LA QUINTA DEL SORDO di Giuseppe Veneziano (Cugino IT n.4)

 

 

 

 

 

LA QUINTA DEL SORDO

di Giuseppe Veneziano

 

 

 
Nel 1819 Francisco Goya comprò una casa sulle sponde del Manzanarre, nei pressi di Madrid. Qui, l’artista spagnolo passò i mesi della convalescenza, successiva alla misteriosa malattia che lo ridusse in fin di vita. La malattia aggravò pesantemente la sua infermità, rendendolo completamente sordo. Affranto e deluso anche dalle vicende politiche spagnole, decise di ritirarsi a vita privata.
La “Quinta del sordo” è il nome con il quale veniva identificata la casa di campagna dove Goya andò a vivere, insieme alla giovane compagna Leocadia Weiss, dopo che gli era morta la moglie. Negli intenti dell’anziano pittore (settantaquattrenne) c’era proprio la voglia di vivere in quella casa gli ultimi anni della sua vita. Ma le aspettative non si realizzarono perché, dopo tre anni di residenza, fu costretto a scappare ed abbandonarla, dato che la nuova monarchia spagnola non permetteva più una vita tranquilla ai liberali come lui e la sua compagna.

 

(Foto della Quinta del Sordo)

E’ stato proprio in quegli anni che la perdita dell’udito lo fece cadere in una profonda crisi psichica, rendendolo molto critico e diffidente verso gli altri, ma allo stesso tempo, tale crisi, acuì la sua percezione visiva. Si chiuse molto in se stesso ed iniziò a vivere sempre più intensamente nel mondo dell’immaginazione e della vita interiore.
Le pareti della “Quinta del sordo” divennero, ben presto, il luogo ideale dove dipingere i propri incubi, attraverso delle immagini molto misteriose e visionarie. Il ciclo pittorico che realizzò nelle sale più grandi del piano terra e del primo piano, tra il 1819 e il 1823, sono note come le “pitture nere”. Si tratta di 14 dipinti murari (di diverse dimensioni), realizzati ad olio su intonaco. Vengono chiamate “pitture nere” non solo perché vi è una predominanza del colore nero, ma anche perché i temi affrontati sono altrettanto cupi. La maggior parte di questi dipinti ripercorre lo stesso mondo dell'irrazionale già trattato dall’artista nei Capricci (serie di ottanta incisioni realizzate tra il 1792 e il 1799), ma adesso, quel mondo, dopo la malattia, ha assunto una dimensione più ossessiva.

 

(Il Cane,1820-1823, olio su muro trasferito su tela, cm 134x38, Museo del Prado, Madrid)

 

In ogni opera si vive un’atmosfera tenebrosa, allucinata, una visione macabra del proprio inconscio, dove creature deformi, demoni, personaggi biblici e mitologici sono protagonisti di oscure stregonerie e di orrendi delitti. Sono opere realizzate con pochi e veloci tocchi di colore, molto corposi, che demarcano essenzialmente le figure, facendole emergere dall’oscurità. I passaggi cromatici sono limitati a poche tonalità che vanno dal nero al grigio e dall’ocra al bianco, creando così suggestivi giochi di luce.
L’opera più famosa tra le “pitture nere” di Goya è sicuramente “Saturno che divora i suoi figli”. Si vede la figura terrificante del dio con lunghi capelli grigi, con gli occhi sgranati, che sta divorando un braccio (la testa l'ha già ingoiata) del corpo di uno dei suoi figli. Mai era stato realizzato un dipinto con tanta crudezza. La sua novità sta proprio nella violenza rappresentata e nel grande impatto emotivo, che genera orrore in chiunque lo guardi. Un altro dipinto che mi preme evidenziare è “Il cane”. Un quadro incredibile che si distacca da tutti gli altri, apparentemente, ma che resta ancorato al tema della morte. Si vede, con un taglio compositivo estremamente innovativo, la testa di un cane che sta per essere inghiottita dalla corrente del fango. Sembra quasi una foto o un frame di un video di una notizia di cronaca, che documenta una delle tante catastrofi del nostro tempo.

 

(Saturno divora uno dei suoi figli, 1820-1823, olio su muro tresferito su tela, cm. 146 x 83,Museo del Prado, Madrid)

 

Queste pitture sono rimaste sconosciute (anche dopo la morte di Goya) proprio perché non era intenzione dell’artista mostrarle al pubblico. Egli le realizzò senza che nessuno gliele avesse commissionate, ma unicamente per se stesso. La “Quinta del sordo” fu ereditata dal nipote di Goya dopo la sua fuga in Francia, il quale la vendette a un ricco banchiere tedesco amante dell’arte. Per il loro cattivo stato di conservazione, i dipinti furono trasferiti sulla tela ed esposti, per la prima volta al pubblico, a Parigi nel 1878 e, solo successivamente, donati al Museo del Prado di Madrid, dove sono attualmente esposti.

 

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