la metafora della stoffa si volesse suggerire l’idea che il pensiero crea la propria immagine al di fuori di se stesso e si trasforma nel proprio stesso abito: paradosso della riflessione che va dalla creazione filosofica alla chiusura e al ripiegamento tragico su di sé. In Marsilio Ficino l’anima tesse da se stessa il suo corpo sottile: l’anima è tessuto e tessitrice. Il principale ispiratore di questa immagine si rivela Platone: nel Fedone più volte ritorna l’argomento dell’anima tessitrice e tessuto.

È il contenuto simbolico di vestire e spogliare, che evocano l’interno e l’esterno del corpo, l’ambito morale e quello materiale, sofisticazione e virtù, menzogna e realtà.

La Bibbia indicava, accanto al bisogno del cibo, quello di avere una “seconda pelle” come protezione.

La rete è un intreccio di fili, nodi e vuoti spaziali, universalmente considerata il simbolo della cattura.

Nel poema “La rete del diavolo” (1290) di Hugo von Trimberg il diavolo confessa che i suoi seguaci (superbia, invidia, odio, avarizia, gola, lussuria e ira) si aggirano nel mondo con grandi reti per accalappiare uomini di ogni condizioni e grado; un’ immagine  che è l’inverso speculare della “ricca pesca” d’anime degli Apostoli.

La rete del ragno in India è simbolo dell’ordinamento cosmico e, per la sua struttura a raggi può diventare il simbolo dell’irradiarsi dello spirito divino. È anche il simbolo del mondo dei sensi (maya) che imprigiona illusoriamente il debole e che il saggio è in grado di lacerare.

 

Se l’arte deve mostrare  se stessa come presenza nel mondo, non può rifiutarne il flusso del divenire…

La vita di ognuno è unica, ma è relazionata alla vita degli altri ed esistono tratti comuni dell’esistenza e dell’essere: ognuno si riflette nell’altro e ognuno tende all’eternità.

… sono gli echi-nodi che legano in un’unica rete le singole azioni o fotogrammi della vita. La realtà intesa come La discontinuità del tempo, andate e ritorni, è un sistema di rimandi alle azioni stesse, Tessuti, che si presta ad essere letto grazie alla parola che, amplificata nella sala degli specchi della memoria, diviene il filo della continuità, quale legaccio di unione tra passato-presente-futuro.”

(da Il filo in Le stagioni delle Parole, 1994)

 

Giuliana Iannotti

 

 

<< Specchio come “feticcio” della rappresentazione dell’Anima. Alienazione segnica e allegoria concettuale fanno di questa Installazione di Giuliana Iannotti qualcosa di unico all’interno del variegato panorama dell’Arte Contemporanea Italiana. In quest’opera vi è la psiche che abbandona il già conosciuto per intraprendere il cammino del non noto. Filo come percorso ideale da seguire per non perdersi nei labirinti della memoria. L’Anima vaga tra inconscio e buio medioevale. L’Anima che in quest’opera diventa tangibile rappresenta quegli “Status” di un IO che chiede di essere ascoltato. Un Io che stanco di vagare nei meandri ignoti del tacito chiede di voler essere riportato alla luce. Un Io che rifiuta il tempo e fugge da esso. Il filo di Arianna è stato sciolto. Le certezze perdono il loro status ideale fino a diventare dubbi amletici. La razionalità perde ogni ragion d’essere in funzione di un’Anima che attraverso Giuliana Iannotti si fa rappresentazione e rifiuta la morte. Un’Anima che conosciuti i valori futili e banali della vita quotidiana, si aliena da essa. Un’Anima che “avvolta” dal tessuto chiede protezione. Veste come rifugio. Paura dell’incerto. Paura di ciò che non si conosce. L’ideale in questa installazione lascia spazio ad un “rappresentato” che ha la stessa forza comunicativa dell’Urlo di Munch. Il gesto della rappresentazione è autentico e si fa portavoce di valori “altri” rispetto a quelli immediatamente percepibili. La sua ricerca spazia tra una memoria che chiede di essere riportata alla luce e il non detto che trova nella dimenticanza la sua migliore forma espressiva. In quest’opera Giuliana Iannotti riesce a far assaporare all’astante l’essenza dell’infinito.          

Ad essere indagata è la condizione di un’Anima che da realtà non propriamente materiale si trasforma in qualcosa di osservabile e riconducibile allo “Status” di coscienza dell’uomo comune. La stanza in cui l’installazione è collocata diventa un “non luogo”. Abbandonate le concezioni di spazio e tempo lo spettatore viene immerso in un “locus novo” in cui gli archetipi prendono il posto di ciò che appare.

                                                                                                 - Il Critico d’Arte -

                                                                                          Dott. Salvatore Russo >>

 

 

 

 

 

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