"Raffaello verso Picasso", quando Goldin diventa Goldfinger

Diciamolo subito – e con chiarezza, visto che nessuno avrà il coraggio di dirlo: Raffaello verso Picasso è una mostra bislacca. Nessuno lo dirà, per almeno tre ragioni. La prima è che il titolo incute timore, citando due tra i più intoccabili pittori della storia dell’arte ed aggiungendone un terzo riconoscibilissimo (Renoir) nell’immagine promozionale. A proposito d’intoccabilità: la seconda è che l’esposizione è curata da Marco Goldin, abile creatore di mostre blockbuster, in cui i grandi nomi si spendono con la stessa facilità dei milioni. La terza è che, poi, a ben vedere, i dipinti straordinari non mancano. Accozzati con un filo tematico così generico – oserei dire: mistico – da risultare, piuttosto, una catalogazione disordinata, per quanto rilucente nella singolarità dei pezzi. Nel catalogo della mostra, quasi ammettendo la sottigliezza del trapasso tra la smania privata da wunderkammer e la furba operazione epositiva, Goldin antepone uno scritto dal titolo significativo: Prologo in forma di (quasi) privata confessione. Vi si legge: “Ma è venuto un tempo in cui ho sentito la necessità, forte, di confrontarmi con qualcosa che ha sempre suscitato in me una risonanza dilagante. Questa mostra non è in alcun modo una storia del ritratto, anche se il ritratto dipinto ne costituisce l’elemento cardine e centrale. Non lo è, perché mai ha voluto esserlo. È invece il racconto dello sguardo. Dei molti sguardi che ho incontrato studiando la pittura. Da quelli abitati dallo spirito divino di Fra’ Angelico, fino a quelli, ciechi e pieni di corpo esposto, di Francis Bacon”.

Il corto circuito sarà pur affascinante… purché non generi una scintilla che comporti una deflagrazione di senso. L’idea, altrove espressa dal curatore, di accostare in una mostra Manet e Velazquez (“visto che l’artista francese guarda molto al ’600 spagnolo”) ha un senso, perché ha un fondamento filologico da cui scaturisce un suggestivo confronto visivo. Ma ecco che la suggestione diventa gioco di prestigio, nella mostra vicentina, quando la speranza che lo spunto nebuloso dello sguardo non diventi un pretesto per accumulare dipinti – anche di qualità – s’infrange nella stiracchiata giustificazione della prima sezione della mostra, Il sentimento religioso: la grazia e l’estasi: “Lo sguardo di Cristo. A questo soprattutto è dedicata la prima sezione della mostra. Dal momento successivo alla sua nascita, fino a quello della crocifissione, poi della deposizione e infine della resurrezione e della cena in Emmaus. Lo sguardo forse più ricordato e raccontato in tutta la storia dell’arte, e per questo l’esposizione non poteva che partire da qui”. Appunto: il più raccontato. Ma senza enfasi significativa sullo sguardo. Le opere selezionate ed esposte non sono che ispirate trasposizioni d’iconografia sacra, da cui sarebbe disonesto – o soltanto scaltro – voler scavare tenacemente il solco tematico dello sguardo: che, semmai, chi bazzica la storia dell’arte sa comparire assai più spesso nel viso della Vergine che intuisce la Passione del figlio (vedi la Madonna della Scala di Michelangelo, o la bella interpretazione domestica di Zurbaràn di Cleveland). E così alla mostra capita di trovare la preziosa Madonna di Detroit di Beato Angelico e supporre, suggestionati, se non traviati, dal curatore, che lo sguardo del Cristo bambino, cesellato in una fissità da empireo, possa far parte di un’ipotetica “storia dello sguardo”: puro artificio teorico, laddove nella tavoletta a tempera dell’Angelico risalta piuttosto la stesura essenziale, eppur miniaturistica nell’intrisione di luce della veste di Maria, senza alcuna concentrazione espressiva di rilievo sul famoso “sguardo”. Così come l’erculeo infante della Madonna di Mantegna del Museo Jacquemart-André ha gli stessi occhi, sbozzati nel marmo, di decine di tavolette dell’autore, di derivazione statuaria, animate, al più, da un convenzionale ed intenerito dimenarsi. Di Giovanni Bellini, poi, si sceglie una Madonna tarda, ancora da Detroit, orchestrata con intelligente percezione delle masse cromatiche e calda sonorità della stesura: ma con un Cristo raramente così immoto, frontale, un’icona che da Bisanzio è finita sull’Adriatico, riscaldandosi appena sul tremolio della Laguna.

La terna composta dalla Cena in Emmaus di Tintoretto, la Crocifissione di Veronese ed il San Gerolamo di El Greco è al più l’occasione persa per un germe di mostra sulla pittura veneta dopo Tiziano. Ventilare, anche solo lontanamente, che queste opere possano essere legate dal tema dello sguardo – col rischio, perfino, di deragliare dallo stringente ed appassionante confronto stilistico – è come crocifiggere il buonsenso espositivo. Nella stessa sezione, il Monaco in preghiera di Manet: se non leggessimo il cartellino, penseremmo a Velazquez o Zurbaràn. Fantastico, sì: ma a costo di smentire l’unità tematica per tornare, inginocchiati come quel monaco, a sostenere che la mostra sia bella a vedersi, ma raffazzonata nelle proprie linee portanti. Snellire la sezione concentrandosi solo sullo sguardo nella rappresentazione dell’estasi sarebbe potuta essere una dieta utile per il riguardante, mentre aggiungere al minestrone l’ingrediente dei quadri a soggetto cristologico rende indigesta la ricetta, anzi, l'abboffata.

Si potrebbe proseguire rimarcando la banalità dell’ennesima riproposizione, in salsa diversa, di un excursus sul ritratto, tanto più discutibile visto che sono ben due le sezioni dedicate: il cuore della mostra, dunque. Il filo del collegamento tematico – sempre di sguardi si parla  - s'irrobustisce solo sul margine della toppa unificante del genere. Certo, i neri di Hals sono di rara bellezza, non meno del neovenetismo di Van Dyck, tutto paste e baluginii. Ma quando si scopre che l’ultima sezione della mostra è incentrata sul Novecento e sul suo "sguardo inquieto", si avrebbe voglia di stracciare il depliant che delira di “pressione dello sguardo sulla vita, (…) pressione della vita sullo sguardo”. Per la serie: come costruire una mostra su giochi di parole e metafore. Davvero, troppo sfilacciato il collegamento tra Lucian Freud e Van Gogh. Ma, giustamente, basta che ci sia Van Gogh.

Quadri magnifici, lo si ribadisce. Ma, infine, la mostra come “occasione di studio”, o come stimolo di riflessione, si disperde nelle lusinghe di una vetrina di gioielli. La storia dell’arte, specie se la si vuol riconsegnare al grande pubblico, certo può essere percorsa goduriosamente in lungo ed in largo, con un’infinità di traiettorie e di possibilità sinaptiche. Ma non è Disneyland, specie se le opere devono subire un trasporto che implica, inevitabilmente, uno stress fisico e conservativo. Viene in mente come Roberto Longhi richiamasse, nella critica d’arte, all’uso di “antenne filologiche”: le stesse per cui persino nelle pagine più letterarie dei suoi scritti si avverte una deontologia rigorosa, osservante. Qui, piuttosto, pare che l’antenna sia quella di un pay per view, con tanto di titolone. Che poi, come per i blockbuster, gli occhi scintillino, è merito degli interpreti: gli artisti. Per il resto, non è tutto oro quello che luccica: curatori compresi.

INFORMAZIONI

Raffaello verso Picasso – Storie di sguardi, volti e figure” (6 ottobre 2012-20 gennaio 2013)
Vicenza, Basilica Palladiana
A cura di Marco Goldin

Orario di apertura
da lunedì a giovedì ore 9 - 19
venerdì e domenica ore 9 - 20
sabato ore 9 - 21

25 dicembre 2012 ore 15 - 20
31 dicembre apertura straordinaria
1 gennaio 2013 ore 10 - 20
Chiuso 24 dicembre 2012

Altre info su www.lineadombra.it

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