Sesto e ultimo ciclo della Rassegna Prospettiva Post-Avanguardia

Sesto e ultimo ciclo della Rassegna Prospettiva Post-Avanguardia

Titolo

Sesto e ultimo ciclo della Rassegna Prospettiva Post-Avanguardia

Inaugura

Sabato, 13 Ottobre, 2012 - 18:00

Presso

Palazzo Zenobio

Comunicato Stampa

Continua con crescente successo di pubblico e di critica la Rassegna Prospettiva Post-Avanguardia a Venezia.
Sabato 13 ottobre, alle ore 18.00 si inaugura il sesto e ultimo ciclo di mostre, presso Palazzo Zenobio (2 collettive tematiche: “La via italiana all’Informale” e “Memory Box”, 2 personali: Vasilieva e Lerda e una tripla mostra personale: “La realtà del sogno”)

All’interno della mostra “Memory Box” verrà presentato il progetto “Cose salve” dedicato ai paesi terremotati della provincia di Modena. In questo progetto alcune decine di famiglie di alcuni dei paesi più colpiti dal recente terremoto sono state fotografate e intervistate su quale oggetto avrebbero voluto salvare dall’oblio.
Sabato 13 ottobre, nella tarda mattinata, un pulmann partirà dalla provincia di Modena e molti dei protagonisti di questo progetto porteranno a Venezia, a Palazzo Zenobio, in corteo da piazzale Roma, la loro “scatola della memoria”, contenente l’oggetto da salvare, che riporranno poi nella grande installazione collettiva nel Padiglione Islanda e nelle altre sale dedicate alla mostra insieme a quelle degli artisti di “Memory Box”.

Le cinque mostre saranno visitabili fino al 24 ottobre, tutti i giorni dalle ore 11 alle 18. Lunedì chiuso.

Queste le cinque mostre del sesto ciclo:

LA VIA ITALIANA ALL’INFORMALE. Ultime tendenze
A cura di Virgilio Patarini
Opere di Annamaria Angelini, Walter Bernardi, Alberto Besson, Italo Bolano, Andrea Boldrini, Andrea Borghi, Marco Bozzini, Maurizio Carpanelli, Valentina Carrera, Giuseppe De Michele, Bruno De Santi, Siberiana Di Cocco, Paolo Facchinetti, Graziano Ferrari, Gabrielli Ersilietta, Caroline Gallois, Silvio Gatto, Renato Giananti, Andrea Greco, Michelle Hold, Vincenzo Maddaloni, Fiorella Manzini, Maurizio Molteni, Giancarlo Nucci, Andrea Paganini, Moreno Panozzo, Francesco Partipilo, Emanuele Racca, Realismo Astratto (Susi & Paolinelli), Andrea Romero, Brigitta Rossetti, Alessandro Rossi, Elena Schellino, Luciana Schiazza, Mariangela Tirnetta, Fabrizio Trotta, Lyudmila Vasilieva, Marta Vezzoli.

MEMORY BOX
A cura di Valentina Carrera
Opere di: Alessandro Baito, Valentina Carrera, Francesco Comello, Antonio Donato, Zane Kokina, Benedetta Jandolo, Ilaria Marchione, Antonella Monzoni e Alberta Pellacani (Cose Salve), Angela Pellicanò, Claudio Santambrogio, Irina Temushkina, Pavel Vavilin, Sasha Zelenkevich.

Giorgio Carluccio, Lucio Pedotti, Alessandro Pedrini: LA REALTÀ DEL SOGNO
A cura di Virgilio Patarini

LYUDMILA VASILIEVA: TRA FIGURAZIONE E ASTRAZIONE
A cura di Virgilio Patarini e Valentina Carrera

PIERO LERDA: Retrospettiva
A cura di Barbara Vincenzi

Note critiche di presentazione

LA VIA ITALIANA ALL’INFORMALE.
Ultime tendenze

L’Informale non è morto
Questa mostra nasce da un libro. Di solito è il contrario: prima nasce l’idea di una mostra, si scelgono gli artisti e le opere, e alla fine arriva il catalogo. In questo caso invece in principio era la parola: un libro intitolato “La via italiana all’Informale. Da Afro, Vedova e Burri alle ultime tendenze” che non ha certo la pretesa di raccontare per filo e per segno la storia dell’Informale in Italia, ma che per la prima volta cerca di rompere certi automatismi accademici che considerano esaurita l’esperienza Informale, in Italia come negli altri paesi del mondo, dopo circa quindici anni di storia: dal 1948 al 1963, anno più anno meno. Come se tutto l’Informale che viene dopo fosse solo opera di epigoni. Come se la verve e l’ispirazione dei grandi maestri dopo quella data si esaurisse. Come se l’Informale fosse una delle tante, importantissime ma effimere, avanguardie del secolo. L’Informale è qualcosa di diverso: qualcosa di più e qualcosa di meno delle altre Avanguardie. Ma soprattutto è una vera e propria rivoluzione epocale: per la prima volta nella storia dell’Arte si concepisce un quadro senza figure, senza alcun riferimento alla realtà nè a forme geometriche nè a elementi simbolici. Si tratta di una rivoluzione analoga a quella provocata dall’invenzione della Prospettiva. Qualcuno si sognerebbe mai di dire che Caravaggio è un epigono rispetto a Leonardo o Michelangelo perchè come costoro usava la Prospettiva? O ancora peggio Leonardo e Michelangelo rispetto a Masaccio...
Virgilio Patarini

MEMORY BOX – COSE SALVE

Memory box
La memoria è forse il dono più prezioso che possediamo, grazie alla quale possiamo costruire un individuo sempre più completo e perfetto. La memoria prende mille forme e colori, viene a volte deviata dalla fantasia, confusa dai traumi, selezionata dal tempo, ma rimane sempre uno strumento indispensabile per la percezione e interpretazione della realtà. Esiste la memoria personale, fatta dalla storia di ciascuno a partire dalle origini famigliari e culturali; esiste la memoria spirituale, quel bacino fantastico dove si confondono in armonia o disaccordo le sensazioni e i sentimenti e le paure e le speranze che ci hanno accompagnato per periodi più o meno lunghi; esiste una memoria collettiva, fatta dalle glorie delle scoperte dell'Umanità e dal nero terrore in cui a volte la Storia si concretizza.
In un senso ben preciso, quello della percezione estetica, del simbolismo e della suggestione, l'Arte fa parte del nostro bagaglio di memoria. Comprendiamo meglio la storia e il pensiero dell'antica Grecia dalla contemplazione del Partenone; ci immergiamo più sensibilmente nella crisi del pensiero novecentesco scrutando un'opera di Malevič; comprendiamo meglio la confusione post-bellica leggendo Sartre. Ci eleviamo sopra tutto di fronte al genio polimorfo di Dalì, una delle cui opere più conosciute è senz'altro “La persistenza della memoria”.
È un bene quando la memoria persiste, perché l'Umanità non si perda in un oblìo senza direzione, ed è questo che è stato chiesto agli artisti di MEMORY BOX: riflettere sul tempo, ciascuno seguendo il proprio istinto, il proprio gusto, la propria visione dell'Arte, tutti elementi che si forgiano col tempo nello spirito di ciascuno.
Alessandro Baito
Cose salve
Alberta Pellacani e Antonella Monzoni si sono incontrate per dar voce alle persone della provincia modenese colpite dal recente sisma, raccogliendo testimonianza del cambiamento di valore che hanno assunto le COSE. Cose e forme di pensiero che si accumulano e sedimentano nel corso della vita, alla luce di una scelta che sembrava poter essere solo una fatalità remota: salvarle o perderle per sempre.
Il linguaggio della fotografia e del video si sono incontrati in modo autonomo sul terreno della parola, cifra essenziale e chiave che apre l’invisibile che ancora alberga nell’intimo delle persone.
La fotografia cerca di unire documento e sentimento raccontando, attraverso più immagini, microstorie di famiglie e singoli, le loro emozioni e memorie.
Il video, intenzionalmente spigoloso e impreciso, rimanda a qualcosa di incomprensibile: un tempo sospeso tra i ricordi di ieri, già divenuti passato, e il vuoto di un futuro incerto, nella consapevolezza intima che nulla sarà più come prima.

CARLUCCIO, PEDOTTI, PEDRINI: LA REALTÀ DEL SOGNO

Innanzitutto balza agli occhi, prepotentemente, un approccio nei confronti della rappresentazione della realta’, da parte di tutti e tre questi artisti, che potremmo definire spiccatamente “iconico” dal punto di vista della sintesi formale e decisamente “noumenico” dal punto di vista della rielaborazione intellettuale: ossia, per intenderci, ci presentano una realta’ raffigurata attraverso una netta stilizzazione delle linee e delle forme e intesa come essenza, come pensiero, “sub specie aeternitatis”. E certo le due cose si tengono e paiono anzi l’una la logica e diretta conseguenza dell’altra.
Poi, a voler ulteriormente indagare, potremo notare che il tipo di “pensiero” che soggiace all’opera di costoro è del tutto particolare: un pensiero, per cosi’ dire, “magico”, onirico, stralunato, sottilmente deformante. Un pensiero in cui ragione e delirio si confondono, si fondono. Come nei sogni dove, sospeso il principio di non contraddizione, la logica con le sue regole convive con le piu’ assurde e irreali visioni.
Accanto alle somiglianze è opportuno però sottolineare anche come i tre artisti si distinguano per alcune non irrilevanti sfumature. E soprattutto per i relativi orizzonti di riferimento culturali e artistici.
Lucio Pedotti e Alessandro Pedrini infatti praticano una pittura che si potrebbe definire “Astratta Metafisica”: inventano paesaggi iperuranici popolati da forme e figure geometriche. Le tinte sono lievi, soffuse. L’atmosfera incantata. Più essenziale la composizione in Pedrini, più articolata e a tratti barocca in Pedotti. In Carluccio invece le forme molto vagamente antropomorfe o le figure evocate sono realizzate in materiali naturali come ferro e terracotta, con una stilizzazione “selvaggia” e vagamente archetipica che puo’ far pensare all’arte primitiva ed affonda le sue radici nel Surrealismo.
In tutti e tre i casi tuttavia si galleggia in un mondo immaginario, concreto, tangibile, ben delineato, credibile, eppure sospeso, rarefatto, ineffabile, riemerso, da un’aura onirica e irreale: una realtà fatta di sogno. C.v.d.
Virgilio Patarini

LYUDMILA VASILIEVA: TRA FIGURAZIONE E ASTRAZIONE

Alla fine fu la luce.
Alla fine tutte le forme, tutte le figure, tutte le sapienti composizioni, tutti i piani sovrapposti, intersecanti, tutti i volti, i corpi, gli sguardi abbassati, tutte le umane presenze, tutti gli interni appena accennati, evocati da tagli di luce, da rapidi segni, pennellate, ampie spatolate di colore...Alla fine tutte le complesse e allusive architetture visive che sorreggevano i quadri di Lyudmila Vasileva si sono liquefatte in una luce vibrante d puro colore. E la pittura si è fatta essenza. La presenza raffigurata si è rivelata per quello che era: assenza sublime. L’illusione sapiente della quarta dimensione è crollata al suolo con un soffio, come fosse di carta. La terza dimensione? Una tensione vana. La simulazione ha lasciato il campo alla disarmante verità di ogni quadro, che è fatto solo e soltanto di superficie e di colore. E che non rappresenta altro che se stesso. Anche i titoli si sono fatti rarefatti, “atmosferici”, “musicali”, labilmente elusivi: Dinamica e mutazione, Pioggia d’autunno, Sinfonia di primavera. E la pittura diventa così musica, sublimazione, ascesi quasi mistica. Negazione di ogni fisica presenza, se non quei labili minimi millimetri di spessore di tela di lino e colore ad olio. E’ questo il prodigio a cui assistiamo passando in rassegna la decina di quadri qui radunati dell’artista russa comasca d’adozione, quadri che ci raccontano un momento cruciale dell’evoluzione stilistica della pittrice di Odessa: basta osservare le date. Tra il 2009 e il 2010 le ampie, marcate, scomposte campiture si sfaldano, le linee di demarcazione svaniscono, il disegno si dissolve. Il disegno, da sempre nervatura portante delle opere della Vasileva, sia di quelle astratte che di quelle figurative, d’improvviso viene meno. Tutto è solo colore. Vibranti pennellate di colore rapide e guizzanti, corsive, a tratti nervose. Pennellate di luce. Sì, alla fine fu la luce. O, se non alla fine, almeno fino al prossimo colpo di scena.
Virgilio Patarini

PIERO LERDA: RETROSPETTIVA

Personalità colta e rigorosa ma appartata. Un artista discreto e schivo, fuori dai circuiti e dalla ribalta di un mercato confuso e frenetico. Aggiornato testimone e protagonista di mezzo secolo di eventi artistico-culturali. Nel percorso artistico e intellettuale di Piero Lerda si coniugano concentrazione e autorevolezza, rigore e ispirazione compositiva, fuoco interiore e nobile saggezza. La sua pittura pur andando verso una semplificazione e riduzione dei segni, conserva una larvata figurazione, è una ricerca che non si disperde in un gorgo informale, non si lascia trascinare nel vortice dell’interiorità e, pur contenendone le pulsioni, libera una scrittura che prende una duplice direzione. Da una parte si articola come attività ludica: gioiosa giostra esistenziale, dispersione gratuita di energia, manipolazione di materia informe intrisa di luce e colore. Dall’altra si sviluppa come gioco strutturato con il suo insieme di regole, di combinazioni e di rapporti precisi.
Tutto questo porta il pittore, agli inizi degli anni sessanta, a sintetizzare la sua poetica in una cifra che lo accompagnerà tutta la vita: sono composizioni che lo inducono alla costruzione di immagini in forma di aquiloni. (...) L’artista è colui che sa conservare lo spirito dell’infanzia nell’età adulta, dove il rapporto con il cielo e la terra, diventa motivo di ispirazione della sua arte. Piero Lerda cerca di afferrare, come attraverso un caleidoscopio, quell’enigmatica e misteriosa parola che ognuno di noi pronuncia sovente, nel segreto del suo cuore, senza però intenderne il significato. Dal suo misterioso sussurro il pittore riceve suggerimenti per comporre le sue opere. Con brandelli di materia colorata, poche pennellate e semplici segni sa catturare frammenti di infinito per costruire il suo personale universo. Uomo di profonda cultura, sa che essa nasce dalla contrapposizione tra ciò che ha scopo e le necessità della vita quotidiana. Percepisce che il fondamento della conoscenza è il gioco nel quale si compie la definizione della nostra esistenza, anche se il funzionalismo della moderna civiltà tecnologica rende difficile affermare questa autonoma dignità. Egli ci suggerisce che il gioco dell’aquilone può farci ritrovare il piacere per una solennità che esce dal quotidiano perché verso il cielo si innalza il tetto comune che tutte le culture dovrebbero costruire. Aquiloni: strumenti poveri di materia ma ricchi di fantasia, sfrecciano nell’aria, comunicando un senso etico e partecipato tra i popoli della terra. Il loro volo libero ma allo stesso tempo vincolato alla mano dell’uomo ci induce a inquietanti associazioni con la vita organica, un rarefatto incanto, che possiede il fascino universale della musica, capace di travalicare il mondo dei significati per far spazio a quello dell’emozione.
Giovanni Cordero
(Direttore Arte Contemporanea - Soprintendenza storico artistica Ministero dei beni e attività culturali Torino)

Per ulteriori approfondimenti:
www.prospettivapostavanguardia.jimdo.com

Sede e orari della rassegna:
Palazzo Zenobio, Dorsoduro 2596 - Martedì-domenica ore 11/18. Lunedì chiuso
Per informazioni: email: galleria.zamenhof@gmail.com - tel.: 333.80.322.46 (Virgilio Patarini).

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