Elogio della memoria

maurizio cariati

La risposta è MAI
Elogio della memoria

IL 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria. Un’occasione per riflettere su questo tema nell’arte a partire da alcune discussioni dei mesi scorsi.

Quando ho letto il titolo dell’articolo di Pierluigi Panza, I musei dell’ orrore,  pubblicato ne La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera di domenica 20 novembre, ho subito ipotizzato che si trattasse di un’invettiva contro qualche curatore-organizzatore o una lamentela verso taluni episodi di cattiva gestione, di cui spesso si legge sui quotidiani. Mi fa sorridere, per esempio, ricordare la recente notizia di quella donna delle pulizie che ha distrutto un’opera d’arte contemporanea, non ritenendola tale e considerandola sporcizia da spazzare via… Invece, procedendo nella lettura, è apparso chiaro l’intento del giornalista, ovvero la denuncia dell’eccessivo interesse contemporaneo per le tragedie e le mostruosità, esposte in tanti, tantissimi musei del mondo, con il rischio di banalizzare il male. Una bella discussione, quindi, una riflessione di sicuro interesse per gli appassionati dell’arte.
Panza pone una domanda: “Quando ci dobbiamo fermare?”

Ebbene, vale la pena di offrire una risposta. La questione si lega a buona parte della mia ricerca, per cui mi sento tirata in causa, anche se non direttamente.  La risposta è “mai”. Noi smetteremo di onorare la memoria delle tragedie umane, quando non ne succederanno più, quando non ci saranno mali e orrori nel mondo. E l’orrore non è mai banale, soprattutto quando l’hai visto da vicino. Il male è così diffuso, così connaturato all’uomo che non ci possiamo illudere di arrivare a una pace eterna e mondiale o tornare a un ambiente paradisiaco senza errori e senza problemi di sorta. Tuttavia, è possibile migliorare, inseguire il bene e un grado di civiltà più elevato. Per farlo, come anche le fonti autorevoli citate dall’illustre giornalista insegnano (vedi la Docente di Semiotica, Patrizia Violi, dell’Università di Bologna), è necessario coltivare la memoria, non dimenticare e riflettere sugli errori del passato, per non ricadere nelle stesse colpe. La tentazione dell’oblio, o peggio ancora la ricerca della negazione, da taluni mostruosamente appoggiata, può portare alle conseguenze più nefaste.

 

 

Historia vitae magistra. Non si tratta solo di una passione attuale, ma di un’esigenza antica come il mondo, come i miti, che si perdono nella notte dei tempi. Il culto dei morti è diffuso presso ogni popolazione e lo era già in epoca primitiva, come pure tante cerimonie per la commemorazione delle grandi disgrazie. L’orrore di per sé affascina da sempre l’uomo. Per il gusto della diversità, l’originalità, il proibito, l’assurdo, il superamento dei limiti… La verità, la cronaca, il fatto storico risultano intriganti proprio perché sono realmente accaduti e se hanno il carattere dell’inaudito e dell’eccezionale, anche se in negativo, tanto meglio. E’ la voglia di stupire, è la curiosità che accompagna l’essere pensante. E’ vero che i musei sono nati sotto l’Illuminismo, ma le prime collezioni, quelle del ‘600 ad esempio, racchiudevano le Wunderkammern, o camere delle meraviglie, dove erano appunto conservate mostruosità di ogni tipo: feti umani in salamoia, ibridi animali, uova di dinosauro e chi più ne ha, più ne metta.

La vera questione, a mio avviso, è come comunicare e trasmettere la memoria nel modo più efficace possibile. Lo stesso anche per l’arte. E soprattutto: quanti interventi possono davvero definirsi artistici? In quali opere si manifesta il senso estetico? Se osservo la fotografia dell’aereo di Christian Boltansky nel Museo per la Memoria di Ustica a Bologna, comprendo l’azione artistica, ma percepisco maggiormente l’immagine come un reperto storico militare. Se invece ammiro una tela del pittore Emanuele Gregolin, che raffigura una petroliera incendiata su un mare cupo, in ricordo della tragedia causata dalla BP nel Golfo del Messico, mi emoziono per la forza del colore  e del gesto, lo splendore drammatico del contrasto. Oppure, mi commuovo quando guardo la scultura in cartapesta e bitume della Tartaruga del giovane Maurizio Cariati o la sua tela su juta estroflessa dedicata al medesimo soggetto, che esce dal quadro per incontrare lo spettatore, come a chiedere dolcemente soccorso. Nella rappresentazione della tragedia si nasconde infinita poesia, come ci hanno insegnato i grandi drammaturghi, Shakespeare ad esempio, e come tuttora ci ricordano i grandi artisti delle arti visive. Che si attui la funzione catartica o meno, poco importa di fronte alla magnificenza dell’Arte, che rende gli uomini un po’ più tali. Se poi, si volesse parlare di retorica dell’horror, ecco, allora ogni possibile discussione rimarrebbe aperta.

Già esiste una poetica del sorriso, che ottiene riconoscimenti. La proliferazione e il successo del New Pop e del Pop Surrealism ad esempio attestano come la gioia di vivere, i colori fluorescenti e i pupazzetti dei cartoni animati abbiano invaso gioiosamente la nostra esistenza. Eppure anche i pupazzi non disdegnano la denuncia sociale e il confronto con la Storia, perché è nella vita che siamo immersi e non si può scappare.

Vera Agosti

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