L'impeto di Giuseppe Verdi

 Giuseppe Verdi

Forse l’elogio maggiore a Giuseppe Verdi è quello di Isaiah Berlin, filosofo russo, naturalizzato inglese, vissuto nel secolo scorso. Il breve saggio sul musicista italiano, nato due secoli fa e morto nel 1901, è contenuto nello scritto “Controcorrente”, una raccolta di testi di Berlin curata dal suo allievo prediletto, Henry Hardy. Il volume è edito da Adelplhi (trad. di Giovanni Ferrara degli Uberti). Il saggio ha per titolo “L’”ingenuità” di Verdi” ed è dedicato al poeta Wystan Hugh H. Auden.

Vi viene precisato che il noto drammaturgo romantico Frieidrich Schiller (da cui Verdi trasse molto materiale per le sue opere) divideva gli artisti in “naiv” e “sentimentalisch”. I primi rispondono ad una necessità espressiva naturale, i secondi si rifanno ad una artificiosità espressiva. Berlin mette Verdi di fronte a Wagner. Del secondo egli – su basi ovviamente di testimonianze di comodo, ovvero di gente di cui si fida – evidenzia un’operazione per così dire a tavolino che in Verdi è assente, al massimo casuale. L’osservazione è sicuramente suggestiva, anche se pare contenere una certa sbrigatività, con tanto di creazione artificiale all’incontrario applicata alla naturalezza verdiana. Il filosofo tedesco vuole Verdi naturale per lodarne la semplicità della musica? Cosa ha il nostro più noto musicista di contadino, di naiv, di incorrotto? Il filosofo inglese insiste garbatamente nella direzione presa: non si capirebbe tanta simpatica ostinazione se non si ricordasse che Berlin è uno dei maggiori campioni della tesi per cui esisterebbero due comportamenti umani, apparentemente simili, uno buono e uno cattivo. Quello buono cerca di rispettare maggiormente gli altri, il creato. Quello cattivo non rispetta niente e nessuno avendo come scopo il superomismo individualista.

Nel nome di una coerenza primitiva, si può dire che la posizione del personaggio cattivo è ortodossa. Se parliamo però di coerenza moralmente più evoluta, non possiamo tacere la tentazione verso la familiarità con il tutto che annulla l’istinto egoista del personaggio buono.

Berlin suggerisce che Wagner vuole ricostruire il mondo secondo la propria volontà, mentre Verdi desidera inserirsi nella costruzione già fatta con tutta l’ammirazione e la passione per essa di cui è passionalmente capace. In buona sostanza, Verdi non è soggetto alla realtà, ma ne è “complice” invece Wagner è soggetto a se stesso, ovvero ad una idealizzazione della realtà. Non per niente il musicista tedesco stravolge le saghe dell’Europa del Nord, sostituendo quella fantasia tremebonda, quanto fiduciosa, con un eroismo teatrale fatto di sinistri compiacimenti e di esibizionismi formali. Wagner intellettualizza il sentimento secondo canoni ereditati dal precedente sepolcrismo romantico, Verdi sentimentalizza l’intelletto secondo schemi eterni relativi alla vita dell’uomo “naturale”.

Alla lunga, la terribilità wagneriana perde terreno – causa una sovradimensione espressiva – di fronte alla semplicità verdiana, una semplicità che sgorga dal cuore, ma che non è mai svenevole e soprattutto non è impostata. Allora è possibile dire che fra le molte anime del romanticismo, quella del nostro musicista sia fra le più convincenti nell’esaltare l’animo umano, pur operando al ribasso?

Wagner è un eroe, vuole applausi per il suo sacrificio, Verdi non è un eroe, chiede attenzione per le sue sottolineature. E’ il mondo che conta per l’italiano, è l’uomo che vince per Wagner anche se perde.

A questo punto, sorge il sospetto che Berlin mantenga la sua opinione sino in fondo a favore di Verdi per non intaccare la sua tesi che vuole significative differenze fra chi è nel tutto e chi al tutto come vuole lui intende arrivarci. La facile conclusione di questa diatriba è che chi tende al tutto proprio deve ricorrere, per la fretta, a mille artifizi, mentre chi è nel tutto naturale rischia l’inazione. Berlin ne suggerisce però una meno facile, e cioè: chi è nel tutto agisce dal di dentro, chi aspira a farselo per conto suo agisce dall’esterno.

La posizione di Verdi non fu quella vincente perché il musicista italiano esprimeva una condizione provinciale – difficilmente la sua musica va oltre il giardino di casa, di uno spazio cioè sicuro e subìto – mentre quella wagneriana possiede un respiro universale. Ma c’è un corollario: Verdi è sincero e spontaneo, Wagner è contorto. L’uno è felice, l’altro è inquieto di una inquietudine più rivolta al personaggio che all’uomo. Verdi, allora, esce dal saggio con una dignità inaspettata.

  

 

 

Dario Lodi

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